Il Pirata e il Campione

Il Pirata e il Campione

10.02.2024
di Aldo Grasso

Il 14 febbraio 2004 Marco Pantani viene ritrovato morto nel Residence Le Rose di Rimini. È il drammatico epilogo di una lunga tragedia, cominciata il 5 giugno 1999 a Madonna di Campiglio, quando era stato cacciato dal Giro d'Italia. Per questo, nessuno si meraviglia quando la morte del ciclista più amato degli ultimi decenni viene archiviata come decesso accidentale per overdose. Ma gli interrogativi che restano sono molti. Marco era schiavo della cocaina, “aveva perso il controllo della realtà”, ma la cocaina non rappresentava lo stadio successivo di una schiavitù da doping, non era la discesa che segue la salita.

Il fatto è che Pantani è morto più volte. È morto vent’anni fa, in una squallida stanza di un albergo. È morto quando gli organizzatori del Tour non lo degnarono nemmeno di un invito e lui sentì che il mondo stava per crollargli addosso. È morto quando fu appiedato senza riguardi a Madonna di Campiglio perché nel suo sangue erano stati trovati valori troppo alti di ematocrito. Il Giro d'Italia del 1999 doveva essere la cavalcata del suo definitivo trionfo e invece fu l'abisso.

Pantani era insieme un vincente e un perdente, un campione e un uomo fragile: «È morto dalla vergogna», hanno subito detto i suoi genitori. Nella convinzione di essere stato vittima di un complotto, Pantani non è più riuscito a liberarsi da un’ossessione: ma come, se lo fanno tutti, perché hanno castigato solo me? Così si è lasciato andare, si è infilato nel tunnel della tossicodipendenza, ha dilapidato un patrimonio. Sconfitto per aver perso l'orgoglio del campione e di sé medesimo.

In tutti questi anni ci siamo sempre confrontati con due Pantani: il campione sportivo e il campione della sfortuna, due fantasmi che hanno a lungo pedalato insieme, mescolati nel gruppo, indistinguibili. Nel Giro del 1997, ad esempio, abbiamo visto in volto la sfortuna, dea malefica, sadica e impietosa. L'abbiamo vista che si accaniva contro Pantani per stringerlo a sé nell'imperitura icona della scalogna. Era già successo altre volte che un nume irato si accanisse sull'eroe sventurato, un colpo insensato che schianta il guerriero risorto, il silenzio attonito che scende sul campo di battaglia. Nel Giro e nel Tour dell'anno successivo, invece, abbiamo solo ammirato il grande campione. Un uomo solo al comando e noi con lui. Nolenti o volenti, è come se fossimo stati trascinati nella scia del vincitore, dell’eroe della strada, del nuovo idolo mediatico. Con l’accoppiata Giro e Tour, Marco Pantani era entrato nella leggenda del ciclismo e insieme nella mitologia moderna. Non appena la strada si impennava e diventava metafora concreta della durezza della vita, della sofferenza, della fatica bestiale, il “sangue romagnolo” si alzava sui pedali e “faceva selezione”, come dicono gli esperti. Con una facilità che impressiona, con una naturalezza che mette i brividi: come sul Galibier, come sulle Deux Alpes.

Dopo la confessione pubblica davanti alle telecamere di Oprah Winfrey, dopo la clamorosa revoca delle vittorie al Tour de France, dopo la radiazione sappiamo che Lance Armstrong, con la connivenza anche di organismi ufficiali, era molto più compromesso di Pantani. Il Pirata si sentiva solo e tradito dall'ambiente, nonostante i tifosi fossero pronti ad accorrere a ogni suo accenno di ripresa.

La memoria torna a una delle ultime grandi vittorie di Marco Pantani. Era il 13 luglio 2000 e il Pirata affrontava il Mont Ventoux, la montagna maledetta. A rivedere oggi quelle immagini si scorge Lance pedalare lieve, come in stato di grazia, mentre Marco mulina le gambe stanche con la forza della volontà, con l’anelito del riscatto, con la voglia di rinascere. In vetta, il telecronista urla: «Armstrong da grande campione lascia tagliare il traguardo a Pantani».

Poi fra i due inizia una polemica, corrono offese. Armstrong si vanta di averlo lasciato vincere, Pantani cerca di rispondergli con un’impresa eroica che però gli si rivolterà contro, costringendolo al ritiro. Non solo dal Tour.

Di solito scopriamo che l'inferno sono gli altri (la società, le regole, l'omertà di certi ambienti, l'ingiustizia mascherata da equità, il così fan tutti) quando ci siamo caduti, nell'inferno. Questa è stata la grande sorpresa di Marco.

Se gli vogliamo ancora bene, se vogliamo ancora bene al ciclismo, allo sport dobbiamo aver il coraggio di prendere alla lettera le parole che ha vergato prima di lasciarci. Parole a volte sconnesse ma piene di autenticità: «Ma andate a vedere cosa è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo a la torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo che si infrangono con droghe ma dopo la mia vita di sportivo e se un po’ di umanità farà capire e chiedere cosa ti fa sperare che con uno sbaglio vero, si capisce e si batte per chi ti sta dando il cuore questo documento è verità e la mia speranza è che un uomo vero o donna legga e si ponga in difesa di chi come si deve dire al mondo regole per sportivi, uguali e non falso mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare».

Pantani entra nel mito proprio perché il mito è fatto di storie che si rincorrono, alcune delle quali opposte fra loro e incompatibili con le altre. Ma nessuna storia del mito può essere amputata perché anche noi, senza saperlo, facciamo parte di una di quelle storie che faticosamente stiamo raccontando.

Aldo Grasso

Aldo Grasso è professore ordinario di Storia della radio e della televisione presso l’Università Cattolica di Milano. Dal 2008 è direttore scientifico di Ce.R.T.A. (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi) dell’Università Cattolica.
Dal 1990 è critico televisivo ed editorialista per il «Corriere della sera». Ha diretto i programmi radiofonici della Rai nella stagione ricordata come “dei professori” (1993-1994).
Ha condotto alcuni programmi televisivi e radiofonici, tra cui un’edizione di Tuttilibri e la fortunata serie A video spento, che ha inaugurato la critica televisiva alla radio.

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