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L'ESPERIENZA DI DIO. Note a margine della lettera enciclica Fratelli tutti

10.10.2020

di Johnny Dotti

Questa breve riflessione nasce da una prima lettura e meditazione della terza enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale. Lettura che si intreccia e tiene conto di altri due testi che il Papa ci ha regalato in questi anni – l’esortazione apostolica Evangelii gaudium e l’enciclica Laudato si’ – costruiti attorno alla centralità del Vangelo, all’amore per il creato, alla fraternità universale. Quello proposto da Papa Francesco è un vero percorso di senso, a partire dal nome che si è dato: la riproposizione, attualizzazione, rigenerazione dell’esperienza evangelica di San Francesco. Dunque: una precisa ispirazione, una profonda ermeneutica evangelica.

La lettura di questo testo non può poi non risentire del contesto in cui stiamo vivendo: la grande crisi pandemica mondiale in cui siamo, da mesi, quotidianamente immersi e, con una prospettiva un po’più ampia, questo primo ventennio del terzo millennio.

Questa enciclica, in continuità con gli altri due testi prima richiamati, ci interpella, ci convoca ad una trasformazione. Si avverte leggendola l’urgenza di un cambiamento paradigmatico, la sollecitazione ad intraprendere strade nuove, che alla luce del Vangelo possano portare nella nostra vita, nel nostro “qui ed ora” una luce di speranza e di possibilità di trasfigurazione delle nostre esistenze. Non un semplice cambiamento di forma, ma una profonda consonanza tra interiorità ed esteriorità, tra contemplazione ed azione.

Se in Evangelii gaudium l’invito e la sollecitudine si concentra sulla proposta di vivere integralmente l’annuncio gioioso del Vangelo (una riattualizzazione del sine glossa francescano) accogliendone il dono di una vita piena, da-con-per-in Cristo; e se in Laudato si’, con toni anche drammatici e moderni, ci veniva ricordato che “tutto è collegato” (cfr 91 e 240) e che c’è una profonda armonia con il creato, madre terra, che ci è chiesto di riconoscere, lodare e custodire, non di depredare e distruggere (eco del Cantico delle creature di San Francesco)… In questa terza enciclica l’accento è posto sull’essere fratelli e sorelle di tutti, con tutti e per tutti. Così San Francesco viveva il rapporto con gli altri, con tutti gli altri vicini e lontani. Così viveva il rapporto con le creature, con il cosmo, persino con la morte: un atteggiamento profondo, un’epifania della sua esperienza di Dio, un modo semplice e impegnativo per vivere in pienezza la gioia evangelica dell’incontro con Cristo. Una vera pietra di scandalo e di inciampo per il suo tempo, anzi per tutti i tempi, perché questa tensione generativa alla fraternità rende necessarie povertà, umiltà e minorità.
E oggi? E noi?

Siamo come travolti dalla nostra volontà di potenza, dai miti dell’individualismo, dello scientismo, dello sviluppismo, del funzionalismo; obnubilati dalla fantasia perversa della massimizzazione e della competizione assoluta. Quale ortoprassi può rendere viva l’ortodossia? Quali esperienze sono in grado di rigenerare le istituzioni? Quale comunità può far da lievito a tutta la società? Da dove cominciare?

Le tre grandi crisi che hanno in particolare messo in discussione gli orizzonti del mondo occidentale negli ultimi vent’anni ci chiedono una conversione, una trasformazione: ci chiedono un giudizio su noi stessi.

La distruzione delle Torri Gemelle nel 2001 e la conseguente diffusione mondiale del terrorismo, il crack finanziario del 2008 e la crisi mondiale che ne è seguita, l’attuale pandemia in cui siamo immersi tutti nel mondo chiedono di non continuare indifferenti per la nostra strada. Non è possibile dire semplicemente come si sta tutt’ora facendo: “ripartiremo”. Non si può rimanere indifferenti alla distruzione del creato (che è anche autodistruzione umana), alle ingiustizie economiche e politiche evidenti nel mondo.

Ripartire significa semplicemente rimuovere ciò che queste crisi ci stanno dicendo con forza. Significa far finta di niente, destinare le generazioni future a disastri inauditi. Non si può non avvertire la necessità di riportare in un orizzonte di senso l’enorme sviluppo materiale conquistato in particolare in Occidente. Dobbiamo fermarci, usare intelligentemente il pensiero critico, convertirci, trasformarci.

