Insegnare agli studenti l’uscita dalle grotte

Insegnare agli studenti l’uscita dalle grotte

28.05.2022
di Luca Pesenti

Un anno accademico volge al termine. È il tempo giusto per lasciarsi interrogare dall’esperienza vissuta. Si guarda al prossimo anno, probabilmente meno incerto dei guardinghi ultimi tre segnati (per fortuna in modo decrescente) dalla pandemia. Si discute, in particolare, delle “dosi” giuste di tecnologia da affiancare alle modalità tradizionali della didattica: mantenere il dual mode, permettendo dunque di fruire anche da casa contenuti erogati dai docenti in aula? Oppure tornare alla presenza pura, concedendo al più la registrazione da “consumare” in modo asincrono? Sono interrogativi importanti, dietro ai quali si nasconde un tema più rilevante: che cosa vuol dire, oggi, vivere l’Università? E quale compito debbono avere i docenti, tradizionali detentori dei saperi che gli Atenei propongono ai propri studenti? C’è insomma in gioco il significato stesso dell’Università, rispetto a cui sembrano confrontarsi due approcci.

Un primo approccio, “efficientista”, prefigura un’Accademia sempre più al servizio del mondo del lavoro, premiando carriere studentesche rapide e “prestazionali”, e al contempo premia le progressioni di carriera dei docenti correlandole esclusivamente alle pubblicazioni. Si tratta di un modello che ha molti estimatori, non poche virtù (come ad esempio quella di stimolare un miglioramento nella qualità della ricerca), ma anche qualche controindicazione. La principale, come ha scritto in un vibrante articolo sul quotidiano “Avvenire” il 19 maggio l’economista Gustavo Piga, è la tentazione di “scrollarci di dosso la rilevanza della didattica e dell’istruzione come pilastro della missione universitaria, riorientando carriere e incentivi del personale [docente] di fatto alla sola capacità di pubblicare”. In questo modello gli studenti tendono a “scomparire” dai radar dei docenti, proprio nel momento in cui la pandemia li ha fisicamente distolti dalle aule universitarie: dapprima perché costretti, in seguito perché tecnologicamente “sedotti” da quella “società comoda”  che con la pandemia ha vissuto un’accelerazione esponenziale. L’esperienza di molti docenti evidenzia come troppi studenti, chiusi nelle loro “grotte” (dove trovano “alienazione e depressione”, secondo Piga), effettivamente siano mancati all’appello anche in quest’ultimo anno accademico. Regolarmente iscritti ma non partecipanti. Si sono persi qualcosa? La risposta non può che essere affermativa. Si sono persi occasioni di incontro, di costruzione di legami, di interlocuzione con i docenti. Ma anche la formativa fatica necessaria per integrarsi in un gruppo di lavoro o di presentare propri elaborati davanti a persone e non a freddi schermi.

Ecco allora che nella discussione sulla futura “Università ibrida”, come la definisce ancora Piga, è utile ricordare l’esistenza di un secondo approccio all’Università, che possiamo definire “relazionale”: un’Accademia sempre più aperta al mondo, ma preoccupata tanto della dimensione performativa quanto della “fioritura” dell’umano in tutte le sue componenti. Relazionale perché emergente dalle relazioni tra docenti e studenti, dai rapporti, dall’azione vivificante delle associazioni studentesche.

Nonostante tutte le restrizioni, molti tra i docenti ne hanno fatto esperienza anche in questi anni travagliati. Trovandosi spesso a raccogliere le domande, le fragilità, le speranze di quella parte di generazione che non si rassegna all’invisibilità di una scomparsa annunciata, ma continua a frequentare i chiostri, le aule, le biblioteche. Rendendosi conto, proprio dentro queste relazioni, che nella società del rischio l’imprevisto non è sempre un nemico da cui difendersi, ma un’occasione di novità, trasformazione, incontro.

Nelle parole di Massimo Recalcati, contenute ne L’ora di lezione (Einaudi, 2014), «la Scuola-Telemaco [potremmo dire: l’Università-Telemaco, ndr] restituisce valore alla differenza generazionale e alla funzione dell'insegnante come figura centrale nel processo di 'umanizzazione della vita'». Questo tipo di Università, ovvero quella che abbiamo definito come “relazionale”, è allora un’Università che insieme alla ricerca dell’eccellenza scientifica rende possibile anche un nuovo e indispensabile patto tra le generazioni, fondato sulla figura di un docente coinvolto e raggiungibile. Un docente che, smessi gli abiti austeri e un po’ retrò dell’intellettuale puro, non tradisce se stesso in una perenne corsa performativa o in una meccanica ripetizione di concetti e saperi freddi, bensì diventa “testimone”, ovvero un soggetto impegnato con la propria vita e il proprio lavoro nello sforzo rigenerante di chi non “possiede” la verità, ma insieme agli studenti è in cammino, come Telemaco alla ricerca del padre. E proprio in questo cammino di conoscenza, affettiva e coinvolta nel mondo, dunque autenticamente e pienamente umana, può così ri-consegnare un’eredità a una generazione di “diseredati”, come li ha efficacemente definiti François-Xavier Bellamy in un suo bel libro da riprendere in mano. 

Luca Pesenti

Luca Pesenti è professore di Sociologia in Università Cattolica, dove insegna Organizzazione e Capitale Umano. Nello stesso Ateneo è direttore scientifico dell’Executive Master Terzo settore e Impresa Sociale (EMTeSIS) di ALTIS e membro del Centro di Ricerca WWELL (Welfare Work Enterprise Life Long Learning). Fa parte della Commissione sul lavoro agile della PA al Ministero della Funzione Pubblica. Svolge attività di ricerca e consulenza per organizzazioni non profit, azien­de e pubbliche amministrazioni.

Guarda tutti gli articoli scritti da Luca Pesenti
 

Array
(
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [fattura_obbligatoria] => 1
    [fuori_servizio] => 0
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Ultimo fascicolo

Anno: 2022 - n. 4

Iscriviti a VP Plus+

* campi obbligatori

In evidenza

La leggerezza di Calvino e la guerra dello schwa
Formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2022 - 4
Anno: 2022
Anche il linguaggio sta subendo la legge del politicamente corretto. Un processo che trova il suo impianto teoretico nelle Lezioni americane. Come nella cancel culture, per salvaguardare le minoranze in nome dell’inclusività si ripropongono nuove intolleranze.
Gratis

Inserire il codice per attivare il servizio.