Lavoratori della cultura unitevi!

Lavoratori della cultura unitevi!

20.05.2023
di Oliviero Ponte di Pino

La Repubblica italiana, esordisce l’articolo 1 della nostra Costituzione, è “fondata sul lavoro”. All’articolo 9 si legge che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica”. L’art. 21, che tutela il diritto fondamentale a manifestare liberamente il proprio pensiero, può essere considerato la fonte del diritto d’autore.

A partire da queste premesse, sarebbe logico che i lavoratori delle culture, e in genere dei settori creativi, godessero in Italia di opportune tutele e garanzie, anche in considerazione del fatto che si tratta di un lavoro per molti versi atipico, caratterizzato da bassi redditi e assenza di stabilità di reddito, ovvero precarietà e intermittenza. Va considerato che ancora prima della pandemia, nel 2016, per alcuni sotto-settori del comparto culturale, solo la metà dei lavoratori raggiungeva un numero di ore lavorate pari a 46,7 all’anno, che diventa sempre più labile il confine tra professionismo e non professionismo, nel quadro di una generale tendenza alla ‘dilettantizzazione’. In questo scenario, diventa inevitabile il ricorso al doppio o triplo lavoro (i multiple job holders, con un lavoro nel settore artistico e l’altro in un settore differente), oppure con la doppia carriera nel settore artistico, con una diversificazione tra più settori (per esempio teatro e televisione), oppure attraverso una diversificazione intensiva (lavorando nello stesso settore ma svolgendo più professioni, per esempio ballerina e insegnante di danza). Si tratta dunque di un ambito che i codici ATECO non bastano a circoscrivere, anche se nel 2019 i codici relativi a Creatività e Cultura identificavano oltre 700.000 lavoratori.

Tuttavia quello culturale e creativo è uno dei settori trainanti della nostra economia. Secondo Io sono cultura, il rapporto annuale di Fondazione Symbola, nel 2021 il sistema produttivo culturale e creativo ha dato lavoro a 1,5 milioni di persone, che producono ricchezza per 88,6 miliardi di euro. 48,6 miliardi (il 54,9%) erano generati dai sette macro-domini del settore creativo: architettura e design; comunicazione; audiovisivo e musica; videogiochi e software; editoria e stampa; performing arts e arti visive; patrimonio storico e artistico (attività core). A questi si aggiungono altri 40 miliardi (il 45,1%) dei professionisti culturali e creativi attivi in altri settori che impiegano contenuti e competenze culturali e creative per accrescere il valore dei propri prodotti (creative-driven). Il sistema è formato da 270.318 imprese e 40.100 realtà del terzo settore (11,1% del totale delle organizzazioni attive nel non profit).

Inoltre le attività culturali e creative sviluppate da soggetti pubblici, privati e del terzo settore hanno ricadute positive anche in altri settori dell’economia, a cominciare da turismo, trasporti e manifattura. Io sono cultura stima che nel 2021 questo indotto sia stato pari a 162,9 miliardi di euro. Non a caso i lavoratori dei settori culturali e creativi sono concentrati, oltre che nelle aree metropolitane, anche in province come Alessandria e Arezzo, che ospitano distretti manifatturieri con forte vocazione all’export, e nelle località dove il turismo è abbinato alla valorizzazione del patrimonio storico e delle rappresentazioni artistiche.

L’impatto complessivo della cultura e della creatività vale 252 miliardi di euro, con una incidenza sull’intera economia pari al 15,8%. Contrariamente al luogo comune, con la cultura già oggi mangiano (in genere poco, considerato che spesso il reddito annuo è sotto la soglia di povertà) centinaia di migliaia di professionisti: il 5,9% degli occupati su scala nazionale.

Come ha messo il luce la pandemia, la situazione del settore è drammatica. In Italia occuparsi di cultura, o fare l’artista, non viene considerato un lavoro ‘serio’. Basta leggere titoli come Attore... Ma di lavoro cosa fai?, oppure “Fare il musicista non è un lavoro”, i carabinieri hanno multato il cantante dei Ponzio Pilates (quando per la pandemia erano consentiti spostamenti solo per motivi di lavoro), o ancora il recente Trovati un lavoro e poi fai lo scrittore, che riprende il saggio consiglio che la nonna diede al giovane Paolo Di Paolo.

