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NOTRE DAME: DALLE MACERIE AL CIELO

20.04.2019
di Carlo Ossola

L’incendio che ha distrutto, il 15 aprile scorso, il tetto, la flèche della cattedrale di Notre-Dame di Parigi e gravemente danneggiato vetrate e strutture, lascia dietro di sé sgomento, dolore, interrogativi ai quali il tempo e le indagini dovranno dare risposta.

Qualche osservazione può tuttavia essere avanzata sin dalle prime ore: il tempio resterà inagibile per molti anni, forse decenni; turisti (milioni ogni anno) si riverseranno altrove, magari al vicino Louvre; ma, da ieri sera, molti fedeli in preghiera al parvis antistante attendono una risposta. Non quella della polemica: abito in una via a Parigi che è sovrastata dal Pantheon, monumento degli eroi della Francia laica, e chiusa in basso dalla vista delle torri di Notre-Dame; ora mentre lo Stato - che è proprietario di entrambi i monumenti - ha speso somme ciclopiche per consolidare il Pantheon, ha lasciato briciole a Notre-Dame. Non di questo si tratta, anche se lascia molte ombre sulla equità della laicità dello Stato francese, ma della risposta che occorre dare a chi vive in Notre-Dame una parte del quotidiano di credente.

Ho sentito appelli a confluire nella vicina chiesa di Saint-Gervais; potrà essere un rimedio provvisorio per la già iniziata Settimana Santa. Ma una meditazione più profonda è chiesta dal nostro tempo: non pare a me sensato ricostruire per decenni la cattedrale com’era prima dell’incendio, frutto di rifacimenti e snaturamenti successivi sino al rimaneggiamento radicale di Viollet-le-Duc nell’Ottocento; sarebbe un ripristinare un falso con un nuovo falso sotto il patronato di magnati (che si sono già manifestati offrendo centinaia di milioni di euro) che nulla hanno a che fare con l’annuncio evangelico.

Nel tempo in cui i simboli della potenza mondana creano opere di mole immensa, sovrastanti e soggioganti, un cristianesimo fedele alle proprie radici dovrebbe trarre da questa prova i segni di avvenire che essa porge: una chiesa di resti, aperta sul cielo, come a San Galgano; una cattedrale ove si celebra nella pioggia e nel vento, memori che «le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Mt 8,18).

Così, mentre la Sagrada Familia a Barcelona sta definitivamente, compiendosi, per chiudere il suo cielo ai passeri e alle stelle, esso si riapre a Notre-Dame, per ricordare che siamo in via soltanto (dal parvis parte infatti uno dei più importanti cammini verso Compostela, salendo lungo la rue Saint-Jacques appunto), pellegrini e non domini.

Spero che la Messa venga celebrata, ora e negli anni a venire, sul sagrato o, appena agibili, tra le alte e fragili pareti che hanno rinunciato a serrare il cielo. Come a San Galgano, non ci sarà bisogno di statue di angeli, perché lì si vedrà la loro ombra passare nei refoli e nelle nuvole, non ci sarà bisogno di organi perché gli uccelli vi faranno nido e canto.

Poiché ciò che è più urgente oggi è ricostruire la speranza, che non ha bisogno di mura, ma di varcarle - le nostre mura di sicurezza, di egoismo, di pigrizia.

Ite, missa est.

(l'illustrazione è un inedito e originale di Andrea Musso)

Carlo Ossola

Carlo Ossola (Torino 1946) è filologo e critico letterario. Socio dell’Accademia dei Lincei e membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, insegna al Collège de France, cattedra di «Letterature moderne dell’Europa neolatina», e dirige l’Istituto di Studi italiani dell’Università della Svizzera Italiana a Lugano. I suoi saggi, in cui la ricerca filologica è sapientemente intrecciata alla storia delle idee, si rivolgono alla cultura rinascimentale come ad autori contemporanei quali Ungaretti e Calvino, dedicandosi anche all’analisi dello spazio letterario e delle figure che lo popolano.

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