Quale scuola per il futuro?

Quale scuola per il futuro?

25.06.2022

di Simone Biundo

Tre anni scolastici in pandemia sono passati e non abbiamo imparato quasi niente.
L’impressione personale è formulata sulla base della mia esperienza di insegnante e degli atti e delle discussioni che convergono sul futuro della scuola in riferimento al DEF 2022 (Documento Economia e Finanza) e al maxi emendamento approvato in Senato, per la conversione in legge del Decreto legge 36 per l’attuazione del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza).

Il Decreto sotto esame in questi giorni, e che seppure potrà subire ancora lievi modifiche alla Camera dovrà essere approvato entro la fine del mese, è il seguito diretto del DEF 2022, approvato lo scorso 6 aprile e contro cui i sindacati di settore hanno indetto gli scioperi generali del 6 e del 30 maggio. Il DEF prevede una riduzione dello 0,5% delle risorse finanziarie indirizzate alla scuola e all’università.

In concreto, dopo tre anni di pandemia che hanno provocato evidenti sofferenze formative, educative e psicologiche alle persone che partecipano al sistema, si tratta di ridurre dal 4 al 3,5 per cento del Pil la spesa dell’istruzione dal 2025, contro una media UE del 4,7%. Questa scelta farà scendere ulteriormente l’Italia nella classifica europea dedicata alle spese per l’istruzione e ricerca.

La previsione dell’abbassamento della spesa in istruzione comporterà anche il taglio di almeno 9.600 cattedre a partire dal 2026 (come previsto dal Decreto 36: 1.600 posti per il 2026/27, 2.000 posti per il 2027/28, 2.000 posti per il 2028/29, 2.000 posti per il 2029/30 e 2.000 posti per il 2030/31), nonostante il 16% dei 191,5 miliardi del Pnrr dall’Unione già destinati a istruzione e ricerca.

Lo stato della scuola
Nel frattempo la scuola, ad oggi, è vicina al fallimento
. In attesa dei prossimi, i dati governativi INVALSI del 2021 che monitorano gli effetti sugli apprendimenti di base in Italiano, Matematica e Inglese fotografano una situazione disastrosa. Tra i più impressionanti, quelli che riguardano la Scuola secondaria di Secondo Grado.

A livello nazionale, infatti, gli studenti che non raggiungono risultati idonei, ossia non in sintonia con quanto stabilito dalle stesse Linee Guida statali, sono il 44% in italiano (+9 punti percentuali rispetto al 2019), il 51% in Matematica (+9 punti percentuali rispetto al 2019) e il 51% e 63% rispettivamente in Inglese reading e listening (2 punti percentuali rispetto al 2019).

Tralasciando le osservazioni e le critiche sull’adeguatezza di questo strumento di verifica, è un fatto che l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione sancisce che uno studente su due, al termine di 13 anni di scuola, non ha raggiunto risultati in matematica, italiano e inglese che gli permettano una cittadinanza consapevole. A questo si aggiungono il tasso di abbandono scolastico che in alcune regioni, come Sicilia, Calabria e Campania supera il 15%, un tasso del 25,5 % di Neet, cioè di giovani che non studiano e non lavorano, e solo un 20,1 di laureati a fronte del 32,8% dell’UE.

Questi numeri, comunque, non sorprendono i lavoratori della scuola. Anni di depauperamento, di precariato degli insegnanti e degli ATA, di giravolte legislative, di non adeguamento dei contratti, di classi sovraffollate (il numero massimo di alunni per classe va dai 29 dell’Infanzia ai 30 della Scuola secondaria superiore), di concorsi annunciati, posticipati, non congrui a valutare docenti spesso già in servizio da tempo e finanche zeppi di errori, si sono svolti stancamente all’interno di strutture scolastiche obsolete, non più adatte non solo in termini di sicurezza ma anche dal punto di vista tecnologico e didattico.

In riferimento all’abbassamento della spesa, il Ministero difende le proprie scelte sostenendo che in parte le risorse serviranno a finanziare un tipo particolare di formazione incentivata sotto l’egida di un nuovo ente, la Scuola di Alta Formazione Continua per dirigenti scolastici, insegnanti e personale ATA. Meno insegnanti ma più formati.

Il motivo decisivo che guida le istanze del DEF è però la denatalità. Meno figli, meno docenti, con un taglio direttamente proporzionale, poiché, come ha sottolineato il ministro Bianchi «il vero problema del Paese è la caduta demografica: tra il 2021 e il 2031 perderemo 1 milione e 400mila bambini. Siamo dentro un processo di trasformazione della società italiana e il rischio è che in molti parti del nostro Paese non si riusciranno a fare le prime, soprattutto nelle aree montane e interne».

