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QUANDO SEI GIOVANE NON BASTA LA FAME

04.05.2019

Pubblichiamo qui un estratto del secondo capitolo del romanzo Entusiasmo (VeP) di Pablo D’Ors. Una narrazione in certo modo autobiografica, aperta alla luce, alla gioia della vita che è sempre incontro con ciò che è nuovo.


di Pablo d'Ors

Aureliano è stato senza dubbio una delle persone che più ho ammirato, e posso assicurare che la mia capacità di ammirazione è sempre stata notevole. Non capivo come qualcuno potesse sapere così tanto e parlare in una maniera così convinta; mi meravigliava che nulla di quanto diceva, vuoi sull’individuo o sulla società, mi lasciasse indifferente. Come una freccia, ogni sua parola si conficcava nel mio cuore di diciottenne disposto a mangiarsi il mondo (nonostante non sapessi né in che piatto né con quali posate). Perché quando sei giovane non basta la fame – anche se è ovviamente indispensabile –; c’è anche bisogno che qualcuno ti metta davanti a una tavola e ti dica: «Mangia, assaggia!». Io mangiai in abbondanza alla tavola di Aureliano e posso addirittura dire di essermi rimpinzato delle pietanze che ci serviva. Per questo arrivai a pensare che da grande anch’io avrei voluto avere una testa brillante quanto la sua e un cuore capace di pregare con la sincerità e la passione con cui pregava l’enorme Cristo nella cappella. In altre parole: in quel sacerdote piccolo e brutto, in quell’omuncolo che veniva preso per un mendicante da chi non lo conosceva, avevo trovato un maestro da seguire e un modello da imitare.

Scoprire una personalità è sempre un invito a cercare la propria o, detto altrimenti, un incentivo alla libertà. E il desiderio più profondo dell’uomo è proprio quello di essere se stesso. […]
La prima volta che padre Aureliano mi ricevette da solo nel suo malandato ufficio mi fece la solita domanda, anche se questa volta, com’è logico, formulata al singolare:
«Come stai?».
Erano solo due parole. Una domanda semplice, senza dubbio; ma quelle poche e semplici parole bastaro­no a quel sacerdote per aprire nella mia anima una porticina da cui io, se davvero l’avessi desiderato, avrei potuto lasciar entrare Dio e trovare la libertà. Tardai a rispondere.

«Preferisci uscire a fare quattro passi?» mi disse allora, vedendomi titubante. E scosse con forza la sigaretta nel portacenere.

Scossi il capo. Mi piaceva quell’ufficio parrocchiale, così disordinato e pieno di fumo. Lo vedevo ricolmo di vita, ovvero, di libri e di tabacco, elementi con cui allora identificavo la vita.

«Perché non porti mai dei fogli agli incontri?» gli domandai allora.

 Non so come mi fosse saltata in mente quella domanda. Forse perché avevo bisogno di un po’ di tempo prima di osare condividere con lui i miei tormenti. Aureliano si rese conto della mia strategia e, dopo aver fatto due o tre tiri dalla sigaretta ed essersi sfregato gli occhi – un gesto che rivelava la sua stanchezza –, mi disse più o meno queste parole:

«Se venissi con dei fogli mi preoccuperei di commentare quello che ho scritto e non ascolterei quello che avete da dirmi» e si toccò gli zigomi, come a voler essere sicuro che fossero ancora lì sul suo volto. «Un sacerdote non è qualcuno che istruisce» mi disse subito dopo «bensì qualcuno che educa, e un educatore…».

Lo squillo del telefono interruppe la conversazione. Aureliano sollevò la cornetta e rispose a monosillabi. Poco dopo continuammo come se nulla fosse accaduto. Io ero meravigliato che quell’uomo, così occupato e intelligente, mi dedicasse tanto tempo.

«Se andassi a un incontro conoscendo in anticipo le mie parole, sarebbe molto noioso» proseguì. «Mi piace sorprendermi» e gli occhi gli scintillarono d’allegria «solo quando ci sorprendiamo siamo vivi».

«Ma…» intervenni, memorizzando quella frase, che ritenevo degna di essere copiata e stampata «ma come fai a sapere cosa dire a ognuno? Come ci riesci?».

Aureliano sorrise con gli occhi.

«Esporsi a ciò che è sconosciuto» sentenziò, e si grattò la barba da caprone. «Il segreto è non avere la benché minima idea di quello che accadrà e, possibilmente, restarmene tranquillo, nel mio centro, e lì rimanere il più aperto possibile».

«Nel tuo centro, aperto» ricapitolai.

Non stavo capendo nulla.

Anni dopo, quando toccò a me realizzare quel compito così bello che consiste nell’ascoltare, compresi che il suo trucco era uscire dal piano razionale per entra

re in quello della percezione della realtà. In quel piano o livello tutto è chiaro, concreto e diretto. Ma nulla di tutto ciò si poteva capire a partire da una semplice descrizione, bisognava sperimentarlo.

