I giovani e il lavoro: un percorso in salita

I giovani e il lavoro: un percorso in salita

21.10.2023
di Claudio Lucifora

I dati parlano chiaro: in Italia un giovane su cinque è disoccupato. Il tasso di disoccupazione giovanile nei primi mesi del 2023 è risultato pari al 21,7%, in controtendenza rispetto all’andamento della disoccupazione totale, che invece durante la ripresa post-Covid è scesa al 7%. Quando poi si scava un po' più a fondo, il panorama diventa più fosco. Dal Rapporto annuale Istat del 2022, risulta che un giovane su due (il 47,7% dei 18-34enni) presenta segni di deprivazione in almeno uno degli indicatori di benessere (istruzione, lavoro, inclusione sociale, salute, benessere) e almeno la metà di questi soggetti soffre di multi-deprivazione, cioè con più di un indicatore in sofferenza. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai bassi salari, che spesso accompagnano i giovani per molti anni dopo il loro ingresso nel mercato del lavoro. Il lavoro povero, infatti, è popolato di giovani (e di donne) che, nonostante abbiano un lavoro, sono a rischio di povertà. Sebbene la sovra-rappresentazione dei giovani tra i disoccupati e tra i lavoratori poveri sia comune a molti Paesi, l’Italia presenta caratteristiche peculiari essendo l’unico Paese in cui negli ultimi decenni i salari reali sono diminuiti, mentre sono aumentati del 20-30% in buona parte dei Paesi europei.

Questi dati dovrebbero far riflettere, se non fosse che questa situazione si protrae da troppo tempo. Diverse generazioni di giovani si sono affacciati sul mercato del lavoro in condizioni difficili, prima con la crisi finanziaria e poi con la diffusione della pandemia di Covid-19. Una situazione economica tale da rendere fosca qualsiasi prospettiva di reddito e stabilità.

Numerosi studi mostrano come il periodo successivo alla fine degli studi sia cruciale per gli esiti occupazionali dei giovani, sia a breve termine, sia per la futura carriera professionale. Tuttavia, l’inserimento dei giovani in un impiego stabile somiglia spesso a un percorso a ostacoli caratterizzato da precarietà e forte incertezza. Le crisi economiche non sono le uniche responsabili di questa situazione. L'organizzazione del mercato del lavoro, il sistema educativo, la formazione professionale, i servizi di informazione e orientamento, nonché le politiche attive per l’inserimento lavorativo e professionale sono deboli, frammentati e soprattutto mancano di coordinamento. A questo si aggiunga che la crescita della produttività, a livello aggregato, ristagna da decenni, e quindi viene a mancare il principale meccanismo di accumulazione e distribuzione di benessere economico.

Questa situazione s’intreccia con le fortune dei giovani anche prima che si affaccino al mercato del lavoro. Un esempio riguarda la dispersione scolastica: tra i 20-24enni quasi il 20% non ha completato l’obbligo scolastico. Un altro esempio riguarda il fenomeno dei “Neet” (Not in Employment, Education or Training), cioè dei giovani che non studiano né lavorano, che in Italia rappresentano il 25% della popolazione con meno di 34 anni (circa tre milioni di persone). Potrebbe sembrare superfluo ribadire che la situazione peggiora notevolmente quando si analizza il fenomeno confrontando le regioni del nord con il sud del Paese. Non solo tutti gli indicatori registrano un maggior disagio al sud, ma negli ultimi decenni il divario è aumentato lasciando poche prospettive ai giovani, se non quella di spostarsi verso regioni più ricche e dinamiche, oppure all’estero generando il fenomeno della fuga dei cervelli, anche se a migrare non sono solo i più istruiti.  

Negli ultimi anni questa condizione giovanile è stata spesso oggetto di generalizzazioni e semplificazioni, che spesso finiscono per imputare ai giovani stessi la responsabilità di questo stato di cose. Le principali cause sarebbero da ricercare in uno scarso impegno profuso nella scuola, in una presunta apatia generazionale e un disinteresse per il lavoro. I giovani sono stati spesso definiti: "bamboccioni", "sdraiati", fino al sofisticato rimprovero di essere troppo “choosy”. Questi atteggiamenti sono emblematici del rifiuto di capire il mondo dei giovani e, soprattutto, di attivarsi per risolvere i problemi che rendono le nuove generazioni più dipendenti dalla famiglia, non per scelta ma per necessità.

Affrontare questa situazione è invece una priorità assoluta. Questo non soltanto per gli effetti immediati della situazione di disagio e deprivazione dei giovani più fragili, ma soprattutto perché – come risulta da numerosi studi socio-economici – un livello di istruzione insufficiente, periodi di inattività e disoccupazione in età giovanile hanno conseguenze importanti anche in età adulta. Il tutto ulteriormente peggiorato da una bassa mobilità sociale che, attraverso la trasmissione intergenerazionale della povertà, condanna molti giovani in una “trappola della povertà”. Come certificato dall’Istat, quasi un terzo degli adulti (25-49 anni) a rischio di povertà proviene da famiglie che erano povere quando i soggetti intervistati erano giovani.

Il cahier de doléances dei problemi dei giovani, in questi tempi di alta inflazione e di fosche prospettive di crescita economica, potrebbe proseguire all’infinito. Resta il dato più emblematico, che mostra come nel nostro Paese le risorse destinate alla scuola e al welfare dei più giovani siano fortemente sottodimensionate rispetto al resto dell’Europa. Mentre l’Europa (UE27) spende in istruzione mediamente il 4,8% del PIL, e paesi come la Svezia, la Danimarca e il Belgio superano abbondantemente il 6,2% del PIL, in Italia la spesa in istruzione si attesta al 4,1% del PIL. Lo stesso potrebbe dirsi delle spese per il welfare, dove tuttavia il problema non è solo l’esiguità delle risorse, ma soprattutto la distorsione nella composizione che privilegia gli aspetti previdenziali, rispetto alle politiche di sostegno ai giovani. Se è vero che in un Paese che invecchia non potrebbe essere altrimenti, queste scelte di politica economica rivelano una prospettiva decisamente miope, che rafforza la caduta del tasso di natalità delle famiglie e condanna l’Italia a un calo demografico che nel giro di 20 anni vedrà una riduzione consistente della popolazione in età di studio e di lavoro.

Le notevoli risorse finanziarie mobilitate dal programma europeo Next-Gen EU – come recita il nome stesso scelto dalla Commissione europea – dovrebbero servire a sostenere e rafforzare il benessere delle generazioni future e non a scaricare su di loro ulteriore debito pubblico. La sfida è aperta e i giovani devono far sentire la loro voce.

Claudio Lucifora

Claudio Lucifora è professore di Economia politica all’Università Cattolica di Milano, dove dirige il Centro di Ricerca sul Lavoro “Carlo dell’Aringa” (Crilda). Ha trascorso periodi di ricerca e insegnato in diverse università estere, tra cui l’Universitat Autonoma de Barcelona, la London School of Economics, l’Université de Paris2, l’Australian National University e la University of New South Wales. È Presidente dell’Associazione italiana degli economisti del lavoro (Aiel) e ha fatto parte del comitato direttivo dell’Associazione europea degli economisti del lavoro (Eale), di cui è stato anche tesoriere. Ha pubblicato libri e articoli su temi di economia e politica del lavoro, bassi salari e salario minimo, economia dell’istruzione, economia della salute e sulle relazioni industriali.

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