Il caos francese tra populismi e crisi dei media

Il caos francese tra populismi e crisi dei media

15.07.2023
di Serena Giusti

Le recenti drammatiche proteste che hanno sconvolto la Francia sono state riportate e interpretate, evidenziando cause e prospettando soluzioni molto diverse. Le proteste hanno infatti ingenerato una moltitudine di narrazioni strumentali agli obbiettivi politici di chi le ha prodotte e diffuse. Su un episodio in particolare, che già di per sé è stato inizialmente soggetto a manipolazione, è stata intessuta una trama con molti intrecci che hanno contribuito a consolidare la percezione che i fatti cessino rapidamente di esserlo nel momento in cui sono descritti, analizzati e trasmessi.

A Nanterre, periferia di Parigi, un giovane, Nahel M., di 17 anni di origine franco-algerina muore a causa di una pallottola alla testa sparata dalla polizia durante un controllo stradale in cui il giovane non si ferma. Due verità si fronteggiano. Subito dopo la morte del giovane, la polizia sostiene che l’automobile aveva cercato di investire i due agenti che effettuavano il controllo. Tale versione è sconfessata però dalle immagini di un video che celermente circola sui social media e dalle testimonianze di altri due giovani che erano a bordo del veicolo e che sono rimasti illesi.

L’uccisione di Nahel da parte di un poliziotto ha riportato al centro della politica francese la questione del razzismo e della marginalizzazione e della brutalità delle forze dell’ordine. Solo nel 2022 in Francia è stato registrato un numero record di 13 morti durante i controlli stradali. Nahel dunque non è né una fatalità né una eccezione.

A Parigi i giovani, soprattutto delle seconde e terze generazioni di migranti, si ribellano scendendo in strada e le proteste dilagano a Bordeaux, Lione, Tolosa, Marsiglia, Lille, Digione e Amiens. I manifestanti erigono barricate, danno alle fiamme automobili e cassonetti dell’immondizia, vandalizzano vetrine dei negozi, si scagliano contro scuole, municipi, e stazioni di polizia. Più di 2.000 auto sono state bruciate, più di 700 aziende danneggiate e più di 3.000 persone arrestate, con un’età media di 17 anni.

Il Ministero degli interni ha invitato tutti alla calma. Un invito rivolto non solo a chi ha protestato, ma anche alle parti politiche – estrema destra e sinistra – che, con le loro letture polarizzanti dei fatti, hanno cercato di mettere a frutto il disordine per screditare il governo e la presidenza e rafforzare il consenso intorno alle loro visioni sui migranti.

Il dibattito politico in Francia, così come negli altri Stati membri dell’Unione europea (Ue), è già condizionato dalla campagna elettorale per le elezioni del Parlamento europeo del 2024. In Olanda, la questione migratoria ha appena travolto uno dei primi ministri più longevi d’Europa, Mark Rutte. Il caos causato dalla morte di Nahel ha avuto riverberi in molti paesi della Ue dove appunto il dibattito tende a ricalcare la polarizzazione emersa in Francia.

Le destre sono a favore di un rafforzamento delle frontiere esterne europee attraverso anche rimpatri e respingimenti e paesi come Ungheria e Polonia sono contrari ad una redistribuzione delle quote dei nuovi arrivati. La stigmatizzazione delle rivolte francesi ha rafforzato le posizioni di chiusura propugnate dalle forze conservatrici.

Tuttavia, in Francia, il problema non è tanto legato a nuovi flussi quanto piuttosto alla disuguaglianza, la marginalizzazione e la discriminazione denunciata non da migranti, ma da cittadini francesi di origine araba. Le forze dell’ordine, accusate di ricorrere con troppa agevolezza a misure che implicano l’uso della forza, denunciano situazioni di difficoltà in cui operare sarebbe pericoloso per la loro stessa incolumità. In alcune banlieues, lo Stato sembra aver perso il controllo.

Le due prospettive – in cui entrambe le parti, giovani delle periferie e poliziotti, reclamano di essere vittime – sono state esacerbate da una raccolta fondi: per il poliziotto che ha sparato ci sono state donazioni per oltre un milione e mezzo di euro, mentre i soldi raccolti per il minorenne ucciso sono poco più di 200 mila euro.

Lo sbilanciamento a favore del poliziotto è stato interpretato come un chiaro posizionamento dei francesi a favore di una parte/fazione come se i donatori più che i magistrati possano decidere chi sia nel giusto e chi no. I sondaggi mostrano che più della metà dei votanti sceglierebbe un partito alle ali estreme dello spettro politico – uno tra il Rassemblement National di Le Pen (che raccoglie il 29% dei consensi) e la coalizione di sinistra radicale NUPES fondata da Mélenchon (che supera il 24%). Entrambe le formazioni oltrepassano quella di Macron, ferma al 23-24%.

Le formazioni politiche riconducibili a un pensiero collocato più a sinistra hanno elaborato una lettura dei fatti che va al di là di una questione di sicurezza, ponendo enfasi sul disagio sociale, la crescente disuguaglianza e la necessità di mettere a punto politiche attive di inclusione a partire dalle scuole. Nel caso francese è stato anche sottolineato il peso del passato coloniale, che ancora produce frustrazione e risentimento soprattutto in condizioni socio-economiche di svantaggio.

Mentre le interpretazioni sull’omicidio e sulle proteste hanno seguito gli schieramenti politici prevalenti, è mancata un’analisi in grado di restituire la complessità del caso francese ma anche le similitudini con processi in atto in altri paesi. La Francia negli ultimi anni è stata interessata da varie proteste, da quella dei gilets jaunes a quella degli oppositori della riforma sulle pensioni, ed è stata presa di mira dal terrorismo di matrice islamica. Questi sono eventi che necessiterebbero non di spiegazioni legate al momento ma di riflessioni ampie che tengano insieme più processi. Il tema del lavoro è sicuramente uno di quelli che per i giovani, sia di origine araba che non, è prioritario. L’abuso della forza da parte della polizia è un fenomeno diffuso in altri paesi europei e che ha avuto forte visibilità negli Stati Uniti, dando vita al movimento Black lives matter.

La polarizzazione politica ed un certo populismo tendono ad offuscare la complessità di certi tragici avvenimenti grazie anche a una stampa in crisi che difficilmente riesce a produrre servizi d’inchiesta e ai social media che esasperano le divisioni e i conflitti. La soluzione non è tuttavia quella, evocata da Macron, di bloccare alcune funzioni dei social media in determinate situazioni. L’ecosistema informativo è parte del sistema politico e viceversa.

Serena Giusti

Serena Giusti insegna Relazioni Internazionali presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed è Senior Associate Research Fellow presso ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale). È tra le fondatrici e membro dell’advisory board di Women in International Security Italy (WIIS). Ha lavorato per la Commissione Europea, l’UNICEF e l’OSCE e ha insegnato in diverse università tra Russia, Bielorussia, Ungheria e Kazakistan. L’ultimo libro è La disinformazione e la politica estera (Vita e Pensiero), n. 68 della collana ASERI diretta da Vittorio Emanuele Parsi.

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