Letteratura maestra di vita

Letteratura maestra di vita

09.07.2022

di Demetrio Paolin

Il 5 luglio la ceralacca è colata sullo spago che avvolgeva la busta e, dato il mio amore per il romanzo ottocentesco con tutti i suoi sigilli, timbri e diavolerie, il presidente di commissione mi ha concesso l’onore di apporre il timbro della scuola: così l’esame di maturità, per i miei ragazzi, poteva dirsi terminato. Tornando a casa, mi sono trovato a fare alcuni ragionamenti, che riguardavano il pezzo molto bello apparso su "Vita e Pensiero Plus" a firma di Simone Biundo; le riflessioni che seguono non sono da leggersi come una critica/risposta all’articolo, ma come una riflessione laterale che spero possa arricchire l’arazzo.

Durante il colloquio dell’Esame di Stato, il presidente ha ricordato a noi insegnanti, soprattutto nel momento della discussione per l’attribuzione del voto, che le conoscenze erano già state valutate (il credito con cui i ragazzi erano stati ammessi all’esame) e che, quindi, si dovevano semplicemente valutarne le competenze. Ora, quando lo diceva, il suo ragionamento mi pareva ineccepibile; possiamo discutere teoricamente se questo tipo di valutazione sia la migliore, ma di certo teoricamente possedeva una sua ratio: conoscenze (voto di ammissione) + competenze (voto del colloquio). Io sono sempre stato convinto, lo sono tutt’ora, che le competenze siano una sorta di specchietto delle allodole formativo e che ciò fa di uno studente un ottimo studente, cittadino ecc. siano le conoscenze e allora mi sono chiesto: che cosa “conoscono” i miei alunni? Quali sono i contenuti con cui terminano il loro percorso scolastico? Quali saranno le conoscenze letterarie, ad esempio, che hanno, che terranno a mente, ora che la loro vita li porta a scegliere percorsi di studio differenti (nessuno di loro farà una facoltà umanistica)?

Posso affermare che nella stragrande maggioranza dei casi, la loro conoscenza del patrimonio letterario italiano si fermi alla stagione tra le due guerre. Ad esempio nella mia quinta abbiamo fatto molto bene Svevo, Pirandello, Ungaretti e Montale, abbiamo appena accennato a Tozzi e alla Deledda, niente Cecchi, niente Sereni, o Amalia Rosselli o poi abbiamo fatto una corsa, una vera e propria cavalcata a rotta di collo, per parlare di Levi (la vita e un brano di Se questo è un uomo), Fenoglio (la vite e un brano de Una questione privata), perché volevo fare almeno qualche pagina di quello che reputo uno dei più importanti romanzi del ‘900 ovvero La Storia della Morante (abbiamo fatto la vita e qualche pagina).

Ha senso tutto questo? Quali sono le conoscenze, che lascio ai miei ragazzi nel momento in cui sigillo la busta con gli esami? La loro conoscenza, al più basica, della storia della letteratura italiana è disastrosa: non hanno idea che esista un secondo 900 italiano, e che esista una contemporaneità letteraria. Per quanto riguarda conoscenze linguistiche, c’è una tragica incapacità nel maneggiare i nessi logici – “quindi”, “perciò”, “per”, “dunque” etc. sono visti quasi con sospetto. Non voglio passare per il purista di turno (ho sempre odiato i nazisti tedeschi, dell’Illinois, o grammatici che siano), ma la mancanza di ogni nesso logico è il sintomo di una assenza di autonomia di pensiero personale; i temi dell’Esame di Stato ne sono stati una dimostrazione lampante: anche se pienamente sufficienti, nessun guizzo o analisi o sguardo. Sarebbe facile travestirmi da brontolone e dire “i giovani d’oggi sono vuoti, non pensano”, in realtà scorgo nelle loro parole l’incapacità di esprimere se stessi. Alla domanda perché? La mia risposta è sempre la stessa: si fa poca letteratura, e in più viene studiata – certo perché la letteratura DEVE essere studiata – male e di fretta; in oltre ci chiediamo perché i ragazzi non leggano, e poi ignoriamo, in maniera sistematica, ogni autore e autrice e genere letterario, legati alla modernità.

Vorrei quindi porre alcune questioni: perché passiamo i primi due anni delle “superiori” a riprendere ciò che è stato fatto nelle “medie” (le funzioni di Propp, l’analisi grammaticale, logica e del periodo et similia)? E quindi, e di conseguenza, in che cosa consiste, altrimenti, l’importante lavoro dei colleghi nella secondaria di primo grado? Qualcuno potrebbe dirmi, ma insomma “Chi se ne frega se non sanno chi sia Antonio Delfini, questo è nozionismo, è molto più importante che sappiano produrre un testo argomentativo chiaro”, eppure quanto del mio modo di vivere, di fare politica, di guardare gli altri, di relazionarmi con gli alunni, di produrre testi argomentativi chiari è dovuto alla lettura de La coscienza di Zeno, Corporale o Atlante Occidentale?

Il problema della scuola è, quindi, un problema di conoscenze, non di competenze. Così ho trovato centrato il discorso di Biundo sull’organizzare spazi e numeri di alunni per classi. Io propongo un passo successivo, dopo aver reso agibile l’ambiente scolastico, esso deve diventare luogo di comunità; e niente come la letteratura, il leggere insieme un libro, una poesia, producono comunità. Per me, insegnante di lettere, il mio “arredamento” è la letteratura italiana; è necessario un percorso di storia della letteratura che duri per più di tre anni, che non discrimini tecnici, professionali, che premetta a tutti gli alunni, nella maniera più democratica possibile, di avere accesso, conoscenza e consapevolezza del patrimonio letterario della lingua italiana e non solo (trovo folle, ad esempio nei tecnici e nei professionali, che si studino le lingue straniere e che non sia previsto nei programmi la lettura, almeno in traduzione, di alcune opere fondamentali della lingua che si sta apprendendo).

Una proposta per le superiori
L’idea semplice sarebbe che alle superiori si facesse storia della letteratura italiana dalla classe seconda delle superiori, lasciando al primo anno il percorso di acquisizione degli strumenti di studio, critica e analisi.
E così al burocrate del ministero, tutto preso da competenze, competenze in chiave europea, tutto intento a contare gli euro del PNRR ecc., che mi chiede quale sarebbe la nuova competenza prodotta da una conoscenza più approfondita della storia della letteratura, risponderei con una frase di Auerbach: “La letteratura produce una possibilità di noi stessi”, il che mi pare un grande bella competenza e un ottimo augurio per i nostri futuri alunni.


Demetrio Paolin

Demetrio Paolin, vive a Torino, dove scrive e insegna nelle scuole superiori. Collabora con il Corriere della Sera e La ricerca della Loescher. Ha scritto alcuni romanzi, con Conforme alla Gloria (Voland 2016) è stato finalista del premio Strega. Il suo ultimo romanzo è Anatomia di un profeta (Voland 2020).

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