Gli Stati Uniti: una democrazia pattizia

Gli Stati Uniti: una democrazia pattizia

18.05.2024

di Mattia Diletti

Della stagione elettorale americana il pubblico europeo percepisce in primo luogo il confronto fra personalità.
I due candidati che si sfidano per competere alla carica politica più importante del mondo – o almeno così viene descritta dal luogo comune giornalistico, che andrebbe demistificato per dare conto di quanti limiti il sistema liberal-democratico americano ha posto attorno al suo Presidente – sono la notizia che il nostro pubblico percepisce. Negli ultimi anni però, soprattutto a partire dal 2016, l’anno della vittoria elettorale di Donald Trump, anche la nostra narrazione giornalistica si è concentrata di più sul tema delle “due Americhe”, ovvero della polarizzazione politica e culturale che attraversa la società degli Stati Uniti. L’estremismo politico di matrice populista di Donald Trump ha riportato il tema del rapporto fra società e politica al centro dell’attenzione: che cosa motiva decine di milioni di americani a votare un candidato apparentemente anti-establishment? Perché è più popolare nel voto anziano, fra gli uomini, nei piccoli centri, fra gli evangelici, fra i bianchi con meno scolarizzazione… e quale società vota e si mobilita nel campo avverso, quello del Partito democratico?

La vittoria di Trump ha reso più evidenti le fratture sociali, culturali ed economiche che attraversano gli Stati Uniti. Gli specialisti se ne sono sempre occupati, ossessionati dagli incroci fra variabili – istruzione, razza, reddito, confessione, età… – e dalla mole di dati statistici e di rilevazioni di opinione che gli Stati Uniti hanno sempre prodotto; la conflittualità dell’ultimo decennio ha reso il tema di dominio pubblico, ed è quindi tornato di grande interesse il rapporto fra politica e società. Non solo la società genericamente intesa, ma la società organizzata che si attrezza per sostenere un candidato o l’altro. Se è vero che il voto è una scelta individuale e che il risultato elettorale è dato dalla sommatoria di milioni di scelte individuali, il campo da gioco – i temi che emergono, le identità che irrompono sulla scena elettorale e che aiutano a disciplinare i comportamenti di voto – sono un mix di strategia dall’alto (“l’offerta” del candidato) e strategia dal “basso”, o quantomeno esterna all’arena della rappresentanza politica.

Negli Stati Uniti il rapporto fra società organizzata ed eletti è un rapporto di tipo pattizio. Pensate, per esempio, al sostegno pubblico che il Presidente Biden ha dato nel 2023 – come mai era accaduto prima – ai sindacati del settore automobilistico in sciopero contro le grandi aziende del settore. Un sostegno che i sindacati non dimenticheranno (anche perché hanno vinto), trasformandosi in elettori, finanziatori e attivisti della campagna elettorale di Biden nei mesi di settembre e ottobre del 2024. Un endorsement pubblico ma soprattutto pratico/organizzativo. I partiti sono “candidate centered”, cioè centrati sull’autonomia del candidato – che si deve conquistare il proprio posto al sole nella competizione del collegio uninominale, per di più trovando i fondi per la propria elezione da solo – ma queste “ditte individuali” della rappresentanza politica devono trovare degli azionisti di riferimento.

I semplici elettori sono i consumatori di riferimento di ultima istanza, mentre la società organizzata – quella che offre soldi, partecipazione, volontari o contatti telefonici a partiti destrutturati e privi di una macchina organizzativa permanente – rappresenta piuttosto il corpo dell’assemblea degli azionisti, che mette bocca nell’operato dell’azienda perché richiede specifici dividendi politici. Non necessariamente economici, oppure legati a domande di diritti e partecipazione: questi dividendi possono essere anche di natura identitaria (emblematico l’arruolamento del voto evangelico, avviato negli anni ’80 grazie e imprenditori politici e sociali del campo repubblicano). In un Paese nel quale la partecipazione elettorale è strutturalmente modesta – nelle elezioni di metà mandato, per esempio, è raro che voti più del 40% della popolazione – e che determina la selezione dei candidati attraverso primarie decise da poche migliaia di partecipanti, queste minoranze organizzate possono svolgere un ruolo decisivo (assieme ai finanziatori delle campagne elettorali). Se attraversate la Georgia troverete le chiese nere battiste impegnate nel sostenere i candidati afroamericani del partito democratico, oppure, nello stesso stato, la mega chiesa evangelica della North Point Community Church sostenere l’ipertrumpiana Marjorie Greene. Per ogni candidato al Congresso e ogni candidato alla Presidenza un dedalo di endorsement da parte di associazioni, gruppi, ong, chiese, sindacati, movimenti, giornali e… finanziatori.

Secondo una sentenza della Corte Suprema del 2014, la “McCutcheon v. Federal Election Commission”, i limiti al finanziamento privato per le campagne elettorali sono contrari al Primo Emendamento della Costituzione americana, quello che assicura la libertà di espressione. Finanziare una campagna vuol dire partecipare, in questa accezione. Ovviamente questo porta con sé storture non sanabili: se da un lato mobilita anche i piccoli finanziatori, rendendoli coinvolti nel processo democratico, dall’altro favorisce i “partecipanti” più ricchi. Circa il 50% delle donazioni per i candidati al Congresso provengono da “grandi donatori”; solo il 20% da piccoli donatori (il resto sono legati a gruppi organizzati, i cosiddetti Political Action Committees). Nel rapporto pattizio con la politica quei soldi hanno una voce speciale, inutile nasconderlo, soprattutto ora che il costo delle campagne elettorali è lievitato: nel 2020 – fra Presidenza e Congresso – le campagne sono costate 14 miliardi di dollari, il doppio che nel 2016.

Proprio nel 2016, uno studio pubblicato sull’American Journal of Political Science ha dimostrato che gli eletti al Congresso incontrano di persona soprattutto i loro donatori: lo avremmo immaginato anche senza rilevazioni empiriche, ma quello che è stato misurato è proprio “l’acquisto” di un diritto di accesso al decisore. Non è poco, in democrazia. A un secolo di distanza sembra avere ancora ragione uno dei primi strategist delle campagne elettorali americane, Mark Hanna: fu lui a dire “in politica contano due cose: una sono i soldi; l’altra non me la ricordo”.

Mattia Diletti

Mattia Diletti è Ricercatore del Dipartimento di comunicazione e ricerca sociale della Sapienza di Roma.

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