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LA SHOAH E L'APERTURA DEGLI ARCHIVI VATICANI

22.02.2020
di Agostino Giovagnoli

Il rapporto tra Pio XII e gli ebrei è stato raccontato, interpretato, descritto in tanti modi diversi. I primi a farlo sono stati gli stessi protagonisti e i contemporanei degli eventi, come accade sempre. Ma l’evoluzione successiva della descrizione di questo rapporto è stata segnata da una cesura netta: quella provocata dalla pubblicazione e dalla prima rappresentazione de Il Vicario di Rolf Hochhuth nel 1963. Fino a quel momento l’atteggiamento di Papa Pacelli verso gli ebrei era stato descritti in termini complessivamente positivi, anche se non erano mancate voci critiche sulla sua figura, come quella di Ernesto Bonaiuti, e una pesante campagna sovietica contro il papa della scomunica dei comunisti. Molti gli avevano attribuito un grande impegno per salvare gli ebrei e tra questi ultimi non erano pochi quelli che avevano mostrato nei suoi confronti gratitudine e riconoscenza. Subito dopo la sua morte, Golda Meir pronunciò un convinto elogio di questo papa. Pochi anni dopo, però, Il Vicario raccolse un grande successo nel contesto di una Germania e di un’Europa che stavano superando la rimozione post-bellica della Shoah: cominciava allora a squarciarsi il velo che aveva permesso per molti anni di non fare i conti con le responsabilità di quella tremenda tragedia. Che apparivano enormi, diffuse, insopportabili e non attribuibili solo a chi era morto ormai da tempo – Hitler e molti gerarchi nazisti – ma anche a tanti che erano ancora vivi e occupavano posti importanti nella società e nelle istituzioni tedesche. In questo contesto, la pièce teatrale di Rolf Hochhuth spostò l’attenzione su un solo uomo, indicandolo non come un responsabile fra tanti ma come l’unico responsabile.

Il Vicario presentò un’immagine semplicistica di Pio XII, avido, freddo e antisemita, senza tenere conto della complessità dei fatti evidenziata dalla documentazione già allora disponibile e senza tentare seriamente di scavare a fondo nella personalità del papa. Come lavoro teatrale non presentava una qualità artistica eccezionale e, anche se l’autore la presentò come tale, non era un’opera storica. Lanciò infatti – contro ogni regola della conoscenza storica - un’accusa basata anacronisticamente su un “dover essere” stabilito a distanza di venti anni, quando c’era ormai da tempo la televisione e la circolazione delle notizie a livello mondiale era enormemente più intensa. Pio XII non aveva denunciato pubblicamente la Shoah e tanto bastava per dichiaralo colpevole. In quest’ottica, poco importava chiarire che cosa avrebbe voluto dire concretamente denunciare la Shoah nel contesto della guerra e con i mezzi di allora; chiedersi quanto Papa Pacelli sapesse di ciò che stava avvenendo; domandarsi quale corso, in un mondo senza stampa libera, avrebbe avuto la sua denuncia; interrogarsi su un’efficacia che probabilmente sarebbe stata scarsa o nulla e su effetti involontari che avrebbero potuto essere addirittura controproducenti. Eppure la denuncia di Hochhuth ebbe un successo travolgente: rispondeva infatti ad un bisogno profondo della società tedesca, desiderosa di fuggire dall’immagine di sé che scaturiva dall’emersione delle responsabilità avute.

Il Vicario costituì un’evidente deformazione della realtà. Ma la reazione non riuscì a convincere che di questo si trattava. A Roma, le rappresentazioni dell’opera teatrale vennero interrotte in base all’art. 1, comma 2 del Concordato del 1929, che tutelava il carattere “sacro” di Roma. Ma il rimedio fu peggiore del male: la “censura” suonò come una conferma indiretta della validità dell’accusa. Anche una certa apologetica che cercò di compensare i cosiddetti “silenzi” con l’insistenza sull’azione caritativa svolta dal Papa apparve evasiva rispetto al cuore del problema. Forse, un’apertura immediata degli Archivi vaticani relativi a Pio XII avrebbe potuto allora cambiare la situazione, dimostrando che non si aveva nulla da nascondere. Paolo VI – che come Sostituto aveva seguito da vicino l’attività di Pio XII durante la guerra - decise di pubblicare gli Actes et documents du Saint-Siège relatifs à la période de la Seconde Guerre Mondiale, undici volumi che raccolgono una massa ingente di documenti vaticani, ma non tutti e perciò frutto di una selezione che fece pensare alla volontà di nascondere qualcosa. Paolo VI credette che i documenti avrebbero parlato da soli. Ma la denuncia de Il Vicario non si basava su documenti che potevano essere contraddetti da altri documenti. Le fonti raccontano ciò che è avvenuto, ma non smentiscono ciò che non è avvenuto. Se il “silenzio” di Pio XII è di per sé una colpa, tutto ciò che lo spiega può al massimo essere considerato un’attenuante ma, più spesso, viene considerato una copertura di responsabilità che non si vogliono ammettere. 

