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IL CRISTIANESIMO E L’EUROPA PLURALE

18.05.2019
di Franco Cardini

“Erano tempi belli, splendidi, quando l’Europa era un paese cristiano, quando un’unica Cristianità abitava questa parte del mondo plasmata in modo umano; un unico grande interesse comune univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale”.

Con queste parole si apre un saggio del poeta Novalis, pseudonimo del Freiherr Friedrich Leopold von Hardenberg, edito postumo solo parzialmente nel 1802 e che conobbe una storia testuale molto ingarbugliata e numerose edizioni fra loro discordi prima di accedere alla definitiva forma testuale solo nel 1880: noi lo conosciamo come Christenheit oder Europa ed è un elogio del “pieno medioevo” nel quale il papato sarebbe stato l’elemento centrale, equilibratore e rigeneratore del continente e della sua civiltà.

Il “pensiero unico” ancor oggi in auge, quanto meno a livello mediatico, non ama il concetto di “identità” e non vuol sentir parlare di “radici”. E’ impossibile dimenticare che il trattato che avrebbe dovuto condurre all’avvìo di una seria costruzione di unità politica dell’Europa attraverso una costituzione venne fatto fallire nei referendum francese e olandese del 2005. I paesi componenti l’Unione Europea, pur riconoscendo la tradizione greco-latina e l’eredità illuministica alla base dell’identità storico-culturale del nostro continente, non osavano – o consapevolmente rifiutavano – ammettere ch’era la Christianitas, la società civile informata della fede nel Cristo Salvatore, l’elemento fondante e il motore spirituale e culturale non quale il continente intero per lunghi secoli si era riconosciuto: almeno fino a quando un complesso processo avviato già dal XII secolo con l’affermarsi della “ragione naturale” e il successivo progressivo affrancarsi della filosofia, delle scienze e delle arti dalla teologia condusse, attraverso un’elaborazione durata nel complesso oltre mezzo millennio e caratterizzata anche da forti momenti di lacerazione, come la Riforma, all’affermarsi del “processo di secolarizzazione” e a un’Europa nuova, caratterizzata dai due valori complementari dell’individualismo e dell’antropocentrismo nonché del progressivo primato di economia, finanza e tecnologia.

Dalla Rivoluzione della Modernità scaturì la progressiva fine della Cristianità e il parallelo affermarsi dell’autonomia dell’essere umano di fronte al Divino. Tale Rivoluzione fu autenticamente ed esclusivamente caratteristica dell’Europa occidentale: il sentimento di autarchia dell’uomo che avverte di bastare a se stesso e di non riconoscere nulla e nessuno al di sopra di se stesso – come i re del XIV secolo, l’uomo del XVIII si sente superiorem non recognoscens. Quest’affermazione di autosufficienza, quindi appunto di autarchia umana, nasce nell’Occidente europeo e all’inizio di quella che noi definiamo appunto civiltà moderna. Da allora, Modernità e Occidente coincidono e s’identificano: Ragione e Progresso ne sono i connotati di fondo, che li informano e al tempo stesso li giustificano. Ed è l’Occidente-Modernità che parte (con le sue vele e i suoi cannoni, come avrebbe detto Carlo M. Cipolla) all’assalto di tutta l’ecumène fondando una “economia-mondo” giustificata dal generoso desiderio di far trionfare presso tutti gli uomini la sua superiorità religiosa, filosofica, culturale, estetica e tecnologica e dal crescente bisogno di progressivamente gestire tutte le materie prime e tutta la forza-lavoro presente nel pianeta al fine di perpetuare la sua dinamica caratterizzata da un indefinito ampliarsi dei processi di dominio e di produzione-profitto: al fine ultimo, pertanto, di una cancellazione concettuale del principio del limite.

E’ evidente che una civiltà del genere non poteva accettare di riconoscersi nell’identità cristiana e nelle sue radici: l’Europa moderna non è più il continente cristiano che ancora come tale veniva riconosciuto, nel 1648, all’atto della firma dei trattati di Westfalia i quali dinanzi al pericolo ottomano dichiaravano indispensabile la mutua inter Christianos tolerantia, vale a dire la cessazione del “gioco al massacro” tra cristiani e protestanti mentre il Turco avanzava. Poi, si è proposto con sempre maggior decisione di fare a meno di Dio nella nostra storia: dalla cattedrale parigina ridotta a Tempio della Dea Ragione dai giacobini sino al blasfemo “Paternostro del Sessantotto” recitato dagli studenti del Joli Mai: “Padre Nostro, che sei nei cieli: restaci”.

Eppure abbiamo veduto il 15 aprile 2018 come, dinanzi allo spettacolo terribile del rogo di Notre-Dame di Parigi così carico di significati archetipici e di presagi apocalittici, quella stessa società che quattordici anni prima, col referendum del 2004, aveva rifiutato di riconoscere in se stessa radici cristiane che l’avrebbero condotta a rivedere i suoi condizionamenti ideologici ben radicati ormai sull’illimitatezza e l’assolutezza dei diritti individuali, si sia immediatamente e si direbbe spontaneamente riconosciuta di nuovo nella centralità di quel simbolo che stava ardendo.

E’ evidente che la pluralità dell’Europa attuale è un valore irrinunziabile; e che esso si basa non già sul salad bowl e tanto meno sul melting pot di culture diverse e magari estranee e ricche di un passato di contrasto reciproco, bensì sul loro incontro e sulla loro compresenza e convivenza alla ricerca di un dialogo che ne renda possibile il reciproco vantaggio nel conseguimento di nuove sintesi. Ma è chiaro che questa pluralità non solo dovrà respingere le tentazioni di qualunque strategia assimilatrice, bensì abituarsi anche a rinunziare a quell’integrazione culturale che si muove nella pratica tentazione etnocida, cioè assassina delle culture, che non è mano grave di quella genocida che si esprime nella strage dei popoli. Il futuro dell’Europa sta nel riconoscimento della pluralità delle sue radici, quindi nella cultura delle differenze: che tuttavia non neghi una gerarchia d’importanza rispettiva a tutte le civiltà che a quella contemporanea hanno contribuito.

A un interlocutore che gli ricordava appunto l’importanza delle radici cristiane dell’Europa, il cardinale Martini rispose una volta che tuttavia, come sta scritto, “l’albero si riconosce ai suoi frutti”. Ma nei frutti secolarizzati dell’Europa del XXI secolo è impossibile non cogliere appunto quei valori “radicali” nel senso etimologico di tale termine. Secondo una leggenda diffusa tra i pellegrini medievali in Terrasanta, e non del tutto priva di fondamento pratico, tagliando a metà una banana si scorgeva che i filamenti interni che ne sostengono la polpa ripetono grossolanamente la forma di una croce: per questo si usava dire che la banana era l’antico “frutto dell’albero del bene e del male” di cui parla il Genesi.

Notre-Dame di Parigi è stata per noi, quell’angoscioso 15 aprile, come la banana per i pellegrini. Tra le immagini trasmesse dalla televisioni di tutto il mondo, quelle riprese dall’alto proiettavano sui nostri piccoli schermi l’immagine di un’immensa croce di fuoco: il segno, tremendo ma al tempo stesso magnifico, dell’anima bruciante e luminosa dell’Europa cristiana che resta viva sotto le ceneri e i detriti di un mondo secolarizzato.

Franco Cardini

Franco Cardini, storico e saggista italiano, ha insegnato Storia medievale all’Università di Firenze. Tra le sue ultime pubblicazioni: "Un uomo di nome Francesco" (2015); "I giorni del sacro. I riti e le feste del calendario dall'antichità a oggi" (2016).

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