«La sensazione di insicurezza data da questo non sapere con il tempo diminuisce» proseguì padre Aurelia­no, senza mai distogliere da me lo sguardo. «L’importante è non lavorare con la testa, ma restare ben pian­tato con i piedi per terra senza alcun proposito e senza l’intenzione di aiutare».

«Senza l’intenzione di aiutare?» domandai, quasi scandalizzato. «Non capisco» fui costretto a confessare.

Aureliano sorrise di nuovo, anche se con un sorriso molto diverso dal precedente. La cosa certa era che quel sacerdote non risolveva quasi mai i nostri problemi, bensì – come dire? – li dissolveva. Elevava il punto di partenza a un livello tale per cui il problema che gli avevamo sottoposto smetteva di essere problematico. Senza negare l’incisività delle circostanze concrete, le situava in un quadro più ampio in cui appariva chiara la loro contingenza e relatività e, di conseguenza, quanto fosse stupido lasciarsi invischiare in qualcosa di così irrilevante.

«Voglio dire, Pedro Pablo» mi rispose con indulgenza «che cerco di prestare attenzione al giovane che mi sta parlando, non ai suoi conflitti o dilemmi. C’è una bella differenza, sai?».

Annuii, ma non perché sapessi a cosa si riferiva, bensì perché continuasse a parlare.

Come la maggior parte di chi assisteva alle catechesi e alle preghiere del venerdì, non ero preparato ad avere un maestro così eccezionale.

«In questo modo» continuò «la parola giusta sorge nel momento opportuno e non si parla partendo da un piano frivolo o superficiale. Quello che mi viene in mente viene dal profondo, dallo spirito, dallo Spirito Santo».

«Parlami di Dio» gli dissi nell’udire quell’accenno allo Spirito Santo. «Come posso farne esperienza?»

«Dio si rivela attraverso le cose più ordinarie ed elementari» mi rispose dopo aver indossato il suo eterno eskimo, perché nell’ufficio faceva freddo. «Tanto ordinari e naturali sono i luoghi e le cose in cui Dio si manifesta che spesso pensiamo non possa essere Dio a rivelarsi in qualcosa di così elementare e quotidiano». Aureliano scosse di nuovo la sigaretta nel posacenere. «Pensa ai sacramenti della Chiesa» continuò. «Dio sceglie elementi così semplici come l’acqua e l’olio per manifestarsi, o come il vino e il pane. Vorrai sapere» ed era proprio quello che volevo domandargli «quali sono il pane e il vino della tua vita. Quali sono la tua acqua e il tuo olio. Ovvero, dove si nasconde Dio per te. È semplice!» e sorrise, scoprendo i denti gialli. «Se a te piace tanto la letteratura, sarà attraverso la letteratura che ti si manifesterà. Ovviamente potresti scoprirlo in tutto il resto: durante la tua passeggiata mattutina alla facoltà, nella colazione che probabilmente ti prepara tua madre, nei fratelli con cui vivi, e persino in oggetti tanto semplici come la cartelletta che porti sottobraccio o il geranio sul tuo balcone».

«Dio è meraviglioso» fu il mio commento.

«Non sai ancora quanto» mi rispose, e mi guardò di sottecchi, come se non volesse perdersi la mia reazione.

«Non sono contento di studiare Giurisprudenza» ebbi allora il coraggio di dire. «Non credo sia la mia strada» e lo guardai. Avevo paura che mi rimproverasse per la mia frivolezza, per la mia irresponsabilità o per un qualsiasi altro motivo. «Non mi interessano le materie» proseguii per evitare che mi dicesse qualcosa. «È mio padre che si è impuntato a farmela studiare, ma io» e feci un tiro dalla sigaretta che mi aveva appena offerto – «… io avrei bisogno di studiare qualcosa che fosse» e lo guardai di nuovo tentennando «… non so, più vitale. Forse filosofia» aggiunsi, vergognandomi di avergli confessato così direttamente quanto desiderassi somigliare a lui.

Dalla sua sigaretta saliva verso il soffitto un filo di fumo azzurro. Una lampadina pendeva da un cavo nero. Non sembravamo un giovane pronto a confessarsi con un sacerdote in un ufficio parrocchiale, bensì due ami­ci che si erano trovati per fumare e chiacchierare. Per passare il pomeriggio in maniera piacevole.

«Filosofia» ripeté Aureliano, però era evidente che la mia proposta non lo convinceva.

Forse si rendeva conto che ero sul punto di compiere un passo e che, per una qualche ragione, non riuscivo a decidermi.

Pablo d'Ors

Pablo d’Ors (1963) nasce a Madrid da una famiglia di artisti e scrittori. Discepolo del monaco e teologo Elmar Salmann, è sacerdote cattolico dal 1991. Cercando il silenzio ha raggiunto a piedi in pellegrinaggio Santiago de Compostela, ha attraversato il deserto del Sahara, ha soggiornato sul monte Athos. Nel 2014 ha fondato l’associazione Amici del Deserto, con cui condivide l’avventura della meditazione. Nello stesso anno papa Francesco lo ha nominato consultore del Pontificio Consiglio della Cultura.

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