L'AIDS e le Missionarie della Carità

L'AIDS e le Missionarie della Carità

di Madre Teresa di Calcutta

D. Madre Teresa, da un po’ di tempo la stampa, la radio e la televisione ci parlano di un nuovo servizio che Lei e le Sue Missionarie della Carità rendono agli emarginati: stavolta i beneficiari sono persone affette da AIDS. La Sua opera e quella delle Sue consorelle trasmettono a noi tutti un messaggio molto chiaro, ma desideriamo anche qualche parola da Lei che certamente ci aiuterà a capire e ad apprezzare meglio quello che è un vero dono d'amore. Com'è iniziato questo nuovo servizio, dove e quando è nato?
R. Nel Natale 1986. Abbiamo iniziato prima con una casa di accoglienza in seguito ad una mia visita ad un carcere. In questo carcere c'erano tre persone affette dal male e mi è stato chiesto di prenderle con me, perché volevano morire fuori di lì. Siamo andate a trovarle diverse volte, e poi ho pensato di aprire una casa per loro, così noi avremmo potuto prenderei cura di loro con l’affetto di cui essi avevano bisogno, e assisterli affinché facessero una morte dignitosa.
D. Dov'è questa prima casa? Ce ne vuoi parlare un po'?
R. Abbiamo dato inizio a questo nuovo servizio a New York, e abbiamo chiamato la prima casa per i malati di AIDS «Gift of Love» («Dono d'amore»). Lì abbiamo quindici letti e, fino ad oggi, sono morti cinquantaquattro malati di AIDS in quella casa. La loro morte è stata bella, veramente bella. E ora lavoriamo anche in una casa a Washington. Quella l'abbiamo chiamata «Gift of Peace» (Dono di Pace). Anche lì abbiamo soltanto quindici letti per uomini, ma avremo posto anche per donne e per bambini.
D. Com'è che ha scelto quei nomi per le case?
R. Dono d'amore, dono di pace? Perché il nostro è un dono, un dono d'amore, un dono di pace. Ora stiamo cercando di aprire una casa anche a San Francisco.
D. Le Missionarie della Carità hanno mai incontrato ostacoli all'apertura di questi centri di assistenza?
R. Nessuno, affatto. Perché ciò che noi vogliamo è aiutare questi fratelli a morire in pace con Dio, e così fanno davvero una bella morte. Però, abbiamo bisogno di trovarci vicino ad ospedali per questo tipo di assistenza; perché noi non siamo in grado di dare a questi pazienti le cure mediche adeguate. Ecco perché a New York ci siamo stabilite vicino all'ospedale Saint Claire. Il personale di quell'ospedale viene tutti i giorni alla nostra casa e si prendono cura loro della biancheria dei malati. E poi, quando si presenta la necessità di un ricovero ospedaliero, vengono loro a prendere il paziente. Siamo proprio vicini; lo stesso a Washington.
D. Come le Missionarie della Carità vengono a sapere dei casi di pazienti di AIDS che necessitano di assistenza?
R. Noi ci avviciniamo a loro, dimostriamo loro il nostro interesse, o vengono loro da noi, perché vogliono morire circondati da un po' di premure e di affetto.
D. Ci sono dei casi di persone che vengono dalle Missionarie della Carità soltanto col sospetto di essere affette da quella malattia?
R. Finora no. Da noi vengono anche persone che prima erano ricoverate in ospedale, con diagnosi certa; vengono da noi a morire.
D. Le persone affette da AIDS soffrono di un male fisico e di una complessa condizione psicologica: quali sono i principali sintomi di questa e come vengono trattati dalle Missionarie della Carità?
R. La cura migliore che noi possiamo dare loro è: tenerezza, affetto, premure, ed io considero questa una cura spirituale. Una volta praticata questa cura, con l'efficacia desiderata, noi li aiutiamo a rappacificarsi con Dio, e quando questi sono in pace con Dio, il loro male è per tre quarti già debellato.
D. Secondo l'esperienza delle Missionarie della Carità quali sono le pressioni negative da parte della società, che aggravano il male di questi fratelli sofferenti?
R. Da noi non si ha quell'esperienza. Noi viviamo nella stessa casa in cui essi vivono, e così siamo tutti parte di una famiglia. Abbiamo una cappella proprio lì dove viviamo, e dove loro possono pregare, possono trovarsi da soli con Gesù, hanno momenti di adorazione e preghiera. Una volta che essi si sono rappacificati con Dio, c'è fra loro una nuova gioia, una nuova speranza; uno spirito meraviglioso viene in mezzo a loro e suubentra una benevòlenza reciproca straordinaria.
D. Le Missionarie della Carità devono avere dei requisiti particolari per lavorare con i malati di AIDS?
R. No. A tutti quelli che soffrono, indistintamente, dobbiamo tutte offrire il nostro servizio gratuito e di tutto cuore, perché è a Gesù che lo facciamo. Lui infatti ha detto «ero infermo e mi avete visitato...» e non occorre per questo nessun requisito speciale, perché questo tipò di servizio non presenta difficoltà particolari. Noi ci prendiamo cura dei lebbrosi, dei tubercolotici, e questi altri sono un gruppo, fra i tanti, che noi assistiamo.
D. Quale difficoltà particolare la missionaria della Carità deve affrontare con il malato di AIDS nella fase terminale?
R. In quell'ora essi hanno bisogno di particolare tenerezza, affetto e premure. È in quella fase che lasciamo venire da noi anche dei volontari, e sono molti, che diano a questi malati l'affetto e le premure di cui essi necessitano: e questo è ciò che li conforta maggiormente, ed è molto bello. Ed oora vengono giorno e notte, è come un miracolo che si ripete. Prima la gente aveva paura persino di guardare quei malati; ma ora vengono e si prendono cura di loro, giorno e notte.
D. I malati di AIDS, di cancro, di lebbra nella fase terminale presentano per chi li assiste difficoltà di tipo diverso?
R. Che io sappia, no. Noi li vediamo tutti in prossimità del ritorno alla casa del Padre.
D. Tra i loro assistiti ci sono le ragazze madri. Ce n'è qualcuna affetta da AIDS?
R. No. Non ancora.

