IL RISCHIO DELLA MEMORIA FRAGILE

IL RISCHIO DELLA MEMORIA FRAGILE

14.01.2023
di Ivano Dionigi

Due “Barbari”, ormai da tempo, mettono in gioco il nostro destino individuale e collettivo: la rivoluzione sociale dei nuovi popoli che arrivano, spinti dalla guerra, dalla fame e dalla persecuzione; e la rivoluzione tecnologica che, col web istantaneo e planetario, dilata la dimensione dello spazio e sacrifica quella del tempo. Due protagonisti che, oltre a decretare la fine della centralità e del primato dell’Occidente, ci consegnano un mondo eccentrico, senza centro, e ametrico, senza misura, e mettono in discussione le nostre identità consolidate e rassicuranti, e soprattutto infragiliscono la nostra capacità di ricordare: “riportare (re-) alla mente (cor)” ciò che è stato.

Costeggiata dagli storici, cantata dai poeti, indagata dagli psicanalisti e dai neuroscienziati, la memoria (Mnemosyne, suo nome greco, era la dea che in nove notti d’amore in unione con Giove ha generato le nove Muse) è dimensione costitutiva tanto di una comunità, di un popolo, di una nazione quanto del singolo individuo, della persona, dell’interiorità e dell’identità di ciascuno di noi. Se il termine greco per dire “verità” è alétheia, cioè “assenza (a-) di oblio (léthe), disvelamento”, questo significa che tra “memoria” e “verità” c’è un rapporto diretto e originario. Per questo, dall’antichità ai nostri giorni, ci si è preoccupati di soffocare i contenuti sovversivi della memoria, come testimoniano Indici, damnationes memoriae, roghi dei libri e soprattutto degli uomini.

Alla memoria Agostino dedica una sublime riflessione nelle Confessioni (10, 8, 12 sgg.): definita ora “forziere” (thesaurus memoriae), ora distesa di “praterie” (campi memoriae), ora “immenso palazzo” (lata praetoria memoriae; aula ingens memoriae meae). Luogo intimo, quello della memoria, “luogo non luogo” (locus non locus), infinito e misterioso, in cui il pensiero può perdersi ma anche ritrovarsi nel conforto e nella rielaborazione dei ricordi: aumentandoli (augendo), diminuendoli (minuendo) o comunque variandoli (variando). Ad Agostino farà eco Italo Svevo: «Il passato è sempre nuovo […]. Il presente dirige il passato come un direttore d’orchestra i suoi sonatori» (La morte, da Racconti e scritti autobiografici).
«Uomini del momento» (Chateaubriand), «servitori della moda» (Nietzsche), «provinciali di tempo» (Eliot), impigliati nell’immensa rete del mondo (www), bulimici di spazio, abbiamo messo all’angolo e mortificato il tempo. Giganti e planetari per il web, nani e provinciali per il tempo, siamo assediati e saturati da un perenne presente, dall’«l’Inferno dell’Uguale» (Byung-Chul Han): un gas nervino per i nostri ragazzi, ai quali abbiamo delittuosamente staccato la spina della storia. Far coabitare il notum con il novum: vale a dire la tradizione, la storia, il passato con l’inaudito, il mai sperimentato, il mai pensato; le risposte dei padri con le domande dei figli. E tendere i fili tra la memoria dei trapassati e il progetto per i nascituri. Vigili sentinelle nei confronti dell’inatteso che irrompe nella storia. Si chiama futuro: participio del verbo essere che, come insegna la grammatica, indica non solo imminenza e intenzione ma anche destinazione.

La memoria precede ed eccede la commemorazione: destinata a rendere novum il notum e a scoprire il kairós nel chrónos, non si accontenta delle risposte chiuse e definitive della cultura scritta, ma – come direbbe Socrate – invoca il discorso interrogante, vivente e animato del dialogo; resistente e irriducibile alle scadenze e alla periodicità del calendario, allo schema dei riti, all’anonimato dei fenomeni collettivi, la memoria si alimenta di legami duraturi, di dimensione interiore, di responsabilità personale.

Ci sono momenti della storia in cui ricordare non è solo un imperativo categorico ma anche una forma estrema di resistenza. Penso ai «libri viventi» (George Steiner) nei campi di concentramento, rabbini che recitano a memoria agli sventurati compagni di prigionia, che a loro volta li ripetevano ad altri, i passi del Talmud e della Torah come sollievo e speranza; penso agli intellettuali di Fahrenheit 451, «vagabondi di fuori e biblioteche dentro», i quali ripetono a memoria, gli uni agli altri, i loro libri preferiti, che nessuna dittatura potrà controllare e bruciare: «Quando ci chiederanno cosa facciamo, dobbiamo rispondere: Noi ricordiamo. È così che vinceremo, alla fine».

«Nulla nell’uomo è più fragile della memoria»: mai come oggi rischiamo di scontare la verità di questa sentenza di Plinio (Storia naturale 7, 90 nec aliud est aeque fragile in homine). Ora tutto è evento e qualsiasi notizia, dai neonati affogati nel Mediterraneo al gattino salvato dai pompieri, passa in poche ore dalla home page al cestino: cosa registrare e conservare? La rivoluzione digitale e il web garantiranno la memoria di ciò che sta accadendo? Ora che i consumatori sono diventati anche produttori di notizie e i destinatari coincidono con i mittenti, chi decide cosa archiviare e tramandare?

Ivano Dionigi

Ivano Dionigi è Professore Emerito dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, di cui è stato Magnifico Rettore dal 2009 al 2015.

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