Ma i fumetti non sono libri

Ma i fumetti non sono libri

20.04.2024
di Piero Dorfles

Ci sono alcune recenti ricerche che testimoniano una forte crescita della lettura tra i giovani. Sarebbe una notizia incoraggiante se non fosse puntualmente smentita da tutti gli operatori scolastici che lamentano un rifiuto quasi generalizzato del libro e della lettura, in particolare tra gli alunni delle superiori. Non so come risolvere questa discrasia tra quanto dichiarato dagli intervistati e le testimonianze degli insegnanti, se non con due ipotesi. Una è che quelle degli studenti siano “risposte di prestigio”, e cioè date nell’intento di dare di sé un’immagine positiva, che corrisponda a quanto genitori e insegnanti auspicano. L’altra è che – come in fondo fanno anche le classifiche dei libri più venduti – si considerino libri anche graphic novel, fumetti, manuali di autoaiuto, per non parlare di un volume che figura da settimane tra i libri più venduti, dal significativo titolo (chiedo scusa, ma è così) di Test da fare mentre si fa la cacca.

Mi è successo di essere contestato, o meglio coperto di improperi, per aver detto che non si può paragonare la lettura di un album di manga a un romanzo. A costo di riattizzare la polemica, confermo questa valutazione, che è legata alla specificità della lettura del libro, che non può essere paragonata a quella del fumetto. Questo al di là della valutazione sulla qualità di fumetti, manga e graphic novel, che possono essere di altissimo livello e di grande raffinatezza, e sviluppare nel lettore una particolare sensibilità alla qualità estetica e ai sistemi di valori che questo modello di creazione letterario-artistica veicola. Il problema è che un volume che si basa soprattutto sulle immagini e ha un testo minimo, in genere fatto di dialoghi molto elementari e scritti in maiuscoletto, non comporta elevate competenze di lettura, né capacità di confrontarsi con le centinaia di pagine di un romanzo o di un testo scientifico. Sarei portato anzi a dire che i ragazzi che tendono a leggere quasi soltanto volumi in cui l’illustrazione prevale sul testo, difficilmente sviluppano l’attitudine a leggere libri.

Il motivo è che leggere libri comporta una competenza che si acquisisce soltanto con l’esercizio e una prolungata famigliarità con il testo scritto. Competenza che non si sviluppa con quel semplice addestramento alla lettura funzionale ad acquisire le informazioni necessarie a completare un percorso scolastico, ma che nasce dall’abitudine a maneggiare con disinvoltura libri lunghi e complessi, senza farsi scoraggiare dal numero di pagine e con la capacità di cogliere non soltanto la superficie del contenuto, ma di comprendere anche le sfumature stilistiche, i riferimenti letterari interni al testo e i dettagli sociali e culturali impliciti nel racconto.  

Si tratta di quella lettura profonda di cui parla Maryanne Wolf, che rappresenta una sorta di professionalizzazione della lettura. Un modo di leggere che permette di affrontare i libri prendendone quello che si sta cercando, sapendo distinguere la lettura per intrattenimento da quella per studio e analisi critica, sapendo usarli senza rischiare di esserne usati. Solo se la lettura diventa una attività che si svolge senza fatica e senza timore si può andare, appunto, in profondità al testo.

Il problema del rapporto dei giovani con il libro è che, essendo continuamente stimolati dai dispositivi digitali, sono portati alla lettura frammentaria e tumultuosa di messaggi e post sui social networks che non soltanto non addestrano alla lettura profonda, ma ne allontanano e – se pure vi si è attinto – ne disabituano. Secondo molti educatori accade infatti che i più giovani si abituino a leggere, alle volte anche con entusiasmo ma, arrivati alla pubertà, siano travolti dalla comunicazione digitale e perdano attitudine alla lettura. Se è vero infatti che i millennials passano molto più tempo delle generazioni precedenti leggendo, bisogna dire che si tratta di una lettura che non apre al libro, con la sua complessità.

Alla domanda se questo quadro porti ad affermare che la lettura dei libri, come già succede con i giornali, sia destinata a declinare inesorabilmente, è difficile rispondere. Quello che la situazione attuale suggerisce è che la lettura profonda sopravvivrà, ma solo per una piccola élite legata a una visione analitica e critica del mondo. Un po’ come negli scriptoria medievali, dove i monaci mantenevano viva la cultura classica ricopiando i grandi testi del passato, una certa percentuale di lettori manterrà un rapporto diretto e profondo con i testi, mentre la maggioranza si limiterà ad attingere alle sintesi acritiche che la sterminata memoria digitale mette a disposizione di chi abbia desiderio di qualche approfondimento.

Se così fosse, è probabile che in futuro l’élite dei lettori avrà competenze e cultura, ma non avrà nessun potere, mentre chi avrà il compito di governare la cosa pubblica avrà il potere senza avere cultura. Un fenomeno del quale, a mio avviso, si sentono già i prodromi, e che – personalmente  non mi fa dormire sonni tranquilli.

Piero Dorfles

Piero Dorfles è un giornalista e critico letterario italiano.

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