Certamente la fraternità e l’amicizia sociale sono una via, esperienziale e istituzionale, per riscoprire il nostro essere persone, nodo di relazioni, e non banali individui, monadi separate dagli altri e dal mondo. La fraternità invita a vivere una spiritualità incarnata e non astratta, a ritrovare una vocazione concreta, in grado di dar vita a una crescita integrale: intellettuale, corporea e spirituale. La fraternità ci fa sentire pars pro toto, non semplicemente pars in toto, aiutandoci a non finire in derive tecnico-funzionaliste alienanti e distruttive. Fratelli: cioè figli e creature. Figli e creature amate.

C’è quindi una via tradizionale per vivere, riscoprire e rigenerare il nostro essere fratelli: condividere. Condividere quello che siamo e che abbiamo, superare un’idea mortifera di possesso, vivere la proprietà come una responsabilità e non un’esclusività, giocare il gioco della libertà con una visione radicale di relazione, fonte di ogni gioia.

Non solo la nostra vocazione (ontologica e ontonomica) di persone chiede fraternità; oggi lo chiede urgentemente questo tempo e la sua necessità di trasformazione. Possiamo trasformarci dunque in fratelli e sorelle se sapremo condividere. Se ci alleneremo costantemente, in atteggiamenti e comportamenti, a condividere. Così forse avremo la grazia di vivere la fraternità.

Andiamo verso una situazione che rischia di essere connotata da: verticalizzazione, con tutti i rischi di autoritarismo che porta con sé; tecnocrazia, con tutti i rischi di alienazione; separazione, con tutti i rischi di nichilismo e emarginazione.

Ma questa, se la sappiamo vivere profondamente, è anche uno straordinario trauma trasformativo. Allora sono da alimentare: l’autorità, che è l’arte di far crescere; la tecnocultura, dove il perché viene prima del come; la distinzione e non la separazione, perché anche l’identità è una relazione.

Il tempo e il luogo per questa alimentazione è la comunità, a cominciare da quella ecclesiale. Non c’è uomo senza comunità. Non c’è società senza comunità. La comunità si genera (cioè si desidera, si mette al mondo, ce se ne prende cura, si trasforma) nella condivisione

Condividere la domanda porta al senso, condividere il senso porta al consenso. Condividere la fragilità porta alla solidarietà, condividere la responsabilità porta alla libertà, condividere i bisogni e i desideri porta alla politica e a una nuova economia. Condividere i talenti porta al valore, condividere i propri spazi porta all’ospitalità, condividere il proprio tempo porta all’eternità, condividere il dono è perdonare.

Così: condividere pensieri e parole è dialogare, condividere aspirazioni è sperare, condividere esperienze è narrare, condividere il proprio io è riconoscere che siamo un tu, condividere il noi è riconoscere il voi, condividere il sogno è generare nuovi mondi, condividere il silenzio è pregare insieme. Perciò vanno autorizzate tutte le esperienze che desiderano e vanno in questa direzione. Promuovendole, accompagnandole, curandole, raccontandole. Mettendole in connessione tra loro.

La sfida è una libertà, per tutti, più adulta e consapevole. Non c’è fraternità senza libertà. La fraternità non deriva da una legge, ma dall’amore.

Servono esperienze comunitarie concrete di condivisione: materiali, digitali, territoriali, intellettuali, lavorative, economiche, finanziarie, culturali, spirituali, ecologiche, politiche. Queste sono esperienze istituenti. Vivono il presente e alimentano le istituzioni, aprono la via a forme istituzionali nuove, nel campo politico, economico, sociale ed educativo. Solo così, dal basso e insieme, si può e si deve sperare di transitare verso forme più giuste e vere di vita. Solo condividendo si moltiplica il necessario, anzi ne avanza pure.

Solo condividendo si fa esperienza di fraternità.
Di fraternità con tutti.
Si fa esperienza di Dio.

Johnny Dotti

Johnny Dotti è amministratore delegato di ON impresa sociale, presidente di È-one abitare ge­nerativo. Pedagogista e imprenditore sociale, è stato presidente di CGM e di Welfare Italia ser­vizi. È tra i fon­datori di Comm.On!, associazione che sviluppa iniziative e progetti di economia generativa. Ha guidato per sei anni, dal 2002 al 2008, il gruppo cooperativo Cgm (il Consorzio Gino Matterelli, la più grande rete italiana della cooperazione sociale con 1.100 cooperative associate) di cui è stato consigliere delegato. In Università Cattolica dirige il Laboratorio Analisi e gestione di fenomeni sociali complessi attivo presso la cattedra di Sociologia.

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