Quanto paga (poco) il lavoro della cultura

Quanto paga (poco) il lavoro della cultura

13.07.2019
di Paola Dubini

Sembra incredibile, ma è necessario riflettere sul valore del lavoro in ambito culturale
, ossia dell’insieme delle professioni e dei “mestieri” che afferiscono ai mondi della cultura e della creatività, dai fotografi, ai restauratori di opere d’arte, ai giornalisti, ai musicisti, ai direttori dei musei, ai bibliotecari, ai cantanti di coro, agli influencer. Sembra incredibile, perché i settori culturali sono tantissimi, le filiere molto articolate, i ruoli molteplici e specializzati. Ciononostante, in massima parte si tratta di lavoro invisibile. E, in quanto non visibile, non riconosciuto, non apprezzato se non dagli addetti ai lavori, in media non adeguatamente remunerato.

Eppure, è immediata allo sguardo di chi legge la sensazione di una pagina ben costruita, che non stanca, ma anzi invita alla lettura; è noto per chi scrive che il lavoro del redattore è fortemente migliorativo di qualunque manoscritto; è evidente che un’opera che strappa l’applauso richiede non solo un direttore d’orchestra e cantanti bravi e famosi, ma anche scenografie imponenti (e quindi pittori, falegnami, tecnici luce), costumi, trucco e parrucco, e anche l’ultimo violino di fila amalgamato, eppure distinto, all’interno dell’orchestra.

Perché dunque il lavoro in ambito culturale è così tanto dato per scontato e cosi poco visibile e riconosciuto da richiedere un po’ di advocacy? Tre sono i motivi principali, a mio parere, che hanno a che fare con la specificità dei mercati di questi lavori, con le pratiche all’interno delle filiere, con i processi di ingresso. I mercati del lavoro in ambito culturale riguardano una grande varietà di settori e organizzazioni, private, pubbliche, no profit e condividono alcune caratteristiche:

- Polarizzazione nei compensi (in ciascun ambito, pochi ricevono elevati compensi ed elevata visibilità, a fronte di una schiera di professionisti anche molto competenti, ma mediamente sottopagati). Distribuzione ineguale dei compensi fra ruoli (il compenso di un orchestrale è significativamente diverso da quello di un solista).
- Difficoltà a codificare la natura del lavoro e a definire la qualità intrinseca. Come nel caso del lavoro artigianale, l’output rivela la maestria, non la job description. Sappiamo che un editor è stato bravo leggendo i titoli che compongono una collana, ma è difficile capire come faccia a scegliere di mettere sotto contratto uno scrittore emergente.
- Competenze e reputazione che si sedimentano nel tempo attraverso la pratica, con percorsi non sempre lineari.
- Diffusione del lavoro a progetto: una mostra, una produzione, l’edizione di un titolo, un festival, uno spettacolo richiedono maestranze che potrebbero cambiare di volta in volta, mescolarsi variamente.
- Importanza delle professioni “di servizio”. Quando il lavoro non è a progetto, è spesso di staff: si pensi agli archivisti, ai bibliotecari, alle maschere nei teatri.
- Varietà di competenze necessarie per ottenere un prodotto finito di qualità. Dietro a un “bel” libro, c’è una bella copertina, una bella rilegatura, una pagina leggibile, un testo scorrevole. E naturalmente un bravo autore e un editore di chiara fama.
- Difficoltà a correlare il prezzo del prodotto finito alla qualità e al mix di queste competenze: il prezzo di copertina di un libro è lo stesso sia che il libro sia “bello” o sia carta da caminetto.
L’insieme di queste caratteristiche spiega il fatto che una buona parte dei lavori in ambito culturale non emerga, e che i prezzi (dei prodotti finiti, ma anche del lavoro) non siano una proxy di qualità.

Il fatto che molti lavori in ambito culturale siano artigianali nella natura e a progetto nei tempi rende necessario molto praticantato, molto lavoro di relazione per garantire continuità e quindi determina l’insorgere di rapporti contrattuali fortemente sbilanciati. I primi a non riconoscere il valore (economico) del lavoro culturale sono gli operatori delle filiere culturali, al punto che nei paesi in cui è ben strutturata la filantropia culturale, vengono messi in atto codici etici che impegnano i beneficiari a remunerare adeguatamente chi la cultura “la fa”.

Infine, occorre considerare che i confini dei mercati del lavoro in ambito culturale sono sfumati, a partire dal momento di ingresso nel mondo del lavoro. Non è affatto detto che un laureato in discipline artistiche o umanistiche lavorerà nei settori culturali: imprese di tutti i settori assumono laureati in lettere o in filosofia. Nei lavori artistici e in parte di quelli produttivi, il passaggio fra amatorialità e professionismo non è automatico ed è fortemente influenzato dalla motivazione individuale e da scelte personali. Questo rende difficile strutturare i mercati del lavoro, in particolare all’ingresso. Ma se le cose stano così, come si può rendere i mercati del lavoro in ambito culturale più attrattivi per chi desidera entrarci? Il primo suggerimento è frequentarli: non è mai troppo presto per fare pratica. Il secondo è frequentarli con sguardo curioso: i settori culturali sono immortali. Non abbiamo più la carta carbone, ma continueremo ad avere la radio, la musica e anche le notizie. E quindi questi settori avranno sempre bisogno di lavoro. Il terzo è di avere un atteggiamento imprenditoriale: il talento è condizione necessaria, ma non sufficiente. Occorre continuamente confrontarsi con le condizioni di sostenibilità dei progetti: ci sono tanti mercati per il lavoro culturale fuori dai mercati culturali in senso stretto.

Paola Dubini

Paola Dubini è professore di Management all’Università Bocconi di Milano, dove si occupa di economia delle aziende culturali e delle loro condizioni di sostenibilità, e visiting professor all’IMT di Lucca. Fa parte del Comitato operativo di direzione di Bookcity Milano, dove si occupa in particolare del coordinamento di BookCity Università. Studia e scrive da diversi anni sulle trasformazioni in atto nel settore editoriale librario. Il suo ultimo libro è “Con la cultura non si mangia” Falso! (Laterza, 2019).

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