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Il mito del potere

11.07.2020
di Francesco Mattesini

Perché una certa ingannevole sicurezza non chiuda gli occhi alle realtà che ci riguardano da vicino ci sembra non priva di validità l'iniziativa assunta da questo numero della nostra rivista di prendere in esame -anche se con spunti che invitano a più vaste e meditate riflessioni- alcuni aspetti della vita cattolica italiana espressa nella storia e nel contenuto ideologico di organismi politici o più strettamente religiosi o di documenti di sviluppo socio-culturali che contribuiscono, almeno all'esterno, a dare al nostro paese la definizione di cattolico.

Si tratta di avviare una specie di sollecitante e pur circoscritta riflessione sulla natura, sugli sviluppi e sugli effetti di una forma di potere quando questo caratterizza ormai da anni un movimento politico che da noi si è formato sulla base di un'organizzazione – l’Azione Cattolica- nata più per iniziativa e per esigenze operative ecclesiali e susseguentemente per una necessità di difesa dei valori cristiani entro strutture politiche, che per un travaglio ideologico di carattere civile e culturale.

A noi, in questa sede, il contesto del fascicolo può agevolmente proporre una riflessione sul significato del potere e sull'esercizio del medesimo. Per quanto un discorso siffatto può apparire vago o teorico, considerando lo stato attuale della nostra situazione politica, non è forse privo d'interesse richiamare, anche se per via molto indiretta e più sulla traccia di un semplice e personale ripensamento, l'attenzione su questo mito a cui l'uomo offre volentieri il suo ossequio.

Ancora perdura nel tempo l'eco di quella sentenza antica che ha segnato l'orientamento e i limiti di una saggia storiografia classica: «Di tutte le tristezze che affliggono l'umanità, la più amara è questa, che si debba avere di tante cose e controllo su nessuna», ma in genere non si accetta questa sapienziale convinzione che leggiamo in Erodoto, perché in essa si coglie «l'esempio tipico di un modo di vedere che periodicamente viene a turbare l'orgogliosa sicurezza e l'autocompiacimento dell'uomo (Niebuhr).

Accanto ad un mito che si crea, ce n'è un altro che ci sfugge. Il mito del potere, e, l'altro, delle cose e delle situazioni che ci posseggono proprio nello stesso tempo in cui crediamo di averle in pugno. L’uomo è più un possesso che un essere che possiede. Sono più le cose che egli si vede sfuggire di quelle che può possedere e dominare. E proprio per questa « fuga » di quanto vorrebbe in suo dominio, egli crea la religione del possesso e si costruisce il mito della potenza con cui sogna di assommare e di assoggettare idee, sentimenti, iniziative, energie che vivono in sé e negli altri, nella storia delle istituzioni e dei popoli. Il potere è questa capacità di « mettere in moto il reale ». L'uomo vi si unisce come alla parte più intima di se flesso, ne assume tutta l'energia per infonderla alle tensioni della sua situazione interiore, ai compiti delle sue azioni, agli orientamenti delle sue creazioni fino a farne la figura più prossima ad un esercizio di controllo su tutto il vasto orizzonte delle sue possibilità culturali e politiche, sociali e religiose. Il potere è un fenomeno dell'uomo, potremmo dire, è una delle sue vocazioni originali, perduta, ferita anch'essa; e ognuno di noi riaffatica per recuperarla integralmente mediante un esercizio pieno che nella sua radicale esigenza si scopre capace di « modificare la realtà delle cose, di determinare le loro condizioni e le loro reciproche relazioni» (Guardini).

Il potere perché fenomeno umano, prima di essere uso di potenza è disponibilità, prima di essere conquista, diffusione e dilatazione di forza è sempre azione, «istanza umana »: una persona ne assume la responsabilità. Non esiste potere di parte o di gruppo quando la responsabilità è affidata alla persona. Il potere non è una figura dell'irresponsabilità. Finché rimane tra gli uomini ragionevoli non ha niente a che vedere con la forza anonima o con quella bruta o con la necessità della legge di natura che uccide inconsapevole. Il potere non è diserzione morale, è atto umano e come tale rimane nel suo giusto ordine quando si rispettano i valori della persona, della libertà. Altrimenti è un pericolo, è immagine mitica della « perdizione ».

E gli antichi preferivano conoscere tutto anziché controllare tutto. Era meglio essere filosofo che essere tiranno. Al primo sfuggivano molte cose anche se ne sapeva di più. Il secondo teneva al potere e non alla conoscenza e tutti e due erano vinti da tristezza tragica.
È forse la stessa tristezza che invade questa età moderna onniscente e calamitata dalla forza mitica del potere, e pur cosciente che « il senso essenziale del mondo futuro sarà il domare lo stesso potere. La realizzazione di questo obiettivo vale prospettarla su scala internazionale e a livello di situazione politica nazionale. Lo sviluppo e il rafforzamento in tutta Europa dei partiti democratici non sembrano portare il discorso sul potere al grado di responsabilità di movimenti e di uomini che da anni si trovano alla nostra guida in nome degli ideali cristiani? e, per nulla inquieti, ma sicuri, riposano nella illusione della loro forza?