Come ha reso evidente l’ampia ricerca coordinata da Antonio Taormina (Lavoro culturale e occupazione, 2021), il mercato del lavoro culturale, in Italia, “si muove in modo ambiguo, contraddittorio, frammentato, destrutturato e incostante, c’è confusione sullo status giuridico del lavoratore culturale, ma anche sul piano fiscale e previdenziale”.

È un settore ‘de-istituzionalizzato’ e in continua evoluzione, per la sua stessa natura: “Qual è lo ‘specifico’ del culturale? È appunto il trasformarsi, il mutare. Una cultura che non si trasformasse più sarebbe una cultura morta – proprio come si parla di una lingua morta: una lingua che non cambia perché nessuno più la parla; una lingua che si è irrigidita, fissata, perché non serve più. La lingua cinese lo dice in modo esemplare, alla lettera, nel binomio che traduce il nostro termine moderno per ‘cultura’: wenhua (bunka in giapponese). Wen significa ‘testo, sinogramma, esemplarità, compimento’, come pure il re Wen, sovrano civilizzatore per eccellenza; hua significa semplicemente ‘trasformazione’.

Anche perché una inevitabile conseguenza di un sistema così sbilanciato e punitivo è che a lavorare nella cultura sono soprattutto maschi bianchi del Nord Italia con un elevato livello di istruzione e relativamente giovani (salvo che nel settore pubblico, dove il blocco delle assunzioni sta portando a un impressionante aumento dell’età media del personale). A fare cultura, soprattutto nei ruoli apicali, sono di solito i figli di papà plurititolati, che hanno potuto vivere a lungo con redditi bassi e intermittenti, sia nel corso del lungo curriculum formativo sia nella fase di avvio alla professione, con forme sottopagate di stage, volontariato, tirocini, apprendistati...

Il problema non riguarda solo l’Italia. Una recente ricerca relativa al Regno Unito ha evidenziato che la percentuale di musicisti, artisti e scrittori di origine operaia è la metà rispetto agli anni Cinquanta-Sessanta, dal 16,4% al 7,9% attuale. L’arte e la cultura, nelle nostre società, non sono dunque ambiti meritocratici perché basati (soprattutto) sul talento, ma rischiano di essere appannaggio di carriere classiste ed esclusive.

La varietà dell’offerta culturale e artistica è una garanzia di libertà e pluralismo. È necessario garantire ai creatori (soprattutto a quelli giovani e di qualunque genere e origine) l’indipendenza e favorire la nascita di forme e linguaggi inediti, di diverse modalità di relazione, aprire a nuovi pubblici. Per la sua flessibilità e resilienza, la cultura ha la possibilità di incidere sullo sviluppo dell’intera società. Qualunque politica culturale degna di questo nome dovrebbe avere come primo obiettivo quello di garantire la dignità dei lavoratori del settore, con remunerazioni dignitose (vedi i 4 euro all’ora offerti di recente ai lavoratori dei musei), misure che sostengano l’intermittenza e la necessità di formazione permanente che caratterizzano molte professioni, un più sensato accesso al welfare...

Non è un compito facile. Il settore è frammentato e diviso: quando nel novembre 2020 l’ex ministro Dario Franceschini aveva chiamato a raccolta le organizzazioni dei lavoratori dello spettacolo, si sono presentate oltre 40 sigle! È compito dei lavoratori e delle loro organizzazioni trovare una sintesi tra le diverse esigenze, ed è responsabilità della politica offrire una risposta che dopo la pandemia si è fatta ancora più urgente. Sempre che per la nostra classe dirigente la cultura sia un valore e non solo un passatempo, un certo numero di poltrone da occupare, o qualche intellettuale eccentrico da zittire.

Oliviero Ponte di Pino

Oliviero Ponte di Pino lavora da quarant’anni nell’editoria (Ubulibri, Rizzoli, Garzanti, di cui è stato direttore editoriale per oltre dieci anni, pubblicando numerosi importanti autori italiani e stranieri). Cura il programma di BookCity Milano. Giornalista (radio, tv, giornali), docente universitario, attivo in rete (www.olivieropdp.it, www.ateatro.it, www.trovafestival.it), è autore di diversi volumi tra cui "I mestieri del libro" (2008) e "In giro per festival" (2022). Tiene lezioni in master di editoria, scrittura creativa, giornalismo culturale e management di eventi culturali.

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