Ancora oggi, su Pio XII e gli ebrei si proietta l’ombra de Il Vicario. Per certi versi, è come se il tempo si fosse fermato. Da allora, sono emersi moltissimi altri documenti e si è scritto tantissimo sull’argomento. Ma pochi sono riusciti a sottrarsi a questo condizionamento iniziale. Sulla scia del “silenzio” sulla Shoah, Pio XII è diventato un simbolo negativo secondo le logiche più disparate: perché ha condannato comunismo, perché ha rifiutato la modernità, perché ha impedito il rinnovamento teologico e liturgico, perché non ha voluto il Concilio ecc. Tutte cose infondate, discutibili o comunque bisognose di un accurato lavoro di contestualizzazione e di interpretazione. Anche la storiografia è stata fortemente condizionata da Il Vicario: di questo pontificato si sono date molte letture diverse, ma quasi tutte segnate da un approccio ideologico. Tra i pochi che ne hanno presentato un’interpretazione storicamente convincente, Andrea Riccardi ha offerto già negli anni ottanta del secolo scorso una lettura basata sulla romanità di questo papa: impossibile capire davvero Pio XII, la sua azione durante la guerra, l’atteggiamento verso Hitler e il nazismo e i comportamenti verso gli ebrei senza capire quanto hanno influito su di lui mentalità e collocazione romana. Ciò non significa assolverlo o condannarlo, ma restituirlo al suo tempo e al suo contesto.

È ciò che potranno fare dal 2 marzo, sulla base di una enorme documentazione inedita, gli studiosi che accederanno agli archivi vaticani. Ma per rovesciare gli effetti de Il Vicario e della massa di pregiudizi che si sono accumulati nei confronti di Pio XII ci vorrebbe uno shock emotivo della stessa portata e di segno contrario a quello che si produsse nel 1963, capace di spezzare la concentrazione delle colpe su uno solo e restituire all’attenzione generale la vasta gamma delle colpe di tanti nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei in Europa. Anche per quanto riguarda specificamente il lavoro storico, non basta la novità dei documenti per produrre una novità storiografica: ci vogliono soprattutto storici veri, capaci di libertà e dotati di coraggio.  

E gli ebrei? Non si può chiedere loro la neutralità, l’equilibrio e il distacco che si chiedono agli storici. Nelle carte conservate negli Archivi vaticani, infatti, si parla di loro e dell’enorme tragedia dopo la quale nulla per loro è stato più come prima né tornerà ad esserlo. È comprensibile perciò l’atteggiamento preoccupato che precede l’apertura di questi archivi. Mentre prevale lo scetticismo circa la possibilità che i nuovi documenti portino alla conoscenza di novità importanti, emerge il timore che si affermi una posizione difensiva, come ha scritto il rabbino Di Segni. Insistere su una difesa acritica e ad oltranza potrebbe infatti avere effetti riduzionisti, revisionisti o addirittura negazionisti. È sembrato loro di vedere tale linea difensiva anche in recenti parole di Papa Francesco, per i 150 anni di Roma capitale, sull’accoglienza degli ebrei perseguitati da parte dei cattolici romani nel lungo inverno del 1943. Ma non è certo da parte di Francesco che verranno tentativi di nascondere verità scomode: non è nelle corde di questo papa difendere ad oltranza l’istituzione ecclesiastica e chi la rappresenta.

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra l’altro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: "Storia e globalizzazione", Roma-Bari 2003; "Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)", Roma 2005; "Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola", Bologna 2011.

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