LA SFIDA DI LULA, TRA POVERI E PARLMENTO

LA SFIDA DI LULA, TRA POVERI E PARLAMENTO

05.11.2022
di Massimo Tedeschi

La vittoria di Lula alle elezioni presidenziali del Brasile con il 50,8% dei suffragi contro il 49,2% del presidente uscente Jair Bolsonaro (un punto e mezzo la distanza in percentuale, più di due milioni di voti in termini assoluti) è stata accolta con un misto di entusiasmo e di disincanto negli stati del Nord e del Nord Est brasiliano, i più poveri e i più marginali, quelli che tuttavia hanno dato un contributo decisivo alla rielezione del vecchio leader per il terzo mandato presidenziale. Lo stesso Lula ha ammesso questo debito di riconoscenza nei confronti delle popolazioni nordestine (e delle favelas del sud) nel discorso della vittoria.

Non si può dire tuttavia che l’entusiasmo sia quello delle prime due elezioni di Lula: l’“antipetismo” (avversione al Partito dei lavoratori dopo anni di scandali e di sentenze controverse) è strisciante. Una parte sostanziosa del successo è spiegata poi dall’ostilità popolare verso l’avversario di Lula. Nell’alluvione di sondaggi di ogni genere che invadono il Brasile alla vigilia del voto, uno assai popolare riguarda “il rigetto del candidato” che misura non la popolarità, ma l’avversione che un certo candidato suscita. In questo sondaggio alla rovescia Bolsonaro ha sempre vinto, conquistando il 49% dei pareri avversi, contro il 43% di Lula.

«Lo stile impulsivo di Bolsonaro, il suo parlare grossolano, l’isolamento internazionale, il cinismo dimostrato durante la pandemia (non ha mai visitato un ospedale in quasi tre anni), la poca chiarezza sul piano economico, l’inflazione e l’aumento del costo del combustibile, pur essendo il Brasile quasi autonomo in questo settore… a cui si aggiunga una schiera di fedelissimi radicali e addirittura violenti… hanno in parte spaventato i moderati». Questo il giudizio di don Raffaele Donneschi, sacerdote bresciano “fidei donum” nella diocesi di Macapà, nello Stato dell’Amapà, alla foce del Rio delle Amazzoni.

Don Raffaele è uno dei numerosi missionari interlocutori della Fondazione Candia creata quarant’anni fa dal venerabile Marcello Candia (1912-1983) per dare continuità alle numerose imprese missionarie e filantropiche da lui realizzate in Brasile. Candia, spinto da una fede incrollabile, vendette tutti i suoi cospicui averi per realizzare un ospedale sul Rio. Lì si trasferì a vivere per condividere le sorti dei più emarginati: ammalati, lebbrosi, bambini handicappati. La Fondazione vive tuttora grazie a un continuo flusso di aiuti provenienti dall’Italia. Sono decine e decine le opere sociali e pastorali brasiliane che hanno ricevuto sostegno, intrecciato rapporti con la Fondazione che continua a operare secondo il mandato che Paolo VI affidò al suo amico Marcello Candia e che papa Francesco ha confermato incontrando recentemente la presidentessa Alessandra Capé e il consiglio: fare le opere “per” i brasiliani, farle “con” i brasiliani, e puntare a “rendersi inutili”, a far sì cioè che le opere camminino con le proprie gambe, guidate dai brasiliani. Per questo la Fondazione non gestisce opere in proprio, ma ha stabilito contatti con missionari italiani, laici e religiosi, con tanti sacerdoti e con laici brasiliani, da cui in questi giorni sono giunte parole di fiducia per l’esito delle elezioni presidenziali ma anche di grande disincanto.

I fattori del successo di Lula? «Maggior moderazione – sostiene sempre don Raffaele Donneschi, dando voce al pensiero di molti – più enfasi sul programma e non sull’ideologia, l’immagine e il ricordo di due mandati presidenziali dove l’economia aveva avuto un buon recupero (da ricordare la creazione del BRICS, di cui il Brasile è membro di peso), il peso e il carisma della sua persona e della sua traiettoria personale: nordestino immigrato a San Paolo da bambino, infanzia povera, operaio in fabbrica, sindacalista, fondatore del Partito dei Lavoratori, primo Presidente Operaio… tutto questo ha ancora un peso su una parte dell’elettorato».

Quando, a gennaio, Lula si insedierà per un nuovo quadriennio al Palácio do Planalto a Brasilia, comincerà tuttavia per lui la battaglia più difficile, quella per mantener fede alle promesse elettorali che hanno fatto breccia nel Brasile più profondo: rimettere "i poveri e i lavoratori nel bilancio", combattere la fame e la disuguaglianza sociale, costruire un nuovo regime fiscale più equo, combattere l'inflazione e affrontare la penuria di cibo, di carburante e di elettricità, rilanciare gli investimenti in infrastrutture e abitazioni popolari (il piano chiamato a suo tempo ‘Minha casa, minha vida’), rilanciare il salario minimo facendo recuperare il potere d'acquisto dei lavoratori, garantire tutela sociale a tutte le forme di impiego compresi il lavoro autonomo e il telelavoro, ricostruire il Sistema Unico di Assistenza sociale (SUAs), espandere il programma ‘Bolsa Família’ che è lo strumento di lotta alla povertà.

Vista dai missionari e dalle missionarie che hanno rapporti con la Fondazione Candia, la vittoria di Lula non si tradurrà in una marcia trionfale nella politica di ogni giorno. Lula dovrà infatti realizzare il suo programma con un parlamento in cui non dispone della maggioranza. «Il maggior numero di deputati e senatori in Brasile – spiega don Raffaele - fanno parte del cosiddetto ‘Centrão’, o Grande Centro; non hanno quasi mai espresso un loro candidato per l’esecutivo, ma obbligano tutti i Presidenti a scendere a patti con loro, visto che il sistema brasiliano prevede che il Presidente per approvare la sua proposta debba avere l’accettazione del Parlamento che può mettere il veto e che ha comunque l’ultima parola…».

È nella palude delle Camere brasiliane, composte in maggioranza da rappresentati dell’agro-industria, allevatori, grandi proprietari fondiari, che faticherà a realizzarsi anche la politica di vigorosa difesa dell’Amazzonia declamata da Lula e cara agli europei. Gli stessi però che sono fra i principali consumatori della carne e della soia brasiliana, che prosperano proprio grazie alla continua erosione del “polmone del mondo”.

Massimo Tedeschi

Massimo Tedeschi è giornalista e consigliere della Fondazione Marcello Candia.

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