Gli obiettivi minimi per una scuola attiva e democratica
Sono davvero argomentazioni valide?
Grazie anche ai miliardi di euro in arrivo col Pnrr, ci si sarebbe potuti dirigere verso la soddisfazione degli obiettivi minimi per una scuola attiva e democratica: diminuire il numero di alunni per classe, incrementare o almeno mantenere il numero del personale, aggiornare le strutture e gli strumenti.

La denatalità sarebbe l’occasione per avere una media di 15 alunni per aula senza dover raddoppiare il personale docente. Nella mia esperienza di insegnante, posso affermare che più le classi hanno un numero ridotto, più è possibile attuare una didattica individualizzata e aggiornata, che educhi e formi alla complessità, al dialogo, alla ricerca, all’esperienza sociale, alla cittadinanza e che tenga conto dei bisogni educativi speciali crescenti, come richiedono le Linee guida del Ministero e le Indicazioni nazionali.

Le attuali aule italiane, spesso minuscole quando non fatiscenti, sono composte da una media di 20 alunni, e prive di strumentazione non solo tecnologica ma anche tradizionale. Tutte condizioni che sfavoriscono l’apprendimento e favoriscono l’abbandono scolastico. Un solo esempio diretto, sicuramente limite ma del tutto reale: una delle classi in cui ho lavorato quest’anno, una prima della Secondaria di primo grado (ed è stata un’esperienza umana e lavorativa bellissima), era composta da 21 alunni, di cui 7 con Bisogni educativi speciali certificati; per mancanza di spazio era stata eliminata la cattedra, sostituita da un armadietto; ai muri, due lavagne di plastica; il Consiglio di classe, che sarà spazzato via dalle assegnazioni dell’anno 22/23, era composto da solo due insegnanti di ruolo su tredici.

Per ovviare al problema della formazione delle prime, per esempio, si potrebbe cambiare la norma che pone a 15 il numero minimo di alunni. Agendo sulla normativa, invece di una classe da 24 alunni ne avremmo due da 12, collocate negli spazi lasciati vuoti dal calo demografico. Non sarebbe più fruttuoso concentrarsi su 12 individui invece che su 24? Non sarebbe più facile e anche più giusto riscrivere la comunità e avere il tempo e lo spazio di prendersi cura di tutti e di tutte, per riuscire a sentire l'orecchio e la mente libera di ascoltare attentamente le fragilità, di credere nelle passioni e nelle eccezionalità di ognuno?

Nel nome del bilancio e del risparmio, è davvero saggio infierire su un sistema in frantumi, precarizzato, umiliato, che strizza l’occhio alla didattica digitale integrata (quando, in uno scambio comunicativo, solo il 7% dipende da ciò che si dice e ben il 55% dalla comunicazione non verbale) e che mette i ragazzi e le ragazze di fronte a uno sfacelo quotidiano, che non solo non incoraggia allo studio e all’impegno ma mortifica? È davvero saggio, invece che ai docenti, alle famiglie, agli alunni, al setting e agli strumenti, affidarsi principalmente a una Scuola di Alta formazione che non risolverà le annose e radicali carenze della scuola appena citate?

«Prendiamo in mano i nostri libri e le nostre penne. Sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo» ha scritto Malala Yousafzai, la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace. Prendiamo in mano la scuola, verrebbe da dire. Apriamola da mattina a sera, al territorio, all’accoglienza, alla comunità, rendiamolo un luogo felice in cui stare e provare ad essere.

D’altra parte, anche in un’ottica funzionalista, se si vuole che un paese come l’Italia, privo di fonti di energia e nell’epicentro del cambiamento climatico, possa essere un paese moderno, capace di affrontare le urgenze del presente e in grado di credere nel proprio avvenire, investire nella scuola e quindi negli insegnanti, nelle strutture, nelle attività scolastiche, è ineludibile. La scuola, passaggio obbligato per tutti e tutte, forma le donne gli uomini della nostra società. E noi, che esseri umani desideriamo per il futuro?

Simone Biundo

Simone Biundo (Genova, 1990) è insegnante di lettere a Genova in una Scuola secondaria, è editor della rivista «VP Plus», è ricercatore indipendente di storia dell’editoria e della letteratura. Per Interno Poesia è uscito il suo primo libro di poesie, "Le anime elementari" (2020) e ha pubblicato poesie su «Neutopia», «Margutte», «Poesia del nostro tempo» e «Nuovi Argomenti». Con il poeta Damiano Sinfonico, l’attrice e linguista Sara Sorrentino cura la rassegna nazionale di poesia contemporanea , poet. – a Genova.

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