D. Ci sono fra i loro assistiti bambini malati di AIDS?
R. No, non ancora, ma stiamo preparando uri locale per loro a Washington. D. Le Missionarie della Carità che lavorano con i malati di AIDS offrono una cura diretta alle vittime di questo male. In che modo Essé aiutano la società a superare i pregiudizi contro questa malattia e contro questi malati?
R. Facendo sì che le persone dall'esterno vengano a vedere ciò che fanno le suore. Vedere è importante. È vedere che noi non abbiamo paura di fare ciò che facciamo fa dire loro: «Se quelle giovani suore non hanno paura di fare ciò che fanno, anche noi possiamo unirci a loro per fare lo stesso». Questo di cui ti sto parlando è un dono di Dio: molte, moltissime persone vengono a prestare quel servizio con noi.
D. Tra questi volontari ci sono dei giovani?
R. Si, molti.
D. La nostra società è bombardata da ciò che sembra un eccesso di propaganda sul rischio di contrarre l'AIDS. Di conseguenza la gente ha paura di avvicinarsi ai malati. Secondo Lei si tratta di un oggettivo richiamo a una giusta misura di precauzione per prevenire il male o entrano in gioco altri interessi?
R. Non lo so. Ma è necessario che si prendano tutte le precauzioni possibili perché l'AIDS, come qualunque malattia infettiva, può essere contratta. Le nostre suore vivono nella stessa casa con loro, e abbiamo molti volontari... ma dobbiamo prendere tutte le precauzioni possibili come dobbiamo prenderle per la lebbra, per la tubercolosi, e per le altre malattie infettive. Questa, l'AIDS, va messa sullo stesso piano.

(intervista di Maria Ibba)

Madre Teresa di Calcutta

Madre Teresa di Calcutta è stata una religiosa albanese naturalizzata indiana di fede cattolica, fondatrice della congregazione religiosa delle Missionarie della carità. Il suo lavoro instancabile tra le vittime della povertà di Calcutta l'ha resa una delle persone più famose al mondo e le ha valso numerosi riconoscimenti, tra cui il Premio Nobel per la Pace nel 1979. È stata proclamata beata da papa Giovanni Paolo II il 19 ottobre 2003 e santa da papa Francesco il 4 settembre 2016.

Guarda tutti gli articoli scritti da Madre Teresa di Calcutta
 

Array
(
    [codice_fiscale_obbligatorio] => 1
    [coming_soon] => 0
    [fattura_obbligatoria] => 1
    [fuori_servizio] => 0
    [homepage_genere] => 0
    [insert_partecipanti_corso] => 0
    [moderazione_commenti] => 0
    [mostra_commenti_articoli] => 0
    [mostra_commenti_libri] => 0
    [multispedizione] => 0
    [pagamento_disattivo] => 0
    [reminder_carrello] => 0
    [sconto_tipologia_utente] => carrello
)

Ultimo fascicolo

Anno: 2022 - n. 3

Iscriviti a VP Plus+

* campi obbligatori

In evidenza

Ma le nuove generazioni vogliono uscire dal biancore
formato: Articolo | VITA E PENSIERO - 2022 - 3
Anno: 2022
A partire dal XXI secolo viviamo nella “società degli shock”. Gli ultimi sono stati il Covid e la guerra in Ucraina. Di qui la sensazione di impossibilità a cambiare il mondo, soprattutto nei giovani. Ma proprio da loro arrivano segnali positivi tutti da valorizzare.
Gratis