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Il gusto della storia

09.03.2019
di Agostino Giovagnoli

“L’Europa sembra incamminata su una via che potrebbe portarla al congedo dalla storia”. Queste parole di Benedetto XVI erano riferite ad elementi della recente vicenda europea, come il declino demografico, e non alla storia come forma di conoscenza. Ma la storia come catena di eventi e la storia come narrazione dei medesimi sono strettamente legate tra loro. Il senso della storia come conoscenza dipende dal senso della storia come insieme dei fatti concreti. Ecco perché le parole di Benedetto XVI appaiono calzanti anche davanti all’abolizione della traccia di storia dall’esame di maturità. Si tratta di una decisione di portata limitata, ma che ha suscitato vive emozioni ed è apparsa simbolicamente molto rilevante. È sembrata infatti esprimere la volontà di eliminare la storia dalla scuola, anche se il ministro Bussetti ha chiarito che non è questa la sua intenzione. La volontà, cioè, di prendere congedo dalla conoscenza storica.

Ad aggravare le cose ha contribuito anche la giustificazione addotta dai funzionari del MIUR: negli ultimi anni, solo il 3% degli studenti ha scelto questa traccia. È un dato incontrovertibile ma inquietante. Assumerlo acriticamente per abolire la traccia di storia dall’esame di maturità sembra indicare che, ancora una volta, ha vinto il mercato, su un terreno però, quello dell’istruzione pubblica, che non dovrebbe obbedire alle logiche del mercato. L’Europa prende congedo dalla storia come forma di conoscenza che si apprende a scuola perché sta prendendo congedo dalle sfide che le pongono i grandi cambiamenti del nostro tempo, ripiegandosi su se stessa e accettando che il mondo vada verso un destino ignoto e minaccioso.

La storia – come visione della realtà intorno a noi e comprensione di ciò che stiamo vivendo – è un’invenzione molto europea. Le radici della parola storia vengono da un termine greco che significa vedere e l’idea della Storia – intesa come “singolare collettivo” e cioè come narrazione che abbraccia l’intera umanità – è di origine cristiana. Molte concezioni storiche occidentali, pur nella loro diversità, sono implicitamente modellate sulla storia biblica della salvezza. Indubbiamente quest’impostazione è stata pesantemente deformata in senso euro-centrico ed occidente-centrico. La storia insegnata nelle scuole è diventata prevalentemente quella delle diverse nazioni in cui veniva insegnata, proiettata verso l’affermazione del proprio paese, attraverso conflitti, spesso sanguinosi, con gli altri popoli. Oggi invece si va diffondendo un approccio diverso, quello della world history, che va accettato e sostenuto, rinnovando programmi e metodi di insegnamento. Ma non ci si può accontentare di un mero ampliamento di orizzonti. Giusto superare le storie nazionali, criticare l’euro-centrismo e l’occidente-centrismo, aprirsi alla conoscenza degli altri popoli e via dicendo. Ma non abbandonare l’aspirazione a una storia intesa come grande narrazione che abbraccia tutta l’umanità e la proietta verso il futuro. Non bisogna buttare via il bambino con l’acqua sporca.

È il problema del senso della storia in un mondo globale. Se oggi questa non è più di moda è perché sembra inutile. Non racconta più l’epopea vittoriosa del progresso guidato dall’Europa e dall’Occidente ma non racconta neppure un’altra epopea. Siamo sommersi dai fatti ma nessun racconto sembra in grado di legarli insieme. È una situazione da cui è possibile uscire solo tornando a cercare, ostinatamente, il senso della storia, anche se oggi si fa fatica a trovarlo. Ecco perché è sbagliato abolire la traccia di storia nel tema di maturità. È una piccola decisione che però trasmette un forte messaggio negativo: abbandoniamo la storia alla sua apparente frammentarietà, rinunciamo a chiederci chi siamo e dove stiamo andando, smettiamo di guardare a ciò che unisce uomini e donne di popoli, Stati e culture diverse. Cercare il filo della storia, infatti, significa affermare che ciò che ci unisce supera ciò che ci divide, che il nostro futuro è nella pace, che la strada è quella della fraternità umana.

Cominciamo dall’Europa, che molti descrivono oggi come una grande malata. E se la sua malattia fosse proprio quella indicata da Benedetto XVI: aver preso congedo dalla storia? Siamo sicuri che le narrazioni euro-scettiche, euro-pessimistiche o euro-fobiche, oggi tanto di moda, siano giuste? Di sicuro fanno molto male e probabilmente sono anche sbagliate. La malattia infatti non è in ciò che unisce l’Europa ma in ciò che la divide. È nei singoli paesi europei che si ripiegano su se stessi, mentre il mondo sta diventando sempre più globale. Certo, la globalizzazione crea effetti imprevisti e sconvolgenti, provoca crisi economiche e lacerazioni sociali, spaventa e disorienta. Rende incerto il senso della storia. Ma la risposta a tali questioni non è in un sovranismo che guarda indietro, che vorrebbe tornare a un mondo plasmato da una sovranità assoluta degli Stati nazionali ormai smarrita e oggi irraggiungibile anche per le grandi potenze. Non è in una Brexit basata sulla nostalgia di un impero britannico tramontato ormai da molti decenni. E così via. La risposta va cercata in avanti.

Va cercata, per esempio, in costruzioni sovranazionali che restituiscono agli Stati e ai popoli l’autodeterminazione erosa dal dominio dei mercati. Come l’Unione Europea. Che si può criticare e migliorare, ma che non si deve distruggere o peggiorare. Solo se un senso impresso dagli uomini tornerà a plasmare i fatti della storia, anche la storia come conoscenza ne ritroverà uno. Solo costruendo un futuro europeo, italiani, francesi, tedeschi ecc. possono trovare il senso del loro passato nazionale. Solo riprendendo uno sforzo comune, gli europei possono tornare a svolgere un ruolo importante nel mondo, non come potenza politica ed economica, ma come protagonisti di un cammino di unità tra popoli, Stati e culture differenti. Offriranno in questo modo una narrazione che dà senso non solo alla vicenda europea ma anche alla storia del mondo, perché fondata sulla comune umanità, aperta a un futuro condiviso, orientata verso un fine universale. Ritroveranno, cioè, quel gusto della storia che sembrano aver oggi perduto.

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra l’altro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: "Storia e globalizzazione", Roma-Bari 2003; "Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)", Roma 2005; "Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola", Bologna 2011.

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