I cattolici a lezione dagli influencer

I cattolici a lezione (dagli influencer)

04.05.2024
di Gigio Rancilio

La domanda è di quelle che ti mettono in crisi: che cos’hanno i cattolici da imparare (o da non imparare) dagli influencer digitali? Il primo nodo che dobbiamo risolvere riguarda il fatto che, soprattutto in ambito cattolico e tra i meno giovani, se qualcuno pronuncia la parola influencer le reazioni che seguono non sono quasi mai positive. I motivi sono diversi e tutti facilmente intuibili. Già il fatto di scoprire che una persona, apparentemente senza particolari meriti, ottenga un seguito 10, 100, 1000 o 10.000 volte più alto rispetto ad alcune persone che riteniamo di valore è indubbiamente spiazzante. Se poi le persone siamo noi stessi, il nostro rifiuto diventa automaticamente più netto. Questo tipo di successo dal basso mette in crisi i nostri riferimenti, ma anche e soprattutto ci svela una realtà. E cioè che molte persone che riteniamo di valore (magari noi compresi) non riescono a emergere nel digitale. Così reagiamo prendendo le solite scorciatoie. Ci diciamo: accade perché le persone sono mediamente superficiali oppure poco acculturate; la colpa è degli algoritmi che promuovono soltanto un certo tipo di contenuti e ne penalizzano altri; per fortuna non esiste solo il digitale e così via.

Ovviamente non è così semplice, ma proviamo a fare finta che lo sia. E torniamo a chiederci: che cos’hanno i cattolici da imparare (o da non imparare) dagli influencer digitali? A questo punto penserete: il mondo cattolico ha già i suoi influencer digitali, ognuno con un suo stile ben preciso e anche una discreta visibilità. Ma ognuno di loro di fatto usa consapevolmente o meno le stesse tecniche degli altri influencer. La prima è quella della perseveranza: bisogna pubblicare spesso e in maniera costante. Bisogna cioè fare che i nostri contenuti diventino un appuntamento fisso (e atteso) con le persone e con una scadenza precisa: giornaliera, settimanale eccetera. Chiunque ci abbia provato sa quanto sia faticoso tenere il passo e scoprire che creare contenuti nel digitale non è una gara dei 100 metri ma una maratona lunga e sfiancante. A partire dal fatto che ogni giorno od ogni settimana occorre trovare contenuti non solo interessanti ma che piacciano al nostro pubblico. Come ci insegnano gli influencer in questo senso a darci una mano sono propri i commenti delle persone sotto i nostri contenuti. Che siano domande vere e proprie o semplicemente commenti o addirittura critiche qualunque segnale della nostra community può, anzi deve diventare un contenuto. Un gancio, una provocazione, una sollecitazione che genera la nostra risposta e che dimostra a chi ci segue che siamo attenti agli altri. Che non parliamo da una cattedra ma che in qualche modo siamo anche disposti al dialogo. Ovviamente non bisogna rispondere a tutti, ma scegliere le domande e i commenti. I grandi influencer adottano poi un’altra tecnica: rispondono ai primi 20 commenti per stimolare chi li segue a intervenire, poi spariscono lasciando solo poche reazioni in maniera sparsa come se fossero dei premi speciali per chi ha commentato nel modo migliore.

Un altro aspetto tutt’altro che secondario è l’empatia. C’è chi è diventato famoso scegliendo la strada opposta e giocando tutto sul proprio cinismo (in stile Cruciani, per intenderci), ma la maggior parte degli influencer prova o almeno finge di provare a mettersi nei panni degli altri. Si schiera con i più deboli, racconta le proprie ferite e mette in piazza le proprie debolezze, così da apparire uno come tutti ma che ce l’ha fatta. Quasi mai gli influencer salgono in cattedra e quasi mai nascondono i propri limiti. Perché è proprio il fatto di apparire imperfetti a renderli credibili. Più credibili di tanti intellettuali e di tanti “professori”. Per riuscirci serve anche una grande dose di autoironia. E al contempo il coraggio di esporsi, con frasi, idee e posizioni nette. Non solo perché il digitale da sempre premia gli estremi ma anche soprattutto perché le persone vogliono "divertirsi" con i contenuti. E chi si schiera piace e in qualche modo fa anche spettacolo. Per farlo non serve urlare o usare il turpiloquio o peggio, come fanno alcuni, basta avere la forza delle proprie idee e del proprio sapere come insegna per esempio il caso del professor Barbero. L’importante è che ognuno sia soprattutto se stesso, con il proprio stile e la propria voce. I titoli e le onorificenze nel digitale - dove ogni comunicazione e orizzontale - contano sempre meno. Si diventa credibili grazie a ciò che diciamo e al modo in cui lo diciamo, non nascondendo i nostri limiti e ribadendo ciò che siamo, difetti compresi.

