L’Italia non è un Paese per giovani

L’Italia non è un Paese per giovani

02.12.2023
di Giampaolo Galli

L’Italia non è o non è più un paese per giovani. Tanti vanno all’estero. Spesso sono i migliori che ci lasciano perché all’estero i loro meriti vengono meglio valorizzati. Le cause di questa situazione sono tante e sarebbe semplicistico additarne una sola, o proporre una sola soluzione. Fra le ragioni principali, c’è il fatto che da una trentina di anni l’Italia ha smesso di crescere, come testimoniano i dati sul PIL. E fatto ancora più preoccupante, nello stesso periodo in Italia si è registrata una assoluta stagnazione di quella che gli economisti chiamano “produttività totale dei fattori”, che in sostanza è una misura della capacità innovativa di un sistema economico. Questi dati possono stupire alla luce del fatto che nei due decenni del dopoguerra l’Italia è stata un modello di crescita economica e anche di innovazione, sia pure largamente di innovazione importata, ossia di imitazione di prodotti inventati all’estero, specie negli Stati Uniti. La maggior parte degli economisti concorda che il cambio di paradigma è avvenuto attorno agli anni Novanta, quando l’Italia si è trovata vicina alla frontiera dell’innovazione, ossia non poteva più crescere per imitazione, e avrebbe dovuto sviluppare una capacità innovativa endogena. In quel frangente l’Italia non è riuscita a fare il salto verso quella che, nel linguaggio europeo del Trattato di Lisbona, è stata definita un’economia aperta basata sulla conoscenza. Questo salto è invece avvenuto nella maggior parte dei paesi verso i quali emigrano i nostri giovani: negli Stati Uniti e nel Regno Unito, innanzitutto, ma anche in Francia, in Germania e in molti paesi del Nord Europa.

Senza innovazione, non c’è crescita e soprattutto non c’è spazio per la voglia di fare e di innovare che è tipica dei giovani. Senza crescita, gli anziani si tengono stretto tutto quello che hanno: il patrimonio, le aziende, le posizioni di potere.

Negli Stati Uniti, la tipica parabola di una persona di successo è quella di Luigi Zappacosta. Nato a Chieti nel 1950, studiò presso il liceo classico Giambattista Vico e poi si laureò in Ingegneria Elettronica alla Sapienza di Roma. Dopo aver lavorato per qualche anno a Pisa, andò negli Stati Uniti e conseguì un master presso la Stanford University. Nel 1981 fondò con due colleghi la Logitech, un’azienda che oggi tutto il mondo conosce anche grazie al merito di aver introdotto sul mercato i primi mouse con sensori ottici. Luigi non si tenne stretta la sua creatura, ma la quotò in borsa, prima in Svizzera e poi al NASDAQ, e nel 1998 abbandonò i ruoli direttivi che aveva avuto sino ad allora. Oggi non compare più fra i soci rilevanti della società e si dedica a “fare il capitalista” cioè a individuare aziende e giovani brillanti e aiutarli con i suoi capitali e la sua expertise. Ha fatto vari investimenti importanti, ad esempio nel fotovoltaico, nella sua terra d’Abruzzo.

In Italia i capi azienda raramente cedono il controllo; anche se quotano in borsa le loro aziende si tengono ben salda la maggioranza di controllo e raramente si affidano a manager esterni. Le aziende familiari esistono in tutto il mondo, anzi quasi tutte le aziende nascono come aziende di famiglia. Ciò che è peculiare dell’Italia è l’ossessione per il controllo e la scarsa fiducia nei manager professionali, un fatto che naturalmente è molto frustrante per i nostri giovani più promettenti. Forse questa ossessione è il risultato, più che la causa, di una economia bloccata in cui c’è poca fiducia nel futuro anche da parte dei benestanti signori che controllano le aziende.

E questa ossessione per il controllo non è peculiare delle aziende. Il potere è nelle mani degli anziani anche nella pubblica amministrazione, nella magistratura, nella scuola. Conosco una ragazza, che dopo la laurea in fisica a Roma, si è traferita a Parigi dove ha ottenuto il dottorato ed ha intrapreso la carriera di ricercatrice; all’età di soli 33 anni le è stato affidato l’incarico di coordinare un team internazionale di alcune decine di fisici, tra cui vari premi Nobel, per un importante progetto dell’Agenzia Spaziale Europea. In Italia, un incarico di tale importanza verrebbe dato ad un attempato professore, preferibilmente maschio.

“Tu vuò fà l’americano”, cantava Renato Carosone. No, mi basterebbe fare come in Francia.

Giampaolo Galli

Giampaolo Galli è direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del sacro Cuore. Docente di Politica Economica. E’ stato funzionario della Banca d’Italia, direttore generale dell’ANIA, capo economista e direttore generale di Confindustria, deputato nella XVII legislatura.

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