La maternità surrogata. Tra universalità, descrizioni e valutazioni

Maternità surrogata? Salvaguardiamo l’umano

17.06.2023
di Alessio Musio

Il dibattito che da anni esiste tra gli studiosi a proposito della maternità surrogata si è diffuso trasversalmente negli ultimi mesi a fronte della proposta di una legge per la sua proibizione universale. Per cercare di capire il senso della proposta, vale la pena cominciare dalla domanda su che cosa sia questo fenomeno.

 Con ‘maternità surrogata’ si intende la pratica con cui una donna porta a termine la gravidanza e il parto di un figlio che poi verrà consegnato a dei genitori ‘sociali’ che, in vari modi, possono aver contribuito alla sua generazione. La maternità surrogata, come la conosciamo oggi, dipende perlopiù dalla tecnica della fecondazione in vitro (FIVET): omologa, quando i gameti sono quelli dei genitori committenti; eterologa, quando i gameti sono presi da soggetti terzi rispetto a chi commissiona generazione, gestazione e parto.

 In effetti, il nesso con la FIVET è essenziale, visto che essa ha reso possibile separare la figura della donna da cui provengono i gameti da quella in cui si realizzerà la gestazione e il parto. Questa separazione tecnica ha assunto, però, immediatamente – come scrivono le sociologhe australiane Cooper e Waldby in un loro importante lavoro – una valenza economica, «nella misura in cui solo il patrimonio genetico di chi ha ‘fornito’ gli ovociti influisce sulla ‘produzione’ del figlio, dato che la madre surrogata, invece, dal punto di vista genetico non lascia pressoché traccia di sé». E in effetti è questo il motivo per cui nello scenario globalizzato della surrogacy a essere più richieste (e più pagate) nell’approvvigionamento degli ovociti sono le donne bianche dai tratti somatici nordeuropei, mentre per le madri surrogate ci si ‘accontenterebbe’, invece, di donne appartenenti a paesi o classi sociali in cui il costo della pratica di surrogazione è inferiore, rivolgendosi quindi a donne dell’est o di colore.

Dai contratti si evince, inoltre, come le prime debbano essere perlopiù molto giovani, mentre per le madri surrogate si preferiscono donne che abbiano già dei figli: da un lato, perché in questo modo possono essere considerate un ‘investimento’ sicuro, nella misura in cui hanno dimostrato di essere capaci di portare a termine una gravidanza; dall’altro, per il fatto che, avendo già dei figli, sono meno portate ad affezionarsi al bambino una volta nato, eventualità che metterebbe a rischio, altrimenti, l’intera ‘impresa’.

Così, con la maternità surrogata non viene soltanto delegata la generazione alla tecnologia, come accade in qualsiasi fecondazione artificiale, ma il materno è scomposto in una pluralità di figure sulla base del tacito presupposto secondo cui il tempo della gravidanza e del parto nulla direbbe del figlio che si affaccerebbe, così, al mondo come una ‘tabula rasa’, allo stesso modo di come le dinamiche della produzione appaiono del tutto irrilevanti per un prodotto una volta finito.

Ecco perché la pratica della maternità surrogata – a maggior ragione se legittimata giuridicamente – mette in crisi la distinzione tra persone e cose, visto che con essa anche le persone, come le cose, diventano ‘fungibili’: la generazione è sostituita dalla tecnologia, il materno viene appositamente scisso per ammettere la logica del rimpiazzo, mentre il figlio è esposto alla sostituzione e alla perdita del legame fondamentale con chi lo ha generato e messo al mondo, essendo nei fatti pensato come l’esito di un processo produttivo e monetario.

Ora, forse non si è sin qui riflettuto a sufficienza sul fatto che, se quello della surrogacy è nella sostanza un fenomeno (economico) globale, l’orizzonte con cui deve essere pensato, anche sul piano giuridico, non possa che essere quello dell’universalità. A questo proposito risulta, anzi, importante ricordare che la battaglia per la sua abolizione universale è stata portata avanti in primis dal mondo femminista della sinistra francese che ha promosso nel 2015 a Parigi la Carta per l’abolizione universale della maternità surrogata, poi firmata e condivisa da molti intellettuali di vari orientamenti. Non si tratta, dunque, di una battaglia della destra contro la sinistra o dell’ennesima riedizione di un infelice scontro tra conservatori e progressisti, ma di un impegno ineludibile per la salvaguardia dell’umano – come si è fatto quando si sono riuscite a superare sul piano delle leggi le resistenze di chi non voleva abolire la schiavitù e quando si è riusciti a proteggere per via giuridica la gravidanza dal lavoro, anche se proprio di questa conquista di civiltà, oggi, non sembra importarci più molto, visto che chi cerca di legittimare socialmente la surrogacy lo fa paragonandola esattamente a una professione.

