I marmi del Partenone: legge o giustizia?

I marmi del Partenone: legge o giustizia?

23.07.2022
di Arianna Visconti

Recentemente si è tornati a parlare di una possibile restituzione alla Grecia dei fregi del Partenone ospitati al British Museum fin dal 1816. L’entusiasmo suscitato dall’annuncio dell’imminente avvio di negoziati di fronte all’apposita Commissione UNESCO (Intergovernmental Committee for Promoting the Return of Cultural Property to its Countries of Origin or its Restitution in case of Illicit Appropriation, ICPRCP) è per altro stato immediatamente raggelato dalla smentita giunta, a stretto giro, dalla delegazione britannica presso tale organismo.

Un esito per nulla inatteso, per lo meno per chi abbia seguito la vicenda nel corso degli ultimi decenni, costellati da ricorrenti richieste di negoziati da parte della Grecia, sempre respinte dal governo del Regno Unito. Né suonano nuove le argomentazioni e i rimpalli di responsabilità riproposti anche in questa occasione. Da un lato i rappresentanti britannici hanno sostenuto che la decisione in merito al fato dei marmi, inclusi eventuali negoziati col governo greco, competa esclusivamente ai trustees del British Museum, in quanto organismo autonomo nelle scelte che concernono le collezioni museali; per altro verso, lo stesso board of trustees ha più volte ribadito di non avere il potere di dismettere alcun bene nelle collezioni del museo, giacché un’eventuale restituzione richiederebbe un apposito atto del Parlamento. A questo si aggiunge il ricorrente richiamo alla piena legalità dell’acquisizione delle sculture. Tutto rigorosamente vero – as far as it goes (per dirla all’inglese).

La storia dei fregi
I fregi del Partenone furono infatti ceduti a Lord Elgin, ambasciatore britannico presso la Sublime Porta, dall’autorità all’epoca legalmente in carica, e in seguito acquisiti alle collezioni del British Museum con apposito atto legislativo.
Ed è la legislazione britannica in vigore a vincolare le collezioni del museo, e a individuare i citati trustees come organismo indipendente deputato alla loro gestione. Analogamente, da un punto di vista strettamente giuridico, nessuna delle principali convenzioni adottate nel Ventesimo secolo per proteggere l’integrità dei patrimoni culturali nazionali degli Stati contraenti (la Convenzione UNESCO del 1970 e la Convenzione UNIDROIT del 1995, quest’ultima per altro mai ratificata dal Regno Unito) può essere d’aiuto nel dirimere la controversia, in ragione dell’operare del principio di irretroattività.

In questo senso, il caso dei marmi del Partenone è divenuto emblematico delle molteplici istanze in cui ciò che è ‘legale’ e ciò che è ‘giusto’ finiscono per trovarsi in aperta contrapposizione, in particolare in relazione a delicate questioni di appartenenza e accessibilità di importanti componenti dell’eredità materiale e spirituale di un popolo.

Scavando appena sotto la superficie, infatti, si constata come la epocale decisione di cedere a un soggetto straniero questa fondamentale testimonianza della storia ed eredità della Grecia classica fu presa da una potenza occupante, l’Impero Ottomano, totalmente indifferente alla protezione di tale eredità e, anzi, fondamentalmente interessata a sopprimere ogni espressione di un’autonoma identità nazionale greca (tanto da disinteressarsi delle modalità del ‘prelievo’ che, di fatto, non interessò solo i fregi già distaccati dal frontone, ma comportò l’asportazione di molti elementi ancora integri). Già all’epoca non mancò chi, come Lord Byron, denunciò l’operazione come un ingiustificabile atto di vandalismo e saccheggio. Negli stessi anni, del resto, Antonio Canova portava a termine il recupero (di buona parte) delle opere saccheggiate in Italia durante le campagne napoleoniche, sulla base del principio, proclamato da Quatremère de Quincy già alla fine del Diciottesimo secolo, secondo cui la separazione di un elemento del patrimonio culturale dal proprio contesto di origine rappresenta una grave ferita al valore universale di quello stesso patrimonio. Un principio che sarebbe poi stato codificato non solo nei trattati già richiamati, ma prima ancora nel diritto internazionale dei conflitti armati, a cominciare dalla Convenzione dell’Aja del 1954 e relativi Protocolli.

Una soluzione equa e giusta
Tutti elementi che dovrebbero spingere, oggi, il governo britannico e il British Museum a riconsiderare l’opportunità di iniziare (congiuntamente) seri negoziati con le autorità greche in vista di una soluzione ragionevole, equa e ‘giusta’ a questa lunghissima disputa
– soluzione che potrebbe, e probabilmente dovrebbe, implicare scelte ‘creative’ di contitolarità dei fregi, ricollocazione e replica di alcuni di essi, e così via. Alcuni segnali positivi in questo senso – come la recente apertura di George Osborne, presidente del British Museum – esistono, anche grazie a un più ampio dibattito sul tema della restituzione di beni culturali appropriati in epoca di dominio coloniale, a cui la situazione della Grecia di inizio Ottocento è in definitiva assimilabile.

Un dibattito che vede questa stessa istituzione – non a caso ribattezzata da Dan Hicks, in un recente saggio di grande successo, ‘Brutish Museum’ – sempre più isolata e criticata nella sua posizione (di fatto) ‘retenzionista’ (laddove l’accusa di cultural retentionism è tipicamente mossa ai paesi vittime di spoliazioni e per questo sostenitori di una politica protezionistica del proprio patrimonio culturale), tradizionalmente mascherata sotto lo sbandierato ideale di un (malinteso) ‘universalismo culturale’ che i grandi musei (ovviamente occidentali) incarnerebbero e difenderebbero. Un dibattito che dovrebbe, per altro, interrogare anche l’Italia, troppo spesso concentrata solo sui propri (indubbiamente legittimi e reali) interessi di ‘esportatore involontario’ di antichità e opere d’arte, e purtroppo dimentica, invece, della pesante eredità del proprio, breve ma sanguinoso, passato coloniale.

Arianna Visconti

Arianna Visconti è è Professore Associato di Diritto penale commerciale nella Facoltà di Economia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

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