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LUCE D'ERAMO. LO SGUARDO ETICO DI UNA SCRITTRICE

30.01.2021
di Fulvio Panzeri

Chi si dovesse basare su un manuale della letteratura italiana del Novecento, soprattutto per quanto riguarda il secondo Novecento, per avere un panorama significativo degli scrittori che hanno effettivamente contato, si troverebbe di fronte ad uno scenario “falsato”, oltre che stereotipato e descritto, non secondo i termini dell’effettivo apporto dato dalle opere letterarie nella lettura della realtà italiana, ma compilato valutando solo quelle che sono state le “mode letterarie” imposte da un certo giornalismo radical-chic e da un’editoria pronta a far da cassa di risonanza ai molti “fuochi fatui” che hanno poi dimostrato tutta la loro illusorietà.

Scrittori che invece hanno vissuto da appartati, seguendo una propria linea morale, interrogando la propria storia e il tempo che hanno vissuto, considerati “fuori moda”, nonostante siano stati amati ed apprezzati dai lettori vengono sistematicamente ignorati o, per gentile concessione dei “compilatori”, semplicemente nominati e indicati come gli autori dell’opera più conosciuta. È ormai una prassi, che però non permette di delineare un percorso onesto e veritiero, le cui “vittime” dopo la morte sono sempre molte. Una di queste è una scrittrice che invece merita di avere un suo ruolo di primissimo piano nella storia della nostra letteratura più recente.

Parliamo di Luce d’Eramo, sodale di Ignazio Silone, per molti anni, fino alla sua morte, punto di riferimento della scrittrice, al quale all’inizio degli anni Settanta aveva dedicato una monografia, in cui metteva in luce come la cultura italiana abbia frainteso e “letto” l’opera dello scrittore, all’insegna di un pregiudizio ideologico. Nel 1979 pubblica il suo capolavoro, Deviazione, che racconta quella che il figlio Marco definisce «una vita scabra, drammatica, appassionante», con decisioni coraggiose, come quella di scappare dal castello in cui vivevano i genitori (il padre nel 1944 era sottosegretario all’aviazione della Repubblica di Salò) per andare a lavorare nei campi di concentramento in Germania. Fuggita da Dachau, cameriera a Magonza, fa parte di una squadra di volontari che scavano tra le macerie dei bombardamenti e una bomba a scoppio ritardato la lascia paralizzata per tutta la vita. È anche uno dei grandi libri degli anni Settanta, non certo “minore” come forza a La Storia di Elsa Morante, che giustamente Feltrinelli alcuni anni fa ha deciso di ripubblicare nella collana “Le comete”, destinata ai grandi libri da scoprire o riscoprire, inaugurando così la ripubblicazione delle opere della scrittrice, dopo anni di assenza dalle librerie.

Ora affianca a quel capolavoro “riconosciuto”, ma dimenticato, un altro romanzo della d’Eramo, Ultima luna, che invece è un capolavoro da riconoscere come tale, pubblicato, in prima edizione nel 1993 e che riletto oggi, a quasi trent’anni dalla sua uscita, non risente della patina del tempo trascorso, che anzi ne avvalora la forza e la tenuta. Non a caso è un critico francese (e non italiano), René De Ceccatty, che firma l’introduzione a sottolinearne il valore e l’unicità di classico, che segue la linea tracciata da Petrolio di Pasolini, definendolo “un romanzo-viaggio e un romanzo-saggio, un romanzo-memoria e un romanzo-angoscia”.

Un libro, peraltro, che, al di là del giudizio critico che si può esprimere sull’opera, dimostra come la d’Eramo ha vissuto e interrogato il presente, restituendo una sorta di “profezia” che è dono e qualità di chi sa essere nella realtà, con il proprio corpo e con la propria coscienza. Ultima luna infatti è uno dei pochi romanzi italiani che abbia scelto di indagare una realtà, relegata nel silenzio, quella delle case di riposo, che ora sono diventate RSA, cui la Pandemia ha restituito visibilità, mettendone in evidenza fragilità, problematiche aperte e mai risolte, nonostante il cambiamento di denominazione. La d’Eramo nel libro, costruendo una storia complessa, ha voluto essere dalla parte della verità e non si è accontentata della finzione narrativa, ma ha voluto cogliere il senso e la complessità di questo luogo, al punto che per scrivere il libro ha fatto una scelta precisa: “Quando ho scritto Ultima luna, per documentarmi sulla condizione degli anziani mi sono fatta rinchiudere in più di una casa di riposo e non è stato piacevole”.

Così da una parte mette in evidenza una storia, racconta la solitudine di un’attesa prolungata, i desideri più intimi, come quello della protagonista di rivedere il figlio, che si è trasferito a Tokyo, da anni, dove è diventato un giornalista famoso, dall’altra conduce un viaggio nel presente che mette in evidenza le questioni burocratiche, le problematiche aperte e mai chiuse dopo trent’anni, consulta i dati statistici, offre un quadro anche di indagine civile, oltre che umana su “comunità” che sembrano non interessare gli scrittori, lasciate ad una sorta di oblio che lascia indifferenti chi sta all’esterno. La d’Eramo ha avuto il coraggio di essere sempre se stessa, al di là dei condizionamenti e degli stereotipi. Aveva intitolato un suo libro-intervista: Io sono un’aliena, definendosi nei confronti del mondo, ma anche di una società letteraria che non ha mai amato gli scrittori non asserviti ai poteri culturali, i cosiddetti “cani sciolti”, ma anche gli “alieni”, che nonostante tutto, sanno parlare più di altri, anche vent’anni dopo la loro morte (la d’Eramo se ne è andata vent’anni fa, nel 2001) e riescono con un romanzo ad interrogare ancora un luogo “fragile”, nel momento in cui ha mostrato a tutti le sue “crepe” e la necessità di essere conosciuto e difeso.

Fulvio Panzeri

Fulvio Panzeri, critico letterario, poeta e maestro elementare, si è occupato di “nuova narrativa italiana”, attraverso libri e antologie e ha curato le “Opere complete” nei “Classici Bompiani” di Giovanni Testori e di Pier Vittorio Tondelli.

Guarda tutti gli articoli scritti da Fulvio Panzeri
 

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