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NOI GIORNALISTI MALATI DI RETORICA E NARCISISMO

10.10.2020
di Laura Silvia Battaglia

Nel 2005, quando sono approdata al Master in Giornalismo dell’Università Cattolica, dopo dieci anni trascorsi come cronista di bianca e di nera nella Sicilia orientale, pagata 5mila lire al pezzo, non importa di quale lunghezza fosse, e di pagine “passate” a cottimo, mentre ti arrivavano telefonate di minaccia da parte dei boss di quartiere per avere raccontato come una associazione locale tentava di strappare alla mafia i loro figlioli, uno dei momenti più intensi del primo anno di Master era la lezione di etica e deontologia giornalistica del compianto Marco Deriu. La mia classe era molto coinvolta e ci divertivamo a sottoporre a noi stessi, e di riflesso al docente, dei “casi scuola” deontologici. Il preferito da me e dai miei colleghi era il seguente rompicapo immaginario: il mio imbianchino – che sa benissimo che io sono un giornalista – è anche l’imbianchino di Silvio Berlusconi. Mentre opera in casa mia, mi racconta cosa è successo ad Arcore quando il Cavaliere ha ritinteggiato la sua villa. Mi offre dei racconti impareggiabili che potrebbe valere la pena pubblicare. Io, giornalista, cosa faccio? Lo utilizzo come fonte o no? Gli attribuisco la paternità delle affermazioni? Lui sa che io sono un giornalista ma non c’è alcuna intervista formale o consenso da parte sua. Pubblico o non pubblico? Su queste domande si discuteva (e anche si litigava) per ore, iniziando in classe e proseguendo in mensa. Certo, ai tempi non avrei potuto sapere che un giorno mi sarei trovata come giardiniere il giardiniere della madre Berlusconi e che quel quesito deontologico mi sarebbe stato successivamente utile. Ma la problematica che poneva, per quanto estremizzata, è la madre di tutte le problematiche: come conciliare la necessità di raccontare la realtà, rivelando dettagli di interesse pubblico, con la riservatezza della fonte? Cosa fare se la fonte non ci ha dato assenso esplicito alle sue rivelazioni?

Negli anni successivi, non è stato però il giardiniere di Berlusconi a darmi dei grattacapi etici. Nei 15 anni di lavoro successivi al Master in giornalismo, alternati tra la didattica in università e il reporting sul campo tra i conflitti del mondo (dal Kosovo al Libano, dall’Afghanistan alla Libia, dall’Iraq allo Yemen), sono arrivata alla conclusione che il lavoro di testimonianza, fondamentale nel giornalismo, per portare luce e comprensione sulle cosiddette guerre dimenticate, nel terzo millennio, si stia configurando quasi come un’esperienza impossibile e, quando non impossibile, quasi inutile. Siamo lontani anni luce sia dalle esperienze di Robert Capa che di Ryszard Kapuscinski. Siamo anche oltre la guerra rappresentata in prima serata sulla CNN o su Al Jazeera durante i conflitti del Golfo tra Iraq e Kuwait. Siamo addirittura oltre il fatto conclamato che i giornalisti siamo parte integrante della guerra, che siamo target, merce di scambio, obiettivi da abbattere, rapire, torturare, come fanno tutti, ormai, dai governi legittimi alle milizie non statuali. Oggi, siamo oltre tutto questo perché ormai fatichiamo proprio ad esserci, a raggiungere i luoghi, a testimoniare: che sia a causa di visti giornalistici non concessi o di una pandemia globale, poco importa.

Oggi ci viene impedito di essere anche testimoni o, almeno, di provarci. E nei pochi casi in cui, con tenacia, mezzi e sotterfugi, ci riusciamo – perché questa è l’unica possibilità che abbiamo o che ci è data – rischiamo di essere parte attiva nelle guerre, finanziando profumatamente passeur che fanno parte di quelle milizie, che con i soldi che cediamo per entrare e testimoniare le violazioni dei diritti umani, acquistano tonnellate di artiglieria con cui alimentano la guerra. Milizie che spesso sono le cause di questi conflitti, milizie che decidono cosa possiamo vedere e cosa no, in modo che siamo costretti a raccontare ciò che esse decidono, né più né meno di quel che ci chiedono di fare i governi legittimi, guidati da dittatori impuniti, protetti da efficienti apparati di sicurezza. E quando riusciamo a barcamenarci, da una parte e dall’altra, con fatica, come nel caso della Siria o dello Yemen, o del Congo o del Sudan, dopo anni e anni di conflitto, il risultato è comunque quello di non potere spostare di un grammo, con la nostra nuda testimonianza, la guerra verso l’asse della pace, o quantomeno dell’assenza di guerra.

Così mi chiedo e vi chiedo: la storia della famosa bambina yemenita, Amal, che veniva da Hodeida, pubblicata in prima pagina sul New York Times alla fine del 2018, di fronte alla quale tutti si commuovevano e si chiedevano come fosse possibile morire di fame in questo millennio, una storia esattamente identica a quella di milioni di bambini morti per malnutrizione che abbiamo incontrato in una decina di anni di lavoro in Yemen, mi chiedo, questa foto, questa storia, questa commozione globale ha cambiato le sorti del conflitto, dal 2018 a oggi? La risposta è no: no, non lo ha cambiato e non lo cambierà perché la soluzione di questo e di molti altri conflitti nel mondo è politica e il giornalismo non riesce ad incidere, al momento, su di essa. La guerra in Vietnam è lontana nel tempo, la forze di incidenza e di penetrazione del giornalismo americano dell’epoca è lontana anni luce dalla società di oggi e gli attori dei conflitti ormai si sono attrezzati benissimo nei confronti di quella stampa che sa cogliere delle crepe nella propaganda di guerra: e accade che lì dove non c’è volontà politica profonda, soprattutto nella sede delle Nazioni Unite, delle commissioni, del Consiglio di Sicurezza, il nostro lavoro sta diventando quasi un divertissement.

Così oggi non sono più così sicura che il giornalismo di guerra che pratico da 15 anni vada davvero oltre una certa stanca retorica e un costante e mai dichiarato narcisismo della mia categoria, nascosto da false modestie e professioni di (falsa) empatia verso i popoli colpiti dai conflitti. Probabilmente, noi giornalisti siamo solo lo specchio di un’umanità sempre più distratta, egoista e sorda alle sofferenze altrui, ovunque nel mondo. E forse, se ci sporcassimo le mani di più, se uscissimo dal condominio della categoria, mettendo la testa più spesso fuori di casa, ma fino in fondo, e se chiamassimo meno spesso l’imbianchino per nascondere le toppe, gli errori, i doppi standard comunicativi di una professione troppo mitizzata e sempre più svuotata dal suo ruolo di controllore della democrazia e di voce di tutte le classi sociali e soprattutto di coloro i cui diritti fondamentali sono costantemente colpiti, forse torneremmo a cambiare la storia. In fondo, nella forza di questo lavoro ci crediamo, altrimenti non saremmo qui a scriverne ancora, mantenendo gli occhi bene aperti.

Laura Silvia Battaglia

Laura Silvia Battaglia è giornalista professionista freelance e documentarista specializzata Medio Oriente e zone di conflitto, con particolare focus su Yemen e Iraq.

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