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La sacralità dell’immagine

27.03.2021
di Marta Michelacci

Osservare le vetrine dei negozi ad opera dei grandi stilisti può riservare un’esperienza interessante: tabernacoli, ostensori, inginocchiatoi e croci usate come apparato decorativo. Il pretesto religioso può palesarsi in modo sorprendente anche nelle sfilate di moda in nome di un’estetica raffinata ammantata di un’aura sacrale. È successo al MET Gala che si era proposto di evidenziare come l’iconografia religiosa abbia influenzato, e continui a influenzare, il fashion system. Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination,l’evento annuale del Metropolitan Museum of Art’s Costume Institute di New York, aveva presentato alcuni anni fa più di 150 creazioni indossate da attrici ed altri personaggi del mondo dello spettacolo.

L’attrattiva nei confronti dell’iconografia religiosa è fortissima anche nel cinema tanto che la serie televisiva The young pope di Paolo Sorrentino ha suscitato forte interesse probabilmente proprio per l’estetica ricercata e il fascino degli oggetti di chiesa. Moltissimi artisti contemporanei usano un linguaggio e modalità che afferiscono alla sfera della religiosità, e, non solo il cinema e la moda, ma anche i normali prodotti di consumo e la pubblicità se ne servono ampiamente. Ma se il soggetto religioso attrae così tanto il pubblico, perché le immagini che troviamo nelle nostre chiese spesso non hanno alcun potere evocativo? Non ci aiutano a percepire la liturgia come evento trasformante?

Paul Claudel, nella seconda metà del Novecento, in una lettera indirizzata ad un artista, scriveva che le chiese moderne, per chi osa guardarle, hanno l’interesse e il patetismo di una confessione appesantita. Le controversie circa l’uso di soggetti di carattere religioso hanno sollevato, nel secolo breve, non pochi problemi; basta pensare al caso della Crocefissione di Guttuso o alla Deposizione di Manzù che suscitarono un tale clamore da costringere un sacerdote di larghe vedute come don Giuseppe De Luca a reagire con una certa veemenza. Già Maritain aveva chiarito la distinzione tra arte sacra o arte di chiesa - destinata al culto - e arte di soggetto religioso precisando che non tutte le opere d’ispirazione religiosa sono degne di decorare una chiesa. Il dibattito sull’arte destinata alle chiese comunque non è risolto. Se nella Sacrosanctum Concilium si dice che la Chiesa non ha mai avuto come proprio un particolare stile ed ha ammesso le forme artistiche di ogni epoca, di fatto qualche difficoltà ad accettare pienamente i linguaggi dell’arte contemporanea permane tutt’oggi come segnalava giustamente Giuliano Zanchi nel suo articolo su VP Plus del 13 febbraio scorso. Dunque da un lato si sente l’esigenza, fortemente sottolineata anche nei documenti recenti della CEI, di una maggiore competenza del clero in materia d’arte, dall’altra di una necessaria formazione degli artisti ma, parallelamente, anche l’opportunità di una profonda azione di sensibilizzazione delle comunità. Forse occorre tornare a riflettere sul senso profondo delle immagini alla luce degli studi sulla cultura visuale che è il linguaggio del nostro presente.

La Chiesa, nei secoli passati, ha riflettuto moltissimo sulla potenzialità dell’arte nell’accompagnare o consolidare la devozione e al contempo favorire la comprensione dei misteri della fede. In particolare, nel periodo della Controriforma, il cardinal Paleotti, attraverso il Discorso intorno alle immagini sacre et profane del 1582, ma anche il Molano, il gesuita Ottonelli, concordano nel ritenere che compito dell’arte fosse quello del docere, delectare, movere. In questo senso le macchine stupefacenti di un artista barocco come Andrea Pozzo ci sembrano più vicine, nella direzione del movere, alle video opere di Bill Viola o alle installazioni luminose di Olafur Eliasson, James Turrell, Dan Flavin. La liturgia ha sempre saputo utilizzare il coinvolgimento sensoriale - profumi, colori, suoni, luci, posture del corpo - per creare un clima immersivo attraverso il quale fosse possibile fare l’esperienza trasformante della fede. È esattamente questo aspetto che affascina e attrae gli artisti contemporanei.

Ed è in questa direzione che occorre fare dei passi nella consapevolezza che l’immagine è dotata di un’agency, di un potere, che non si può ignorare. Gli studi neuroscientifici lo hanno dimostrato così come quelli di W.J.T. Mitchell, Freedberg, Cometa, Pinotti per citarne solo alcuni. Monsignor Capanni su “Arte Cristiana” scriveva che la svolta iconica è segno di un cambiamento epocale in cui si assiste, nel nostro sistema della comunicazione, ad un certo accantonamento del primato del linguaggio a vantaggio delle immagini. In buona sostanza abbiamo un bisogno estremo di immagini che, anche nelle chiese, possano dare voce e senso alle scelte coraggiose che un cristiano può fare e che non trovano corrispondenza in una oleografia vuota e insignificante. Gli artisti capaci di rispondere a queste esigenze ci sono, si tratta solo di mettere in atto delle sinergie che siano rispettose nei confronti del processo creativo in un dialogo paziente e costante con le comunità.

Maritain scriveva che laddove l’arte ha conosciuto un certo grado di splendore - egiziana, greca o cinese - è già cristiana e questa è la consapevolezza che può accompagnarci.

Marta Michelacci

Marta Michelacci, docente di Storia dell’arte, dopo la laurea DAMS a Bologna ha conseguito il dottorato di ricerca in Studio e valorizzazione del patrimonio storico, artistico, architettonico e ambientale all’Università di Genova. È stata referente del progetto europeo “Arts & Culture Reshaping Urban Life”. Si occupa di arte contemporanea, scrive su “Arte Cristiana” ed è stata curatrice delle mostre: Stills of peace ad Atri (Teramo), e Present & Future. Just across the street al MACRO di Roma.

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