I LEADER DEL FUTURO? FORTI NELLA VULNERABILITÀ

I LEADER DEL FUTURO? FORTI NELLA VULNERABILITÀ

08.01.2022
di Valeria Cantoni Mamiani

«È stato l’anno dei costruttori», ha detto il Presidente Mattarella nella sua ultima cerimonia al Quirinale il 20 dicembre 2021, alludendo all’unione di intenti di fronte alla pandemia della classe dirigente politica italiana.

C’è da augurarsi che il nuovo Presidente, chiunque sarà, promuoverà una nuova classe dirigente di “riparatori” delle ferite non solo sanitarie, ma anche sociali, professionali, educative aperte e che hanno bisogno di un gran lavoro di cura.

Perché è importante occuparsi di cura, oggi, non solo in campo medico ma in ogni territorio dell’umana esistenza, incluso quello del lavoro, delle organizzazioni e della leadership?

Eravamo rimasti a un mondo chiamato vuca, ossia volatile, incerto, complesso e ambiguo. E già facevamo fatica a comprendere il nostro posto in questo mondo in cui tutto è connesso, intrarelato e dove una crisi economica oltre oceano ha mandato a gambe all’aria l’intera Europa già nel 2009.

Dal sorgere della pandemia va aggiunta una V prima di vuca, perché il mondo è anche vulnerabile. O meglio, lo è sempre stato, ma adesso ce ne siamo accorti e ogni giorno siamo chiamati a fare i conti con la nostra vulnerabilità. E lo sono anche le persone di potere, che hanno la responsabilità di gestire comunità, che siano politici, manager o imprenditori.

Bisognerebbe assumere la vulnerabilità come elemento non di deficienza, ma di forza. Essa ci espone alla finitezza e ci obbliga a cambiare, a trasformarci. Basta osservare la vita del bruco per capire che questo periodo storico è una grande opportunità. Nel bruco abitano le cellule immaginali, chiamate così perché sono già farfalla in potenza. Ma ci sono anche cellule conservatrici che hanno forti resistenze alla trasformazione e che si contrappongo alle immaginali prima che queste abbiano la meglio.

Se la vulnerabilità favorisce la trasformazione, la leadership è a un bivio: mantenere uno stile e un’idea verticale, patriarcale e conservativa o fare come le cellule immaginali e aprirsi a forme inclusive, in ascolto e capaci di procedere in modo orizzontale in mezzo ai cambiamenti del mondo, delle organizzazioni e dei bisogni reali delle persone.

La leadership autoritaria, storicamente basata sul principio della forza muscolare, della solitudine del potere e del decisionismo calato dall’alto come modello di cura delle “proprie” persone, è stata alla base dello sviluppo industriale degli ultimi 70 anni; la seconda si fa strada in tempi di complessità, incertezza, spaesamento e cambiamenti rapidi.

LA LEADERSHIP DI CURA
A partire dalla consapevolezza della fragilità e vulnerabilità di ogni individuo e del sistema
in cui è calato, è necessario ripensare alla società, al lavoro, alle gerarchie, alle capacità utili e a quelle tossiche, ai comportamenti da assumere e a quelli da abbandonare per traghettarci nel futuro prossimo.

In altre parole bisogna sviluppare una “leadership di cura”, presente, paziente, coinvolgente, in ascolto e capace di basare le proprie decisioni a partire dalla fiducia piuttosto che dal controllo.

Non esistendo in italiano una parola come “caring”, che significa letteralmente premuroso, la leadership di cura vuole esprimere attenzione, giusta distanza e capacità di coinvolgimento per relazionarsi con persone prima ancora che con dipendenti, funzioni o mansioni.

Con l’arrivo della pandemia e lo spostamento delle attività online, con il mio gruppo di ricerca e formazione di Leading by Heart abbiamo raccolto molti dati e informazioni sul vissuto reale delle persone e ci siamo resi conto dello scollamento tra alcuni miti organizzativi e quello che le persone vivono nella quotidianità, tra il mito della performance, che si è accompagnata per anni alla mancanza di empatia come garanzia di successo, e la reale esperienza vissuta dagli individui in questi anni di incertezza, distanza e pressione.

C’è un impressionante analfabetismo emotivo tra i livelli della gerarchia. Questa situazione di incertezza e fluidità generale chiede di accelerare e incrementare lo sviluppo di capacità che mirano alla consapevolezza emotiva ed empatica.

È importante diventare consapevoli di emozioni e bisogni, perché più riusciamo a dare un nome alle nostre emozioni, più possiamo riconoscere cosa proviamo e cosa provano gli altri, imparando a gestire meglio il carico di emotività che, in tempi di pandemia, ha invaso le organizzazioni e le famiglie.

Grazie alla vulnerabilità diffusa, in questi due anni ho osservato un fatto incredibile, che ha ribaltato la scala dei valori in molti gruppi di lavoro. La cura, da dominio femminile e pratica di pochi “sensibili” individui non performativi e non proprio adatti al successo e alla carriera, è divenuta capacità chiave, seppur ancora inconsapevolmente. Da persone periferiche si sono trasformate in elementi centrali.

È accaduto che i manager e le manager più empatici, che si sono presi cura di colleghi e colleghe, che hanno speso tempo ad ascoltare a distanza le loro storie e le loro emozioni, sono stati molto preziosi perché hanno saputo tenere insieme il gruppo riparando le ferite della distanza forzata e della paura dell’ignoto e conservando la percezione di lavorare in una comunità dove il risultato e il profitto non sono la sola cosa sensata per cui vale la pena lavorare.

Sono le prime cellule immaginali che aprono a un cambiamento.

Valeria Cantoni Mamiani

Valeria Cantoni Mamiani è filosofa, saggista, consulente culturale e formatrice. Docente all’Università Cattolica di Milano, è presidente e co-fondatrice di ArtsFor, società di consulenza culturale e di sviluppo organizzativo, dove ha creato Leading by Heart, metodo formativo che sviluppa uno stile di leadership inclusiva ed empatica. Lavora nella soglia tra le arti, le discipline filosofiche e quelle manageriali creando percorsi di apprendimento incentrati sullo sviluppo della persona anche alla luce dei cambiamenti in atto. Dal 2015 è membro del CDA della Fondazione Adolfo Pini, dove ha ideato e dirige il progetto di ricerca «Casa dei Saperi».

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