Non ha forse ancora valore l'affermazione coraggiosa di Mounier, fatta in prospettiva quasi profetica all'indomani della fine della guerra, e che vedeva già l'involuzione dei partiti democratici: per liberare il mondo cristiano dalle sue solidarietà reazionarie, per uno strano destino rischiano di diventarne l'estremo rifugio»?
È vero che la situazione storica italiana va considerata in tutta la sua drammatica complessità, a partire dalla sua unità nazionale, e che da questa considerazione l'insegnamento della storia giunge a giustificare l'attuale stato di cose e a salvarne la validità nel loro sviluppo in vista di una ulteriore maturazione democratica. Ma una tale conoscenza della nostra realtà politica non ci esime dalla responsabilità di rilevare con sincerità di analisi critica -che vada oltre ogni senso di velata o aperta demagogia- una certa ambiguità immanente nella situazione in etti si trova chi detiene il potere.

Il potere ad ogni costo può essere spesso frutto di una necessità storica, ma anche una debolezza politica nazionale, che si adatta abbastanza bene ad assumere la veste della prudenza con cui si cerca di dare un equilibrio stabile alle cose. Si fanno insistenti gli appelli all'unità all'interno di una vita politica di un partito che è al governo, e si dimentica che i principi cristiani, anche quando animano una forma di vita associata orientata al bene comune nella cosa pubblica, non si confondono mai con la timidezza sociale, con l'equilibrismo, proprio perché subordinano sempre il potere al bene comune, alla libertà di una maturazione politica e di una critica democratica costruttiva.

Già Péguy diceva: « è sempre la stessa cosa, attaccano l'imperatore di Turchia, perché è turco, non vogliono che si dica una parola del re di Romania perché è cristiano ». Le sollecitazioni nei confronti di chi detiene il potere, da qualunque parte vengano, è bene sempre accettarle e non respingere come attentati all'autorità o a una formula di governo.

Una dialettica, audace e intelligente, all'interno della vita politica nazionale e articolata nei suoi termini produttivi nel partito di maggioranza, è la garanzia della stessa libertà e il sicuro rimedio a qualsiasi tentativo che potrebbe sostituire « l'idea del sacro romano impero o della monarchia cristiana con una sacra democrazia» (Mounier).

Ogni acquiescenza di questo tipo blocca la carica ideologica e riduce a livello modestamente operativo anche il più valido e fermentante principio. L'ordinaria amministrazione se corrisponde a un piano di sviluppo quieto, senza scosse, non soddisfa l'esigenza di un potere veramente democratico che si vuole liberare dal « mito " o dal « comodo " per servire, in un'attenzione feconda d'idee e di fatti, il senso democratico di un ordine politico che si ispira al cristianesimo.

La spinta culturale e quella ideologica si devono incorporare nelle strutture sociali ed economiche e queste devono attingere contenuto e valore da quelle. Di qui la necessità di maggior intesa e collaborazione tra autentici centri di studio e organi operativi.

L'idea cristiana non travolge il mondo attraverso le forme che si adeguano al tempo e alla storia dei popoli, ma vi entra per vie indirette, vi si introduce impalpabile «a porte chiuse», si perde perfino di vista nella sua azione lievitante, si nasconde, si ritrae dal potere e vive e si diffonde per altre vie. Questo suo misterioso, efficace pellegrinaggio tra le cose pubbliche e le vicende temporali di una società o di una nazione, divide e unisce, avanza e non si cristallizza, si ritira da chi tenta monopolizzarlo, e riappare sempre nuovo e più vitale in forme e situazioni diverse. Agli uomini che lo vogliono bloccare dietro il velo di una utilità pubblica che poi è difesa di interesse particolare, sfugge anche se essi mantengono il potere e sempre lo avranno.

È proprio per essere pronti a questa possibilità di apprendere la lezione del cristianesimo quando questo con i suoi principi penetra le strutture della politica e delle organizzazioni temporali, che è bene parlare delle medesime, perché questo contributo di parola e di conoscenza condotto con rispetto alla storia e alla ricerca ci distolga dalla sicurezza ingannevole di un programma che si pensi già realizzato.


Francesco Mattesini

Francesco Mattesini, nato a Firenze nel 1928, presbitero dal 1952, è stato docente di letteratura italiana e di filologia dantesca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore e preside della Facoltà di lettere. È stato inoltre redattore della rivista Vita e Pensiero e collaboratore dell'Osservatore Romano. Nel 1996 è stato insiginot della Medaglia d'oro ai benemeriti della scienza e della cultura dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Si è spento a 91 anni nel giorno di Pasqua 2020.

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Il mito del potere
autore: Francesco Mattesini
formato: Articolo
€ 4,00

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