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LA COPPIA ALLA PROVA DELLA PANDEMIA, TRA FATICA E SPERANZA

13.03.2021
di Sara Mazzucchelli e Claudia Manzi

Nei social proprio in questi giorni si menziona questo “anniversario”: la famosa frase “andrà tutto bene”, che ci ha accompagnato durante il primo lockdown, compie un anno. A distanza di tempo, di nuovo alle prese con restrizioni, l’incubo della DAD per tutti gli ordini di scuola e una terza ondata che sembra alle porte, viene da chiedersi cosa rimanga di vero in questa frase. È possibile ancora oggi guardare al futuro con speranza?

Usiamo non a caso questa parola, e non il termine ottimismo, che pare rimandare ad un tratto individuale: la capacità di vedere anche nelle più avverse situazioni il lato positivo. La speranza, invece, è una certezza nel futuro in forza di una realtà presente, diceva anni fa don Luigi Giussani, per lunghi anni insegnante di teologia presso la nostra Università.

In questo presente, ancora molto sfidante, complesso e per molti versi precario, che speranza possiamo nutrire nel futuro? Su cosa può fondarsi questa speranza di bene?

Possiamo provare a identificare una risposta guardando ad alcuni studi condotti in questi anni dal nostro Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia. Ci riferiamo in particolare all’ampia ricerca “Talenti senza età” – condotta per Valore D su un campione di 12.746 dipendenti senior, tra i 50 e i 70 anni – e ad un più recente studio longitudinale e comparativo – HOWCARE (Health emergency On Workers across Countries: Analysis, Responses, Effectiveness) – rivolto ad un campione di lavoratori e lavoratrici italiani (e di altri Paesi del mondo) di età compresa tra i 20 ai 70 anni.

Da un punto di vista più propriamente personale una risorsa chiave è rappresentata dalla riflessività, termine caro alla riflessione di un grande sociologo italiano – Pierpaolo Donati – e ad una nota sociologa inglese, Margaret Archer. Quest’ultima identifica un legame molto stretto tra l’identità personale e l’ordine che ciascuno attribuisce alle proprie premure fondamentali, da lei definite ultimate concerns. “Who we are is what we care about”, ci ricorda la Archer, intendendo con ciò sottolineare come l’identità di ciascuno non sia un qualcosa di rigido, definito una volta per tutte, e immutabile, ma è fortemente influenzata da ciò di cui ci prendiamo cura, ciò a cui diamo tempo, spazio e cuore. Spesso ci troviamo in un turbine di impegni, appuntamenti, scadenze, azioni, decisioni: ci fermiamo mai a riflettere sul significato di tutte queste cose per noi? Perché decidiamo di dare del tempo e spenderci per alcune cose e non per altre? Perché facciamo così volentieri qualcosa e altro invece ci costa così tanta fatica? Proprio perché inconsapevolmente diamo un giudizio, un ordine di priorità. La Archer ci invita a riflettere su questo giudizio e a guardare con più profondità ciò che scegliamo e perché; il nesso con la nostra persona, con il desiderio di pienezza che segna le nostre giornate.

Un’altra risorsa chiave, che la riflessione psicologica ci aiuta a comprendere meglio, è invece quella dell’integrazione identitaria. L’identità è importante perché alimenta bisogni fondamentali come l’autostima, il senso della vita, l’appartenenza. Nella ricerca HOWCARE è emerso come, ancor più del senso di minaccia per la propria salute e per la propria situazione economica derivante dall’epidemia, il maggiore responsabile dei livelli alti di stress, del peggioramento nella qualità delle relazioni familiari e della performance lavorativa, sia il senso di conflitto che si crea all’interno della nostra identità, il percepire che ambiti di vita e ruoli identitari che per noi sono importanti (come ad esempio l’essere genitori, nonni, figli, professionisti, partner..) non riescano più a convivere in armonia.

