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Il fumetto? Fonte naturale di biodiversità culturale

19.12.2020
di Matteo Stefanelli

Che i media possano sorprendere è naturale. Le “sorprese culturali” sono le pulsazioni di un ciclo senza sosta, quello tra standardizzazione e innovazione, che può toccare tanto singole opere quanto interi filoni produttivi. E il fumetto è un esempio perfetto di questi fenomeni: invisibile nell’Ottocento, massicciamente infantile nel primo Novecento, divisivo nel secondo Dopoguerra, poi piombato nella marginalizzazione sociale, oggi ha riconquistato una centralità che, per molti, sembra ancora una sorpresa.

Inutile ricordare la vera e propria dipendenza economica di Hollywood dai supereroi, all’insegna dell’intrattenimento (e di qualche premio Oscar, con Joker). Più utile, invece, osservare che negli ultimi anni anche il mondo dell’editoria ha trovato nel fumetto una – inaspettata? – risorsa per la propria esistenza post-digitale, grazie ad opere che sono arrivate letteralmente a dominare il panorama dei libri più venduti.

Stati Uniti, Francia, Italia. In tutti questi paesi, l’onda lunga del fumetto – nella ‘nuova’ veste longform dei graphic novel – è ormai talmente evidente nelle principali bestseller list internazionali da suonare come una definitiva (ri)conquista del proprio ruolo storico. Ovvero il ruolo di un medium anfibio che, nella sua sfacciata ambiguità (i fumetti si leggono? O si guardano? E se fossero anche da ‘toccare’?), sta rafforzando il peso specifico del visivo sulle antiche tecnologie della carta: se i libri resistono ancora alla pressione del digitale, è perché sono sempre più spesso libri “belli” sul piano grafico. Vedi: editoria illustrata, libri per bambini, strenne fotografiche. E fumetti, certo.

Nel 2020, per la seconda volta in due anni, in Italia il libro più venduto in alcune settimane (e mesi) è stato un fumetto. Non era mai accaduto, nella storia del Paese. Il successo di Zerocalcare con Scheletri e A babbo morto certifica la potenza di fuoco del processo di librarizzazione del fumetto italiano, e va letto in un quadro persino più ampio. Nell’arco degli ultimi mesi, nelle classifiche nazionali sono comparsi vari fumetti di produzione italiana: Bedelia e Andrà tutto bene di Leo Ortolani, Anestesia di Fumettibrutti, Tex: Dakotas di Gianluigi Bonelli e Giovani Ticci, o Le storie del mistero, il primo fumetto del gamer Lyon. Inoltre, molte serie di produzione giapponese hanno conquistato posizioni di vertice nella Narrativa straniera o nella Varia: Dragon Ball Super, Demon Slayer, Promised Neverland, My Hero Academia, Made in Abyss, One Piece, Tokyo Ghoul e altri.

Negli Stati Uniti tra i principali successi di vendita del 2020 – in grado di superare non solo i titoli di J.K. Rowling, ma anche bestseller annunciati come la biografia di Barack Obama – ci sono stati i graphic novel di Raina Telgemeier o lo spassoso fumetto per bambini Dog Man di Dav Pilkey. E in Francia, l’autunno 2020 è stato da record: mentre scrivo, sono ormai un paio di mesi che il podio dei libri più venduti è occupato, se non dominato, da fumetti (incluse settimane con 5 fumetti tra i 6 libri più venduti). Anche qua, non era mai accaduto prima: Asterix e il menhir d’oro, Adele Crudele, Lucky Luke, Les Légendaires, One Piece, Le Chat est parmi nous, Sapiens, L’arabo del futuro, Les vieux fourneaux, Dragon Ball Super, My Hero Academia

Che la selezione più influente al mondo del “meglio dell’anno” editoriale, proposta dal New York Times, includa qualche fumetto, non fa insomma più notizia. Salvo forse in Italia, dove i servizi di copertina dedicati dai principali newsmagazine a due fumettisti, Zerocalcare su l’Espresso e Josephine Signorelli su Sette, hanno suscitato qualche perplessità (social) da parte di sparuti lettori/giornalisti/professori ancorati ad una visione – potremmo dire persino pre-Ottocentesca – del rapporto fra narrazione, dimensione visiva, grafica e testo scritto.

In una dieta mediale sana, ovvero bilanciata fra approfondimento e leggerezza, racconto e informazione, contemplazione e intrattenimento, consumare un fumetto è un’opportunità che sempre più “lettori di libri” hanno re-imparato a concedersi. Con saggio disinteresse per le antiche contrapposizioni fra cultura alta e bassa. E con un senso del tempo che i non-lettori di fumetti non hanno forse ancora colto: in un ecosistema mediale in cui i confini tra parole, immagini e segni sono fluidi e al più temporanei, il linguaggio del fumetto è più naturale di quel che si poteva credere. Tu guarda, le sorprese.

Matteo Stefanelli

Nato a Milano, ricercatore e consulente. Insegna Linguaggi audiovisivi presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Cattolica, e Histoire de la bande dessinée italienne e Théories de la bande dessinée presso l’Ecole Européenne Supérieure de l’image di Angoulême. Ha scritto di fumetto per diverse testate e ha pubblicato "Fumetto! 150 anni di storie italiane" (con Gianni Bono, Rizzoli), "La bande dessinée: une médiaculture" (con Eric Maigret, Armand Colin), "Il Secolo del Corriere dei Piccoli" (con Fabio Gadducci, Rizzoli).

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