IL GIOCO DELLE REGOLE. LA TRANSIZIONE INFINITA DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO

IL GIOCO DELLE REGOLE. LA TRANSIZIONE INFINITA DEL SISTEMA POLITICO ITALIANO

10.09.2022

di Damiano Palano

Per la seconda volta, il prossimo 25 settembre gli italiani voteranno con il cosiddetto “Rosatellum”, il sistema elettorale “misto” varato dalle Camere nel novembre 2017 dopo la bocciatura della riforma costituzionale promossa dal governo di Matteo Renzi. Non diversamente da quanto era accaduto in precedenza per la “legge Calderoli” (più nota come “Porcellum”), anche il sistema vigente non gode di una buona reputazione. Non pochi tra i partiti impegnati nella campagna elettorale hanno infatti avuto modo di biasimarne gli effetti distorcenti. E d’altronde la componente “maggioritaria” del “Rosatellum”, rappresentata dai collegi uninominali in cui è suddiviso il territorio nazionale, avrà un’influenza cruciale nel determinare gli esiti della consultazione.

La storia delle regole...
Le polemiche sulle “regole del gioco” non sono certo una novità di questa campagna. Si può anzi dire che ci abbiano accompagnato quasi costantemente negli ultimi trent’anni.
L’Italia può d’altronde vantare il primato – forse non proprio invidiabile – di avere sperimentato quasi ogni sistema elettorale. Nel primo ventennio della storia unitaria, fino al 1882, fu adottato un sistema uninominale a doppio turno che prevedeva che nei 443 collegi si andasse al ballottaggio se nessuno dei candidati aveva ottenuto al primo turno almeno un terzo dei voti. Dal 1882 al 1892 fu introdotto un sistema a scrutinio di lista in collegi più ampi, in cui si assegnavano da due a cinque seggi. Nel 1892 fu adottato il maggioritario a doppio turno con scrutinio di lista. Nel 1913 fu notevolmente esteso il suffragio universale maschile e si introdussero i collegi uninominali. Nel 1919 si eliminarono le residue limitazioni al suffragio universale maschile e si adottò un sistema proporzionale con scrutinio di lista. Dopo la dittatura, oltre a raggiungere un pieno suffragio universale (femminile e maschile), si tornò a un sistema proporzionale quasi ‘puro’, che rimase in vigore fino alla fine della cosiddetta “Prima Repubblica” (con l’eccezione della correzione maggioritaria adottata nel 1953 ma subito accantonata). Per i quattro decenni successivi le “regole del gioco” non furono sostanzialmente toccate, mentre con la fine della cosiddetta “Prima Repubblica” iniziò un vero e proprio gioco delle regole, che non ha davvero paragoni con l’esperienza di altre democrazie consolidate.

Sull’onda della spinta referendaria, nel 1993 la “legge Mattarella” introdusse un sistema misto, che (con modalità differenti tra Camera e Senato) prevedeva che il 75% dei seggi fosse assegnato con un sistema maggioritario a turno unico in collegi uninominali, mentre per il restante 25% vigeva un sistema proporzionale. Nel dicembre 2005, la “legge Calderoli” reintrodusse un sistema proporzionale di lista (con soglie di sbarramento) e previde l’attribuzione di un premio di maggioranza per la coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di suffragi. Dopo essere stata adottata per le elezioni del 2006, del 2008 e del 2013, la legge fu dichiarata parzialmente incostituzionale dalla Consulta, che modificò la norma eliminando il premio di maggioranza. Nella versione modificata, la legge non fu però mai utilizzata, perché venne sostituita dal cosiddetto “Italicum”, la norma promossa dal governo Renzi con cui – in relazione anche alla proposta di abolizione del Senato – si introduceva per la Camera un sistema proporzionale con un premio di maggioranza (pari al 55% dei seggi) alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 40% dei voti, un eventuale ballottaggio (qualora al primo turno nessuna lista avesse superato il 40%) e una soglia di sbarramento al 3%. Nel 2017 la legge Rosato modificò ulteriormente il quadro, introducendo l’attuale sistema misto.