I dati di ricerca mostrano come questa preziosa armonia che riusciamo a definire dentro di noi tra i vari ambiti della nostra vita non derivi dal carico di lavoro o di cura (figli e familiari anziani e/o non autosufficienti di cui prendersi cura) e neppure dalle condizioni di vita (vivere da soli o con altri, in un piccolo appartamento o in grandi spazi); esso sembra derivare dalla capacità di costruire un buon intreccio tra i diversi ambiti di vita. Coloro che hanno costruito confini permeabili tra vita personale e lavorativa, che hanno saputo trarre energie dal lavoro per la famiglia e viceversa, che sono riusciti a gestire con equilibri le richieste di questi due ambiti di vita (senza che l’uno abbia prevalso e schiacciato l’altro) sono le persone che si sentono meno minacciate nella loro identità e che quindi che resistono meglio in questa difficile situazione, provando meno stress e “performando” meglio, al lavoro ed in famiglia.

Ma possiamo ridurre tutto a sole capacità di carattere individuale?

Niente affatto! Le ricerche contribuiscono a mettere in luce il ruolo decisivo assunto dalla relazione di coppia. Nella ricerca HOWCARE ci siamo accorti di come la situazione di emergenza fin da subito abbia contribuito a mettere in luce alcune caratteristiche del welfare italiano, sostanzialmente centrata sulla famiglia come ammortizzatore sociale e caregiver primario e imperniato sulla figura femminile.

In tale contesto, contraddistinto certamente da diversi elementi di fatica, una risorsa importante è costituita dalla maggiore capacità di gestione dello stress e delle fatiche dovute alla cura condivisa entro la coppia: essa diminuisce lo stress e la percezione di interferenza fra il lavoro e la famiglia, migliora anche la soddisfazione per il proprio lavoro. Questa risorsa peraltro ne catalizza anche altre: maggiore capacità di vedere il lato positivo della situazione, minore interferenza delle preoccupazioni personali sull’attività lavorativa e maggiore percezione che l’ambito familiare e lavorativo si arricchiscano reciprocamente, nonché maggiore efficacia genitoriale.

La rilevanza della relazione di coppia non può tuttavia essere circoscritta al periodo pandemico, che certamente ha costituito un amplificatore sia di fatiche sia di risorse. Dall’analisi condotta sui dati dell’indagine “Talenti senza età”, relativi ad un ampio campione di lavoratori over 50, abbiamo potuto cogliere la portata di tale relazione, che si connota come un vero e proprio dispositivo di mediazione nella complessa relazione tra famiglia e lavoro.

I dati mettono infatti in luce come ciò che impatta sul benessere personale, la performance lavorativa e l’effettiva possibilità di conciliare famiglia lavoro sia l’ampiezza del supporto del partner, ma soprattutto la fiducia nei suoi confronti e la percezione di equità nella relazione.

Emerge quindi una triangolazione positiva tra l’ampiezza del supporto, la fiducia e l’equità percepita che incide sia sul versante personale (benessere), sia su quello lavorativo (performance) sia sulla relazione tra i due ambiti (conciliazione famiglia-lavoro).

La complessità e l’interrelazione tra famiglia e lavoro emerge con ancor più forza nell’analisi di un concetto sociologico fondamentale – il capitale sociale – che ci spinge a considerare le relazioni in senso più ampio e non solo ridotte alla dimensione di coppia.

La ricerca ha portato ad identificare un risultato interessante: relazioni positive ed improntate alla fiducia, alla reciprocità e collaborazione in ambito familiare e lavorativo – rispettivamente indicate con i termini capitale sociale familiare e lavorativo - impattano sulla conciliazione famiglia-lavoro e si influenzano reciprocamente. Ciò evidenzia bene come un intervento aziendale legato solo al versante intra-organizzativo non sia in realtà sufficiente per incidere positivamente sulla conciliazione famiglia lavoro e quindi sul benessere del lavoratore. Viceversa, garantire un accesso positivo a buone relazioni familiari – il capitale sociale familiare – produce un’eccedenza generativa che dal familiare si può espandere al lavoro.

di Sara Mazzucchelli e Claudia Manzi

 

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