L’importanza della ‘battaglia’ culturale per l’abolizione universale della maternità surrogata è spiegata, comunque, dalla stessa Carta di Parigi, per la quale essa «cancella il valore intrinseco e la dignità degli esseri umani», dato che configura «una messa a disposizione del corpo delle donne» a scopi generativi che, «lungi dall’essere un gesto individuale», rinvia invece a «imprese che si occupano di riproduzione umana, in un sistema organizzato di produzione, che comprende cliniche, medici, avvocati, agenzie ecc. Questo sistema ha bisogno di donne come mezzi di produzione in modo che la gravidanza e il parto diventino delle procedure funzionali, dotate di un valore d’uso e di un valore di scambio, […] nella cornice della globalizzazione dei mercati che hanno per oggetto il corpo umano».

In ogni caso dal punto di vista etico una proposta non è davvero universale, in senso buono, se non riesce anche a tenere conto delle persone cui si riferisce.

Se ci chiediamo quali siano, allora, le persone in gioco in questa pratica, ne troviamo diverse. Sicuramente ci sono le madri (addirittura moltiplicate: genetiche, gestazionali e sociali), ma poi ci sono anche i padri che rischiano di essere o i grandi assenti di questo dibattitto o coloro che rivendicano per sé una sorta di diritto (misogino) all’uso del corpo femminile. Poi ci sono i figli che già sono nati dalle madri surrogate, i quali assistono alla sparizione di un fratellino o una sorellina, che non possono che aver atteso durante il tempo della gravidanza, finendo inevitabilmente per chiedersi – come è stato acutamente notato – se un destino analogo di sparizione non sarebbe potuto capitare anche a loro. Ed infine c’è lui, il protagonista, in realtà l’oggetto di tutta la pratica: il figlio che perde il legame con la madre che lo ha messo al mondo, nella misura in cui la surrogacy,a differenza dell’adozione, è l’istituzione, e non il rimedio, a una condizione di abbandono.

E il tema decisivo è che il figlio non può essere non solo comprato, ma nemmeno donato: perché se ogni persona può sempre donare qualcosa di sé, questa facoltà di dono non può estendersi al dono di un’altra soggettività (il figlio). A poter essere donate sono solo le cose e non le persone. L’universalità dell’obiezione fa sì, insomma, che essa riguardi sia la maternità surrogata commerciale, sia quella cd. solidale. A chi obiettasse, infatti, che a essere comprato o donato è solo il servizio (o la capacità) gestazionale, senza che questo implichi la compravendita o il dono del figlio, si deve rispondere che non è così, perché non c’è servizio gestazionale senza la presenza effettiva del figlio. Al di là dell’alternativa tra dono e mercato, resta polare dal punto di vista etico l’universalità della condizione umana.

Alessio Musio

Alessio Musio è Professore Ordinario di Filosofia Morale presso l’Università Cattolica di Milano, dove tiene i corsi di Filosofia Morale, Filosofia della politica e Filosofia delle relazioni. Fa parte del Comitato Scientifico del Centro di Ateneo di Bioetica della stessa Università e del Comitato Direttivo della Rivista Medicina e Morale (Rivista Internazionale di Bioetica).
Autore di numerosi saggi di carattere etico e antropologico, si è occupato del tema dell’autonomia a partire dal confronto tra Peter Sloterdijk e Jürgen Habermas in ordine al progetto di eliminare tecnologicamente la ‘casualità dell’origine’ dell’essere umano; della declinazione etica, prima ancora che politico-giuridica, della ‘sovranità’, a fronte dell’imprevedibilità delle azioni umane, e del progetto di delineare una fenomenologia delle principali figure della vita morale alla luce della fondamentale distinzione tra ‘ambivalenza’ e ‘ambiguità’. Attualmente le sue ricerche si concentrano sul tema bioetico della maternità surrogata, emblema di una civiltà che non sa più riconoscere la fondamentale distinzione tra le ‘persone' e le ‘cose’.

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