Le ferite aperte del caso Moro

Le ferite aperte del caso Moro

03.12.2022

di Agostino Giovagnoli

Il rapimento e l’assassinio dello statista democristiano Aldo Moro hanno segnato la coscienza e l’inconscio degli italiani. Si sono impressi nella memoria collettiva e hanno suscitato suggestioni profonde. Sono diventati eventi di grande potenza simbolica. Il cinema non poteva restare insensibile a tutto questo. Esterno notte, trasmesso anche dalla Rai, è l’ultimo di una serie di film e di fiction dedicati al “caso Moro”. Va detto subito che i film che ne sono scaturiti non rispettano la verità storica ed è naturale che sia così: ai film si chiede una verità cinematografica come ai romanzi una verità letteraria. Una verità cioè che non segue fedelmente i fatti, ma che coglie – possibilmente in profondità – tratti importanti dell’esperienza umana. Ma non è questo il caso.

Esterno Notte descrive in modo grottesco i protagonisti democristiani e in modo scialbo i terroristi del “caso Moro”. Non c’è molta verità, né negli uni né negli altri. Riprende una narrazione nata prima di questa vicenda, quando, dopo il referendum sul divorzio, a metà degli anni Settanta è esplosa la “questione democristiana”: per una parte del mondo politico-culturale la Dc, anche se continuava ad avere più di un terzo dei voti degli italiani, non era più legittimata a governare. In un’Italia diventata moderna, si diceva, la Dc è un residuo di un passato ormai superato. Il partito cattolico era il vero responsabile di tutti gli scandali e le violenze di quegli anni: anche se non c’erano prove che lo dimostrassero, “io so”, scriveva Pasolini, e tanto bastava.

In questo clima ha preso corpo una narrazione che Leonardo Sciascia ha raccontato per primo. È di Sciascia infatti Todo modo, da cui Elio Petri ha tratto un film nel 1976. Quest’opera racconta un’assemblea dei dirigenti politici, tutti corrotti e ipocriti, attaccati al potere e super arroganti. In questo consesso avvengono una serie di omicidi, il cui autore è necessariamente tra di loro. Si tratta di una rappresentazione della realtà in chiave di farsa in cui dominano le atmosfere cupe. Il riferimento di tutto ciò alla Dc era voluto e plateale. Questa chiave narrativa è diventata usuale per rappresentare la Democrazia Cristiana e più in generale la politica della Prima repubblica. È stata ripresa spesso anche per raccontare la vicenda Moro, quale vittima dei comportamenti torbidi e assassini dei suoi colleghi democristiani. In questo storytelling non c’è molto spazio per i terroristi delle Brigate Rosse, cui infatti viene riservato un ruolo marginale e le cui fisionomie appaiono sfocate. I veri colpevoli, infatti, sono i compagni di partito del leader della Dc. Il racconto della vicenda Moro ancor oggi dominante è stato insomma confezionato prima che accadesse e senza riferimento alla realtà del rapimento e dell’assassinio dello statista democristiano. Esterno notte non fa eccezione.

Questo è uno dei casi in cui la realtà supera la fantasia. Perché la fantasia cinematografica e letteraria non ha avuto fino ad oggi il coraggio di svincolarsi dai binari del cliché Sciascia. La verità del caso Moro non è stata ancora raccontata perché per farlo occorrerebbe prima liberare l’ex presidente della Fuci da questa falsa narrazione, che è diventata in questi anni una sorta di verità ufficiale, impossibile da contestare perché fin dall’inizio svincolata dalla realtà.

Bisognerebbe anzitutto restituire ai brigatisti il ruolo di principali protagonisti, seppure negativi. Non è facile perché, da qualunque punto di vista li si guardi, restano personaggi mediocri e sembra strano riconoscere a personaggi mediocri il ruolo più importante in una tragedia così grande. Ma il male è spesso banale, molto più di quanto siamo soliti immaginare. Non la Dc ma loro erano in ritardo sulla storia: hanno indossato i panni dei rivoluzionari quando ormai il mito della rivoluzione era sul viale del tramonto, svuotato dalla società dei consumi. I brigatisti hanno cercato di rivitalizzarlo con la violenza, ma non avevano un progetto politico: volevano umiliare la Dc attraverso un fantasioso processo politico al suo presidente. Ma il processo è fallito e infatti i brigatisti non ne hanno diffuso i risultati. Ciò ha segnato il destino di Moro. A non essere interessate alla trattativa, infatti, furono soprattutto le Br, per cui non c’era nulla che valesse davvero la pena di scambiare con l’ostaggio. Fu quest’ultimo a proporre lo scambio di prigionieri, in un disperato tentativo di dare un senso a una vicenda che non l’aveva e di offrire ai brigatisti una via d’uscita dal vicolo cieco in cui si erano cacciati.

Agostino Giovagnoli

Agostino Giovagnoli è ordinario di Storia contemporanea presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è occupato tra l’altro dei rapporti tra Stato e Chiesa e di storia della Chiesa nel XIX e XX secolo. Fra le sue opere recenti: "Storia e globalizzazione", Roma-Bari 2003; "Chiesa cattolica e mondo cinese tra colonialismo ed evangelizzazione (1840-1911)", Roma 2005; "Chiesa e democrazia. La lezione di Pietro Scoppola", Bologna 2011.

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