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L’INGANNEVOLE “RESURREZIONE” DEL MERIDIONE NELLA PANDEMIA

05.12.2020

di Giuseppe Lupo

Anche se non ci sono elementi che autorizzano a fare differenze, è indubitabile che in occasione dell’epidemia di coronavirus c’è stata una diversità di fenomeni tra le aree del nostro Paese. Non mi riferisco tanto al grado più o meno pesante in cui ha inciso il virus nei mesi cruciali della prima ondata (quando le regioni del centro-sud sono state risparmiate rispetto a quelle del nord) e nemmeno alle reazioni che hanno seguito un tipo di atteggiamento per generazioni, procedendo dai meno sensibili al pericolo di contagio (i giovani) ai più rispettosi delle regole sanitarie (gli adulti e gli anziani).

Mi riferisco piuttosto al tipo di impatto che l’epidemia ha avuto sui comportamenti umani, a proposito dei quali – in questo caso il discorso riguarda sì la geografia – non è stato difficile osservare una macroscopica inversione di rotta. Da sempre il Mezzogiorno ha vissuto un rapporto di subalternità nei confronti delle zone economicamente più sviluppate e, di conseguenza, più densamente popolate, sicché per l’intero Novecento i flussi demografici avevano seguito la direttrice da Sud a Nord, facendo di Milano, in una prima fase, la città delle fabbriche e poi, in una seconda fase, la meta degli studi universitari e, più in generale, delle istituzioni culturali. Fra queste due emigrazioni esiste un rapporto di consanguineità: la seconda (quella con i volti degli studenti cominciata negli anni Settanta-Ottanta) segue a ruota la prima (quella con i volti dei contadini prossimi a diventare operai, cominciata negli anni del dopoguerra), anzi ne è quasi il completamento.

Con l’esplosione del coronavirus e, soprattutto, con il tragico coinvolgimento della Lombardia, sembra che siano entrati in crisi gli antichi equilibri tra Settentrione e Mezzogiorno, incrinando la fiducia non soltanto nella bontà inscalfibile del modello lombardo, ma anche la convinzione (diventata ormai secolare) che la città fosse il luogo a cui tendere come modello ideale di civiltà. La modernità non stava nelle campagne, da cui bisognava fuggire per conquistarsi un posto dignitoso nel mondo: questo ci era stato insegnato da Baudelaire fino a Vittorini.

L’epidemia ha rimesso in discussione tutto, non si sa fino a che livello di autenticazione, provocando addirittura in alcuni urbanisti una specie di capovolgimento nello sguardo, tanto da indurre Stefano Boeri, per esempio, a dichiarare che fosse giunto il momento di ripopolare i borghi che erano stati coinvolti, nei decenni precedenti, in un emorragico processo d’abbandono. Il problema ovviamente coinvolge non solo il Mezzogiorno, ma l’intero sistema delle aree interne, dall’Appennino emiliano in giù. Si tratta di una questione che s’innerva al paradigma di una fuga dalla città come azione cautelativa, come surrogato di salvezza. Siamo nel punto più contraddittorio (e forse confuso) del discorso. Per quanto devastante, l’esperienza del Covid-19 non può sconvolgere alla radice gli equilibri tra il Settentrione e il Mezzogiorno tanto da provocarne il ribaltamento. Difficilmente, dunque, la paura riuscirebbe a suggerire un’alternativa credibile al modello urbano. E a questa certezza, in aggiunta, si innesta anche la neoretorica delle aree interne - «il nauseabondo romanticismo estetizzante» li chiama Generoso Picone nel recente Paesaggio con rovine (2020) – alla cui recitazione artificiale assistiamo interdetti già da un po’ di anni e con il rammarico di constatare l’ennesima, menzognera lettura del Meridione.

Le aree interne, tanto più se meridionali, mancano ancora di quei servizi (logistica, istruzione, sanità) in grado di assicurare un livello accettabile nella qualità della vita. Se n’era accorto già ai primi del nuovo millennio Raffaele Crovi in un romanzo intitolato Appennino (2003). E il suo sguardo si rivolgeva alle zone montane della provincia di Reggio Emilia, coerenti nelle problematiche con le zone dell’Abruzzo, del Molise, della Basilicata, della Calabria, ma sicuramente a minore distanza dei centri economici della pianura Padana. Assai più complicata la realtà dell’Italia minore, quella appunto meridionale, depauperata di potenzialità da una classe politica che quasi mai ha lavorato nei termini di una progettualità. L’anomalia si manifesta proprio là dove si fa più forte l’abitudine a narrare i borghi abbandonati con l’atteggiamento del cuculo, di cui parla Vito Teti in Quel che resta (2017): «Distruggere i mondi quando sono in vita per poi piangerli e rimpiangerli quando sono ormai defunti o moribondi. Restare indifferenti alla scomparsa dei luoghi, paesi, pianure, boschi, animali, per poi procedere all’inventario, lacrimevole preludio di una miracolistica e truffaldina resurrezione».

Il pericolo su cui Teti mette in guardia, in altre parole, assomiglia al comportamento di Nerone che ordina di incendiare Roma per poterla immortalare con la sua poesia. Ed è lo stesso pericolo che si intuisce nell’approccio di una certa letteratura che celebra i paesi abbandonati incorniciandoli in un epicedio tanto nostalgico quanto ingannevole. Non sono persuaso che questo approccio sia la soluzione originale ai problemi dell’entroterra meridionale e non nasconda, piuttosto, la superficiale declinazione di un levismo in chiave postmoderna.

All’indomani del terremoto che porta la data del 23 novembre 1980 una domanda percorrere l’asse appenninico sconvolto dal sisma: perché restare? La questione adesso si ripropone in termini equivalenti: perché ritornare, se quei luoghi continuano a non garantire lavoro, qualità nei servizi, assistenza sanitaria, opportunità economiche?

Ed è un discorso che presuppone una riflessione: per riabilitare la dimensione del paese a modello percorribile non basta un’epidemia, per quanto drammatica. Bisogna ripensare in termini antropologici e culturali la condizione di marginalità, riscrivere i rapporti tra i vecchi centri e le nuove periferie, secondo la proposta del Manifesto per riabitare l’Italia (2020). Occorre, in altre parole, difendere il Mezzogiorno sia dalla nuova arcadia che desidera incorniciare il paese a icona di una finta bellezza, sia dalla proposta di una fuga dalle città, che non contiene il progetto di una redenzione, non sembra cioè preoccupata a risolvere il problema della subalternità (nel quale era stato condannato nell’ultimo secolo), ma solo a soddisfare il bisogno di evasione dalla pestilenza dei grandi spazi urbanizzati, vivendo le aree interne come un’avventura cinica ed esotica, buona a soddisfare la curiosità di chi è stanco dell’eccessiva civiltà e cerca un momentaneo rifugio nella preistoria.

Giuseppe Lupo

Giuseppe Lupo, scrittore e saggista è docente di Letteratura italiana contemporanea presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Brescia. È autore di romanzi e saggi, con cui ha vinto numerosi premi letterari, fra cui il premio Viareggio-Repaci e il premio Selezione Campiello, collabora alle pagine culturali di «Avvenire» e del «Sole 24 Ore». Tra i suoi ultimi libri ricordiamo: "Atlante immaginario" (2014), "L’albero di stanze" (2015), "La letteratura al tempo di Adriano Olivetti" (2016), "Gli anni del nostro incanto" (2017) e "Breve storia del mio silenzio" (2019).

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