JFK e il valore alto della politica

JFK e il valore alto della politica

18.11.2023
di Paolo Colombo

Cosa resta dell’operato di John Fitzgerald Kennedy? La domanda ricorre da decenni con regolarità in fondo sorprendente eppure già di per sé emblematica: come se ci si dovesse continuamente dar ragione di una presenza che col tempo si rafforza invece che affievolirsi.

Ricorre quest’anno il 60° anniversario della morte del più giovane presidente della storia statunitense e con largo anticipo sulla data sono ancora emerse nuove voci relative alla controversa vicenda del suo assassinio, che poco o nulla hanno in realtà aggiunto al desiderio di maggior chiarezza sui fatti accaduti a Dallas il 22 novembre del 1963. Paul Landis, un agente dei Servizi Segreti quel giorno al seguito della decapottabile del presidente, ha pubblicato il 10 ottobre scorso un libro di memorie dal titolo molto catching, The Final Witness (L’ultimo testimone) la cui anteprima era già stata data in pasto alla stampa di tutto il mondo a settembre per il lancio del volume.

Landis, ormai 88enne, dichiara di aver udito tre colpi e non due (come sostiene la versione ufficiale) e di aver raccolto personalmente sul sedile dell’auto presidenziale la “magic bullet”, la pallottola che, secondo le ricostruzioni ufficiali, avrebbe magicamente colpito con un astruso percorso sia Kennedy sia il governatore del Texas John Connelly fugando così i dubbi su come potessero corrispondere due soli colpi di fucile al numero di ferite causati. Landis avrebbe poi posato il proiettile in questione sulla barella di Kennedy e non su quella di Connelly dove, agli atti, risulta invece esser stata trovata: tutta una serie di conclusioni ne verrebbe messa in discussione.

Ora: a parte il fatto che molti commentatori si sono affrettati a mostrare come la nuova versione dell’anziano agente faccia acqua da non poche parti, risulta evidente che essa porta in gioco dettagli, magari non irrilevanti, ma che paiono lontani dal risultare particolarmente rivelatori.

Ciò che semmai rivela questa ennesima versione del Murder most foul (come lo chiama Bob Dylan, citando Shakespeare, in una sua struggente ballata del 2020) è il desiderio collettivo di rivivere continuativamente il mito della tragica parabola kennediana.

Questo, a mio parere, è il punto: il mito. Se i miti sono le grandi narrazioni che danno ragione della convivenza degli esseri umani all’interno di comunità che condividono una visione del mondo e il senso storico della propria cultura, ben si comprende perché JFK sia conficcato al centro di una costruzione mitica che contribuisce a fondare la politica occidentale contemporanea.

Si badi bene: niente di tutto questo dovrebbe restituire un’immagine ‘santificata’ del re della nuova Camelot (come venne definito – probabilmente sulla spinta di una intuizione della First Lady Jacqueline – il circolo di uomini politici e intellettuali che ruotava attorno ai due fratelli Kennedy, John e Bob). Non sono le qualità interiori e più profonde dell’uomo Kennedy a entrare in gioco: se ne può discutere, naturalmente, a favore o contro, ma non serve qui farlo.

Sono le sue doti politiche che rilevano, e una in particolare: la capacità di incarnare nella propria persona ma ancor più nelle proprie parole (e nel modo di pronunciarle) lo spirito del tempo.

John Kennedy seppe navigare destreggiandosi tra i forti venti che battevano il mare tempestoso eppur appassionante della politica del dopoguerra: giovanilismo, pacifismo, speranza di cambiamento, ricerca di “nuove frontiere” che dessero senso all’esistenza di una generazione nel suo complesso così come dei singoli individui che la componevano. Gli uomini del suo entourage (il fratello Bob avrebbe avuto in ciò un ruolo tutt’altro che irrilevante) seppero trovare le parole per dire quella temperie storica e lui seppe farle proprie in maniera credibile, incarnandole nel proprio personaggio: non importa granché, in questa sede, se le adottò anche nel proprio intimo e a guida del suo agire privato e personale. I suoi discorsi e la sua presenza pubblica rimangono indimenticabili e ci rammentano qualcosa che stiamo sempre più dimenticando: che in politica dovrebbe esistere un uso alto della parola, quello che gli antichi ritenevano innervato addirittura di sacralità.

Se è del valore storico dell’uomo politico che stiamo parlando, valore destinato a conservarsi pressoché inossidabile al trascorrere dei decenni, fu quindi soprattutto grazie a questo che Kennedy si fece simbolo, e mito, di un tempo a proprio modo irripetibile: saper dare corpo al valore alto ed emotivamente leggendario della politica. Né la sua morte improvvisa, violenta e sotto gli occhi di tutti, rituale anch’essa nei suoi toni tragici, fu irrilevante, avendo avuto la conseguenza di consegnarlo forever young, giovane per sempre, e assai più innocente di quel che realmente era (come avviene a tutti gli “agnelli sacrificali”, così lo definisce sempre Dylan) a una memoria planetaria commossa e dunque istintivamente disposta all’indulgenza.

Il più giovane presidente degli Stati Uniti.

Basta davvero poco per percepire la differenza abissale che si è scavata in un sessantennio fra il piglio con il quale il quarantenne John Fitzgerald Kennedy cavalcava la tigre dei ruggenti Sixties e i passettini incerti con i quali l’ottantenne Joe Biden sale insicuro la scaletta dell’Air Force One per arrancare dietro le incalzanti inquietudini dei nostri anni.

Vogliamo un’unità di misura per la nostalgia che finisce così frequentemente per ammantare la memoria della fiabesca Camelot kennediana? Pensiamo ai due anni di pandemia mondiale che abbiamo appena attraversato e cerchiamo di ricordare quale leader sia stato capace di trovare parole alte per accompagnare un’umanità disorientata e impaurita attraverso il dramma che si trovava di fronte: probabile che ci si affaccerà alla mente un vuoto desolante.

Nessuno ha saputo ricoprire il ruolo di guida, tutti hanno perso un’occasione epocale di passare alla storia (o anche solo di guadagnarsi un credito simbolico che si sarebbero potuti spendere per anni e anni).

Ricordiamolo, quel vuoto. Osserviamolo con attenzione: ha molto da dirci.

Paolo Colombo

Paolo Colombo è professore ordinario di Storia delle istituzioni politiche nella Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna anche Storia contemporanea. Da anni lavora sul rapporto tra Storia e narrazione e, insieme a Chiara Continisio, organizza in luoghi d’ec­cellenza milanesi (come la Basilica di Santa Maria delle Grazie, il Museo Diocesano, il Teatro Litta, il Teatro Ariberto, il Teatro Carcano, ecc.) «Storiaenarrazione», cicli di lezioni aperte al pubblico il cui successo è andato in continuo crescendo. Autore di nu­merosi saggi e monografie, collabora regolar­mente con RaiStoria e Rai3, ha scritto articoli per «La Gazzetta dello Sport» e pubblicato ro­manzi per ragazzi per «Il Battello a Vapore» di Piemme Editore. Nel 2020 è uscito per Vita e Pensiero con "History Telling. Esperimenti di storia narrata".

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