Matteotti non è di tutti

Matteotti non è di tutti

01.06.2024

di Gianpaolo Romanato

Oggi Giacomo Matteotti è di tutti. Inonda le librerie, fuoriesce sui giornali, appare in televisione, occupa i teatri. Ma non è sempre stato così. Durante la prima repubblica fu uomo di pochi. Non vi si riconobbero mai i comunisti, imbarazzati e spiazzati dal fatto che la vittima più intemerata del fascismo non fosse un comunista, ma addirittura un socialdemocratico, cioè un “riformista”, un “moderato”, che non aveva mai risparmiato sprezzanti giudizi sulla rivoluzione d’ottobre (“un nuovo zarismo”) e arrivò a scrivere, nel 1924, che il “comunismo era complice involontario del fascismo”, perché “la violenza e la dittatura predicata dall’uno diviene il pretesto e la giustificazione della violenza e della dittatura in atto dell’altro”. In lui si riconobbero, ma in ritardo, i socialisti di Nenni. Solo i socialdemocratici di Giuseppe Saragat, cioè un partito che la sinistra considerava venduto al campo avverso e trattò sempre con sprezzo, fecero di Matteotti la propria bandiera, forti anche del fatto che i suoi due figli, Giancarlo e Matteo, militarono nelle loro file. Insomma, per quasi quarant’anni Matteotti fu la bandierina di pochi più che la bandiera di tutti. Ricordare tutto questo oggi non è irriverenza ma rispetto della verità, una verità confermata dai suoi scritti, dalle sue lettere, dove non troviamo soltanto il giudizio prima riferito sul comunismo, ma valutazioni sprezzanti su gran parte dei socialisti di allora: un “troiaio”, li definisce, sfogandosi con Filippo Turati. D’altronde non è un caso se la raccolta dell’opera omnia di Matteotti vagò per anni, inutilmente, da un editore all’altro, dopo esser stata rifiutata da Einaudi, i cui legami con il Pci erano ben noti, e fu accolta infine dal marchio, benemerito ma del tutto marginale, di una piccola casa editrice di Pisa, Nistri-Lischi.

A tirare fuori il deputato di Rovigo dalle risse di una sinistra perennemente in cerca di identità fu quel vecchio galantuomo di Sandro Pertini, memore del fatto che egli stesso era diventato socialista – nel partito riformista di Matteotti, la socialdemocrazia – proprio all’indomani dell’assassinio di colui che aveva definito il “grande Martire”. Quando divenne Presidente della Camera immediatamente promosse l’edizione completa dei suoi interventi parlamentari (106 discorsi in meno di cinque anni, tre grossi volumi), che diedero la misura del personaggio. Da questa iniziativa, che lo tirò fuori dalle piccole beghe partitiche e lo proiettò nella luce che gli è propria, quella della storia italiana ed europea del primo dopoguerra, prese avvio il suo lento recupero. La fine della prima repubblica e dei partiti che l’avevano occupata fece il resto, diradando la nebbia dei pregiudizi che per troppo tempo lo aveva confinato in un angolo.

E oggi finalmente Matteotti trionfa. Ma con il rischio di essere nuovamente frainteso. Perché uomo di tutti, Matteotti, non era e non può diventare. Austero, rigoroso, intransigente – un italiano diverso, come mi sono permesso di definirlo nel libro che gli ho dedicato – sarebbe il primo a ribellarsi se sapesse di essere trasformato in un generico ombrello sotto il quale tutti cercano di trovare riparo. E anche per un’altra ragione. L’attuale stagione politica vede in lui soltanto l’antifascista, ciò che fu sempre e senza sconti (ci mancherebbe!). Ma Matteotti merita di essere ricordato anche per altre e non meno importanti ragioni. Fu antimilitarista, antibellicista, antinterventista quando scoppiò la grande guerra. Tutti i suoi interventi di allora ci dicono che anticipò di mezzo secolo l’articolo 11 della nostra Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…”). Fu nettamente contrario alla pace cartaginese imposta nel 1919 alla Germania, scrivendo che si stavano ponendo le premesse di una nuova guerra. Fu un radicale oppositore di ogni forma di nazionalismo, che produce militarismo e conflitti, e sognò quelli che fin da allora chiama gli “stati uniti d’Europa”. Insomma, fu un intrepido antifascista, certo, ma fu anche tante altre cose, che pochi ricordano ma che gli meritano ugualmente un posto nel pantheon novecentesco.

Gianpaolo Romanato

Gianpaolo Romanato, laureato in filosofia a Padova e specializzato alla Cattolica di Milano, già professore di storia contemporanea nell’ateneo patavino, dal 2007 fa parte del Pontificio Comitato di Scienze Storiche (Città del Vaticano). Ha scritto vari libri: su Pio X, su Daniele Comboni, su Adolfo Rossi. Su Matteotti ha appena pubblicato presso Bompiani "Giacomo Matteotti. Un italiano diverso".

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