C’è un’altra cosa che dovremmo imparare dagli influencer ed è la forza della collaborazione. La capacità cioè di interagire nei nostri contenuti con altri soggetti di primo livello, cioè con altri influencer. Invece troppo spesso ognuno di noi si chiude nel proprio spazio. Ma così facendo non allarga mai la propria platea, con il risultato di non dare ai propri contenuti e alle proprie idee la possibilità di circolare maggiormente.

Un aspetto importante e delicato riguardo il fatto che il mondo cattolico produce soprattutto testi. Ma il mondo digitale per come è fatto e per il modo con il quale ci approcciamo, sta pian piano emarginando questo tipo di contenuti. Fateci caso: sempre più spesso quando leggiamo un contenuto sul telefonino dopo qualche riga scrolliamo lo schermo al blocco successivo finendo col fare quella che gli esperti chiamano la lettura a canguro. Se poi ci troviamo davanti a un testo lungo, sempre più spesso non lo affrontiamo, un po’ perché abbiamo paura che ci faccia perdere troppo tempo e un po’ perché leggerlo ci appare una fatica fisica che non ci interessa più fare. Da tempo i contenuti digitali di maggiore successo sono i video. Con una caratteristica in particolare: i video sottotitolati. La maggior parte di chi li guarda infatti lo fa con l’audio spento perché magari è sull’autobus o in una riunione. E così siamo al paradosso che per leggere abbiamo bisogno di frasi semplici e costruite come parliamo. Non è un caso che una delle ultime mode di questi anni siano i podcast. Che non sono più soltanto contenuti audio ma che diventano video con i protagonisti su un palco con un microfono in mano o una specie di studio di registrazione con cuffie in testa e microfoni davanti. È il trionfo della cosiddetta radiovisione, e cioè di un modello che fino a qualche anno fa sembrava inutile. Eppure oggi tutto ha bisogno dell’immagine, anche una chiacchierata audio. Può non piacerci ma uno dei problemi che abbiamo come mondo cattolico è che non riusciamo a trasformare in video e podcast di successo le nostre interviste, i nostri commenti, le nostre riflessioni e le nostre idee. E questo anche per un altro problema non meno importante: abbiamo un modo di esprimerci che fatica ad arrivare alla maggior parte delle persone. Non solo perché usiamo vocaboli e costruzioni che di fatto ci rendono elitari, ma anche e soprattutto perché il nostro modo di ragionare e persino i nostri riferimenti e le nostre citazioni spesso tradiscono la nostra età anagrafica e così non vengono colti da chi ha meno di quarant’anni. Col risultato di apparire lontani ed escludenti. Se ci sono due lezioni che possiamo imparare dagli influencer e che la semplicità ha un grande valore e che si può essere semplici senza essere banali.

Quando pensiamo al digitale facciamo un altro errore: non teniamo conto delle differenze, del fatto che ogni luogo, ogni piattaforma, ogni mezzo ha le sue regole e il suo linguaggio. E che – a parte Facebook anche se lo è sempre meno – non esiste di fatto un social che premi la parola scritta. Ci sono le newsletter, che da qualche tempo vanno molto bene anche da noi in Italia, ma anche in questo caso per funzionare occorre essere costanti nella creazione dei contenuti, originali, credibili e soprattutto utili. Ciò che invece non dovremmo mai imparare dagli influencer sono tutte quelle strategie, quelle scorciatoie e quelle “tecniche” che molti di loro adottano. Dal comprarsi il pubblico ad avere una serie di profili comandati magari dall’intelligenza artificiale che subito commentano ciò che viene pubblicato o mettono un like.

Se avete avuto la bontà di arrivare fino a questo punto, avrete intuito che chi vuole realizzare contenuti digitali deve fare una grande fatica. Ma a ben vedere comunicare non è mai stato semplice; tanto più ora che tutto è misurabile e che se quello che diciamo non interessa si scopre molto facilmente.

Gigio Rancilio

Gigio Rancilio è il responsabile social di Avvenire. Si è occupato di spettacolo, musica e di tante altre cose. Ama la sua famiglia e, come dice il suo profilo su Twitter, ha fatto la fine della tartaruga di Lauzi (chi ha orecchi per intendere...).

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