LA LETTERATURA AFRICANA? DA PRIMO PREMIO

LA LETTERATURA AFRICANA? DA PRIMO PREMIO

20.11.2021
di Alessandro Zaccuri

Il cinismo è sopravvalutato, e il cinismo delle persone intelligenti è più sopravvalutato che mai. È una forma di difesa, non uno strumento di comprensione: più la realtà cambia (il più delle volte, anzi, è già cambiata), meno efficace risulta lo stratagemma della battuta caustica o dell’affermazione tranchant. A Eugenio Montale, per esempio, viene attribuito il brocardo per cui non potrebbe esistere un grande poeta bulgaro. Dominio linguistico troppo ristretto, posizione geografica troppo decentrata. La grande letteratura parla francese e inglese, spagnolo e tedesco. All’occorrenza, potrebbe parlare perfino italiano. Ma bulgaro?
Così nel 1963 Montale, che in realtà riprendeva apertamente una boutade di Mario Missiroli.

Chissà quali considerazioni farebbe oggi il premio Nobel del 1975 se venisse a sapere che quest’anno l’Accademia di Stoccolma ha deciso di laureare Abdulrazak Gurnah, romanziere di espressione inglese, sì, ma nativo di Zanzibar. Attorno a lui (finora valorizzato solo episodicamente dall’editoria italiana: solo adesso la sua opera sarà integralmente pubblicata da La Nave di Teseo) si è raccolto un palmarès abbastanza impressionante di autori e autrici provenienti da quello che, a prima vista, poteva apparire un continente dimenticato anche dalla letteratura. Il britannico Booker Prize è andato al sudafricano Damon Galgut per La promessa (da noi è uscito da e/o nella traduzione di Tiziana Lo Porto), il transalpino Goncourt al giovane senegalese Mohamed Mbougar Sarr per La memoria segreta degli uomini (anche in questo caso il libro uscirà da e/o), il lusitano Camões alla mozambicana Paulina Chiziane. Quanto al Friedenspreis des deutschen Buchhandels, il premio per la pace tradizionalmente attribuito dai librai tedeschi nell’ambito della Buchmesse di Francoforte, in occasione della timida ripresa del 2021 la scelta è caduta sulla zimbabwese Tsitsi Dangarembga.

Americana. Ed ora Africana
Una concomitanza impressionante, che però si limita a portare in superficie un fenomeno che, da tempo riconoscibile, proprio all’inizio di questo autunno prodigioso aveva trovato espressione in Africana, la ricca raccolta di letteratura del continente allestita dall’antropologa Chiara Piaggio e dalla narratrice italo-somala Igiaba Scego. Si tratta di uno strumento particolarmente utile per cercare di andare «al di là degli stereotipi» (come invita il sottotitolo), scoprendo una varietà di culture davvero impossibili da ricondurre a un’unica categoria. Da questo punto di vista, l’Africana di Piaggi e Scego si discosta molto dalla proverbiale Americana di Elio Vittorini, che nel 1941 aveva sì il merito di abbreviare le distanze tra l’Italia fascista e il patrimonio della letteratura statunitense, ma in definitiva non poteva fare altro che avvalorare un’immagine abbastanza uniforme di quest’ultima o, meglio, un’immagine resa uniforme da una sequenza di traduzioni forse un po’ troppo pionieristiche (al solito Montale viene tra l’altro accreditata una versione da Francis Scott Fitzgerald nella quale le brume di Staten Island finiscono per confondersi con le nebbie della Milano pariniana).

Il punto decisivo è che oggi abbiamo più bisogno di Africana di quanto ottant’anni fa avessimo bisogno di Americana. Se quella di Vittorini e dei suoi collaboratori, primo fra tutti il sognatore Pavese, poteva essere un’evocazione dell’altrove, ossia di un mondo proibito che solo il trauma della guerra avrebbe reso esperibile, la ricognizione odierna si applica a una realtà che già adesso dialoga strettamente con chiunque viva in Italia. Sotto questo aspetto, il quadro è decisamente mutato anche rispetto al 1986, quando a vincere il Nobel fu il nigeriano Wole Soyinka. Allora l’Africa poteva ancora sembrare lontana, sia pure di una lontananza che la maestria letteraria di Soyinka faceva apparire meno incolmabile. Ma ormai le lingue dell’Africa si mescolano all’italiano, così come nei decenni e nei secoli scorsi si sono mescolate al francese, all’inglese, al lusitano. Al bulgaro magari no, ma questa non è una buona ragione per arrendersi al cinismo.

Alessandro Zaccuri

Alessandro Zaccuri è inviato culturale del quotidiano «Avvenire». Narratore e saggista, si è occupato a più riprese del rapporto fra cristianesimo e immaginario contemporaneo. Tra il 2005 e il 2011 è stato autore e conduttore della trasmissione televisiva “Il Grande Talk”, in onda su SaT2000/Tv2000.

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