IL TRAUMA COLLETTIVO

IL TRAUMA COLLETTIVO

24.10.2020
di Eugenio Borgna

Cosa è avvenuto in questi mesi di profondo cambiamento della nostra vita con il nascere e con il dilagare della pandemia? Vorrei dire che alla genesi di quello che è ancora oggi un trauma collettivo abbiano concorso due cose: l'isolamento in casa, in casa di riposo, e in ospedale, e la paura, la paura del contagio, e la paura della morte. La violenza e la rapidità di diffusione della pandemia sono state tali da non consentire immediate modalità di prevenzione e di cura, che ne avrebbero limitate le conseguenze, e che, almeno nelle prime settimane di pandemia, sono state talora considerate inutili. Solo nel momento, in cui le televisioni e i giornali ci hanno fatto conoscere le immagini strazianti di persone, e non solo anziane, che morivano in una desertica solitudine, si è avuta la drammatica percezione della presenza di una malattia sconosciuta nella sua origine, imprevedibile nella sua evoluzione, e mortale. Sono improvvisamente cambiate le nostre abituali forme di comportamento, non essendo consentite nemmeno quelle più semplici e più gentili: come stringersi la mano, dare una carezza, avvicinarsi ad una persona amata, o amica. 

La prima dimensione di quello, che è ancora oggi un trauma collettivo, è stata l'isolamento. Le sue conseguenze psicologiche sono state molto meno evidenti in chi sia stato incline al dialogo interiore e alla riflessione, alla meditazione e al raccoglimento, al silenzio e alla preghiera, che hanno dato un senso alla perdita delle relazioni sociali, alle quali è andata incontro la nostra vita. 

Certo, nel modo di confrontarsi con il malessere, che è stato causato dall'isolamento, sono stati importanti (anche) l'età, e i luoghi, in cui si viveva: in grandi città, nelle loro periferie in particolare, o in piccole città, in case dagli spazi ampi, o in case dagli spazi angusti, che non consentivano riservatezza, e autonomia di comportamento. 

Le settimane, in cui siamo stati in isolamento, possono esserci state di aiuto nel conoscere meglio la nostra vita interiore, i suoi limiti e i suoi confini, le nostre fragilità e la nostra sensibilità; ma possono essere state sorgente di angoscia, e di disperazione, di nostalgia, e di memoria del cuore, inaridendo le nostre attese e le nostre speranze, e creando le radici di un trauma collettivo che non si è spento nemmeno quando la pandemia è sembrata diminuire di intensità. 

La seconda dimensione del trauma collettivo è stata quella della paura, della paura del contagio, e della paura della morte, che è scesa in noi. La morte si accompagna alla nostra vita in mille dolorose circostanze: la morte naturale, la morte causata dalle malattie, e dagli incidenti, la morte volontaria; e ogni volta siamo chiamati a prenderne coscienza, sia pure nel dolore, nella disperazione, nella rassegnazione e nella preghiera. La morte, che gli schermi della televisione ci hanno fatto conoscere nelle settimane della più alta pandemia, è stata invece una morte lacerata nella sua dignità, e nella sua riservatezza, una morte slabbrata e reificata, una morte che giungeva non di rado in una condizione di atroce isolamento. Il silenzio della morte, la solitudine della morte, la dignità e la pietas della morte, non erano più presenti nelle immagini che scorrevano sugli schermi della televisione: l'umano torturato e sfregiato da qualcosa di radicalmente estraneo al senso della morte che è l'altra immagine della vita: come diceva Rainer Maria Rilke. 

Cosa sopravive oggi del trauma collettivo che nei primi mesi dell'anno dilagava nella nostra vita? L'isolamento lascerà in alcuni di noi tracce di ansia e di depressione, destinate nondimeno ad essere a mano a mano dimenticate, se la pandemia non rinascerà dalle sue braci; e l'angoscia della morte, di una morte così straziante, come quella che abbiamo conosciuta nella sua presenza e nella sua frequenza, non sarà lentamente dimenticata se non quando i contagi saranno divenuti insignificanti. Il pericolo di contagio è nondimeno ancora molto alto, e il compito, al quale siamo ovviamente tutti tenuti, è quello di seguire con estremo rigore le norme di comportamento, che ci sono imposte, senza nondimeno divenire prigionieri di un trauma collettivo, che ci renda estranei alla amicizia e alla solidarietà, alla accoglienza e alla ospitalità, alla gentilezza e alla tenerezza, e alla speranza. 

La speranza è sembrata naufragare sugli scogli della solitudine, dell'angoscia, e della disperazione, che in queste settimane scendevano nei nostri cuori; ma dalla disperazione, come dice Georges Bernanos, non può forse germogliare una nuova speranza che come un ponte mette in contatto la nostra speranza con quella di chi la abbia perduta?

Eugenio Borgna

Eugenio Borgna è primario emerito di Psichiatria dell’Ospedale Maggiore di Novara e libero docente in Clinica delle malattie nervose e mentali presso l’Università degli Studi di Milano.

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