Il "Rosatellum" e l'instabilità delle coalizioni
Come quelli precedenti, anche l’attuale sistema ha una serie di limiti piuttosto evidenti.
Il più significativo è relativo al fatto che gli elettori non hanno la possibilità di esprimere un voto disgiunto tra quota proporzionale e quota maggioritaria. E al di là degli effetti complessivi sulla composizione del Parlamento, in questo modo viene notevolmente depotenziato uno dei meriti spesso attribuiti ai collegi uninominali: quello di porre agli elettori una scelta tra candidati in carne e ossa, e non tra simboli e proposte generali. Ma, a dispetto di tutti i difetti del “Rosatellum”, la lunga e tormentata vicenda della legislazione non può che ridimensionare ogni illusione sulle “virtù curative” dell’ingegneria elettorale.

Nella stagione referendaria, trent’anni fa, molti analisti confidavano che un meccanismo elettorale ben congegnato potesse “correggere” le anomalie di un sistema contrassegnato da un elevato numero di partiti, dall’instabilità degli esecutivi, dall’assenza di alternanza al potere e dalla presenza di opposizioni irresponsabili e anti-sistemiche. Dopo tre decenni, la lunga “transizione” verso una democrazia “maggioritaria” sembra invece ancora ben lontana dal concludersi. Nonostante tutti i cambiamenti a cui abbiamo assistito, il sistema politico italiano sembra anzi aver conservato molte delle sue storiche “anomalie”. La durata degli esecutivi, seppur con alcune eccezioni rilevanti, è rimasta piuttosto breve, nonostante le correzioni in senso maggioritario introdotte di volta in volta. Non soltanto il numero dei partiti è rimasto piuttosto elevato, ma il “bipolarismo frammentato” dopo le elezioni del 2013 è stato sostituito da un sistema tripolare strutturalmente instabile, che ha dato vita alle più differenti geometrie politiche. E il paradosso più sconcertante è forse costituito dalla sopravvivenza di quelle coalizioni che, un po’ per pigrizia, continuiamo a definire con le etichette di “centro-destra” e “centro-sinistra”. Trent’anni fa, si pensava che bipolarismo strutturato su due coalizioni alternative potesse rappresentare “la via italiana” a una democrazia maggioritaria. Ma se guardiamo all’interno di quelle coalizioni, è quasi scontato scoprire che i partiti che le compongono negli ultimi decenni hanno avuto posizioni quasi costantemente opposte e che pressoché tutti gli esecutivi dopo il 2011 sono nati mettendo in discussione proprio le coalizioni (e lacerandone l’unità interna). Tanto che – certo in modo provocatorio – si può persino vedere nella persistenza delle coalizioni una delle principali cause di instabilità del sistema politico italiano di oggi.

La transizione infinita verso la "Terza Repubblica"
Anche se rimane probabilmente opportuno rivedere l’attuale legislazione elettorale (specie dopo la riduzione del numero dei parlamentari), sarebbe ingenuo confidare ancora di poter trovare un perfetto punto di equilibrio tra rappresentatività e governabilità,
e dunque un sistema in grado al tempo stesso di garantire la rappresentanza delle principali istanze presenti nel Paese e la formazione di maggioranze coerenti e stabili. O quantomeno, sarebbe ingenuo ritenere che simili obiettivi possano essere raggiunti senza porre mano a una più ampia riforma costituzionale. Per evitare di rimanere prigionieri di categorie deformanti, sarebbe però anche necessario interrogarsi radici di quelle “anomalie” che hanno segnato l’interminabile transizione italiana. Ma forse sarebbe indispensabile riconoscere che la “transizione” verso un’Italia maggioritaria, in cui molti avevano riposto tante speranze, è clamorosamente fallita. E che la strada che conduce verso la “Terza Repubblica” passa anche dall’archiviazione di molte di quelle convinzioni che trent’anni fa indussero a vedere nelle leggi elettorali il rimedio “ortopedico” con cui trasformare l’Italia in un Paese “normale”.

Damiano Palano

Damiano Palano è Professore ordinario di Filosofia politica. Insegna presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Collabora alle pagine culturali del quotidiano «Avvenire» e fa parte del comitato di redazione della rivista "Vita e Pensiero".

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