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POESIA E POLITICA: DANTE E GLI ALTRI

16.11.2019
di Alessandro Zaccuri

Ben venga il Dantedì, ma quale Dante celebreremo quando avremo un giorno tutto per Dante? Il ghibellin fuggiasco oppure il cantore del Veltro? Il fiorentino in esilio o il patriota che vagheggia l’Italia prima ancora che l’Italia si sia costituita come patria? Il 2021 si avvicina, la macchina del settimo centenario della morte dell’Alighieri si è messa in funzione, tra comitati, edizioni critiche e, appunto, la proposta – avanzata da Paolo Di Stefano sul Corriere della Sera – di una giornata da dedicare alla memoria del poeta. Non per questo però la domanda perde la sua urgenza, che risulta anzi accresciuta: Dante, sì, ma quale Dante? Di recente sull’Espresso, in un articolo assai ben documentato, Christian Raimo ha denunciato il rischio di un’ulteriore appropriazione indebita, simile alla tante che l’autore della Commedia ha patito nelle varie fasi della sua secolare (e alterna) fortuna. In epoca di sovranismi più o meno dichiarati, ecco dunque servito un Dante fieramente nazionalista e ostinatamente antiglobalista, discendente diretto del simulacro di virile italianità allestito a suo tempo dal regime fascista.

Il tentativo è nostalgico e addirittura goffo, la mancanza di contestualizzazione più che evidente, eppure la questione sollevata da Raimo rimane ed è, in realtà, ancora più vasta. Riguarda il legame tra letteratura e politica e, pur riconoscendo in Dante un caso particolarissimo e irrinunciabile, richiama principi generali che anche di recente sono tornati a sollecitare l’opinione pubblica. Quel che ne rimane, almeno, perché in fondo è il problema sta proprio qui: nella difficoltà di evocare le categorie della complessità al cospetto di un sentire comune che dalla complessità rifugge e per il quale, se va bene, la letteratura deve limitarsi a essere letteratura, così come la politica non è nient’altro che politica. Senza che si sia neppure definito, tra l’altro, che cosa sia letteratura e che cosa politica.

Che Dante sia stato un poeta politico è fuor di dubbio. Si potrà discutere sulla legittimità e magari perfino sulla sensatezza della sua visione, ma sottrarre all’edificio della Commedia la struttura portante di cui il De Monarchia rappresenta il laboratorio significa accontentarsi di un versione mutilata e a tratti incongrua del capolavoro. Anche in questo Dante si richiama alla tradizione di Virgilio (altro poeta politicissimo, come dimostrano genesi e destinazione dell’Eneide) e nello stesso tempo ne inaugura un’altra, che avrà nel Pasolini della Divina Mimesis – e del magmatico, infermale Petrolio – uno dei prosecutori più consapevoli. Ma prima ancora di Virgilio ci sono i tragici greci, per i quali la poesia è strumento di dibattito all’interno della polis, e dopo Pasolini c’è l’appello alla militanza espresso da Roberto Saviano e da molti altri autori della sua generazione. Con esiti diseguali, d’accordo, ma con la comune convinzione che la parola, quando si accontenta di sé stessa, diventa lettera morta.

Non è obbligatorio concordare con le istanze politiche espresse da scrittori e poeti. Nondimeno, è impossibile ignorarle. È per questo motivo che appare insincero o almeno inefficace lo sforzo di separare l’opera del premio Nobel Peter Handke dall’elogio funebre del dittatore serbo Slobodan Milošević, come se quel discorso, per il fatto stesso di essere stato pronunciato da Handke, non facesse già parte della sua opera. Allo stesso modo, in queste settimane segnate dal trentennale della caduta del Muro di Berlino, continuano a destare imbarazzo certe cronache dettate nel dopoguerra da autori di rango invitati in Unione Sovietica per un viaggio di propaganda (il Diario russo di un altro Nobel, lo statunitense John Steinbeck, è un documento molto istruttivo al riguardo). Di politica gli scrittori si occupano da sempre, solitamente in una prospettiva di intransigente idealismo che li espone a equivoci, errori, incomprensioni. La storia, il più delle volte, aiuta a fare giustizia. Ma la storia o è politica oppure non è, esattamente come la letteratura, come la poesia. Anche di questo si potrebbe parlare Dantedì prossimo.

Alessandro Zaccuri

Alessandro Zaccuri è inviato culturale del quotidiano «Avvenire». Narratore e saggista, si è occupato a più riprese del rapporto fra cristianesimo e immaginario contemporaneo. Tra il 2005 e il 2011 è stato autore e conduttore della trasmissione televisiva “Il Grande Talk”, in onda su SaT2000/Tv2000.

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