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PETRARCA PRIMO INTELLETTUALE EUROPEO

18.05.2019
di Giuseppe Frasso

Dire che Petrarca sia un “autore europeo” corre il rischio di essere un luogo comune; ma i luoghi comuni hanno, spesso, un fondamento oggettivo. Per Petrarca verrebbe da dire un duplice fondamento: il primo legato alla sua vicenda biografica, il secondo connesso con le sue opere.

Fiorentino (ma nato a Arezzo per l’esilio del padre), cresciuto nella Francia del sud, dopo un periodo universitario a Montpellier passò all’università di Bologna dove restò, con alterne vicende, per sei anni; tornato in Provenza si spinse a Lombez, sui Pirenei, per visitare l’amico Giacomo Colonna nella sua nuova sede vescovile; entrato al servizio del cardinal Giovanni Colonna, condusse, nel 1333, un lungo viaggio per questioni d’ufficio, non disgiunte da interessi di studio, a Parigi, Gand, Liegi, Aquisgrana, Colonia, Lione. In continuo movimento tra Avignone e l’Italia, percorse varie volte la penisola, giungendo fino a Napoli; nel 1353, lasciò definitivamente Avignone e Valchiusa per stabilirsi a Milano, presso i Visconti, che misero subito a frutto le sue doti diplomatiche, la sua cultura e conoscenza della lingua latina, affidandogli varie missioni; il poeta infatti andò Venezia nel 1353 come componente dell’ambasceria che doveva trattare la pace tra Milano e Venezia e conobbe il doge Andrea Dandolo; incontrò l’Imperatore Carlo IV a Mantova nel 1354; raggiunse Basilea e Praga, sede della corte imperiale, nel 1356; fu a Parigi tra il 1360 e il 1361 per celebrare, con una solenne orazione, il ritorno dalla prigionia in Inghilterra di re Giovanni il Buono. Anche quando Petrarca lasciò Milano e si stabilì nelle nuove sedi di Venezia, Padova e Arquà non mancarono ripetuti spostamenti, seppur questa volta limitati all’Italia. Insomma, visti i tempi e le non agevoli condizioni dei trasporti, anche se spesso affidati alle meno defatiganti vie d’acqua, Petrarca fu un eccezionale viaggiatore, capace di raggiungere, con itinerari di grande impegno, varie regioni d’Europa.

Il poeta aveva, dalla sua, una straordinaria conoscenza della lingua latina, lingua senza frontiere, usata dalle persone colte in ogni angolo del vecchio continente; a tale dote si era unita, negli anni (elemento a sé l’incoronazione poetica in Campidoglio nel 1341), una solida fama affidata alle sue opere latine. Sono proprio le opere latine, in particolare il De remediis utriusque fortune, il Secretum,la versione latina dell’ultima novelladel Decameron del suo amico Boccaccio (la novella di Griselda) che garantiscono il successo di Petrarca, filosofo morale capace di unire tradizione classica e cristiana; soprattutto per questi lavori (ma non solo per questi) Petrarca viene fatto conoscere e apprezzare, fra Trecento e Quattrocento, in vari paesi d’Europa – dalla Spagna all’Ungheria – in particolare grazie ai numerosi studenti transalpini che frequentavano le Università di Padova, Pavia, Ferrara e che riportavano in patria, dopo averli copiati, molti scritti latini del poeta.

E le opere in volgare, il così detto Canzoniere (correttamente Rerum vulgarium fragmenta) e i Triumphi? I Rerum vulgarium fragmenta in Italia suscitarono subito, ancora vivo il poeta, un ammirato interesse, ma furono i Triumphi, in coerenza con l’immagine di moralista che Petrarca si era costruito, a affermarsi per primi fuori dalla penisola, come dimostra una traduzione francese che risale agli anni ’70 del Quattrocento. Invece, salvo pochi casi, la grande stagione del ‘Canzoniere’ è rappresentata dal sec. XVI; in Italia, auspice Bembo, Petrarca assurse a modello lirico - ma anche linguistico - assoluto. Nello stesso tempo, in parallelo alla così detta “crisi della libertà d’Italia”, la cultura umanistica, che in Petrarca aveva avuto il proprio padre nobile (che, come egli stesso dice – Posteritati –, si era dedicato al mondo antico, ai classici latini e ai padri, perché il suo tempo gli era sempre spiaciuto), operando una pacifica conquista, era diventata la cultura d’avanguardia per gran parte dell’Europa. Nella penisola l’umanesimo, grazie proprio a Petrarca, era nato e si era poi mirabilmente sviluppato, contribuendo a rendere, assieme al latino e, più tardi, assieme al greco, il volgare di sì terza lingua “classica”. Proprio grazie a questa fondamentale mediazione, non solo il Petrarca latino ma anche il Petrarca del ‘Canzoniere’ (struttura e temi) veniva imitato (direttamente o tramite i petrarchisti italiani) e tradotto in molte lingue, diventando patrimonio comune dell’Europa.

Giuseppe Frasso

Giuseppe Frasso è professore ordinario di Filologia italiana presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Ha insegnato anche a Berkeley, Losanna, Helsinki e Budapest. Tra i massimi conoscitori mondiali di Francesco Petrarca, fa parte del Consiglio direttivo dell’Ente nazionale “Francesco Petrarca” di Padova, è presidente della Società dei Filologi della Letteratura italiana e condirettore della rivista «Studi Petrarcheschi». È tra i fondatori e direttore scientifi della Scuola estiva internazionale in Studi danteschi di Ravenna.

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