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HONG-KONG: RIFLESSIONI SUL MOVIMENTO GIOVANILE DI PROTESTA

21.09.2019

di Paolo Sorbi

È dal 2014 che nella libera, grande metropoli di Hong-Kong, a tutti gli effetti territorio della Repubblica popolare cinese, si avvicendano impressionanti mobilitazioni di centinaia di migliaia di giovani dei più differenti strati sociali. In quell’anno fu il cosiddetto “movimento degli ombrelli” ad aprire un ciclo di proteste contro l’autoritarismo oligarchico che regge la pur consistente democrazia in quell’unica città della Cina popolare. Frutto delle trattative nel 1997 tra il governo britannico che abbandonava, finalmente, la sua antica colonia, e il governo comunista cinese che ragionevolmente ne rivendicava l’integrale sovranità, ovviamente con una mediazione che si denotò come ”un Paese due sistemi”. Vale a dire che ad Hong-Kong fino al 2047 sarebbero continuati i ”riti” di libertà plurale classici delle democrazie occidentali. Con particolari restrizioni. A queste prove di “dittatura di tutto il popolo” si ribellarono, quell’anno, gli studenti e poi tanti altri strati giovanili e non. Tanto da far parlare, secondo me correttamente, di un ’68 antiautoritario asiatico. Un gruppo di militanti studenteschi, tra cui i giovanissimi Anna Chow, Joshua Wong, Edward Leung fondarono il partito “demosisto” che aspirava a rompere le barriere elettorali oligarchiche per arrivare finalmente ad ottenere il principio “una testa un voto”. Oggi ancora non ci sono riusciti. Da qui un nuovo ciclo di lotte sociali, con forte presenza di migliaia di giovani lavoratori ed impiegati che insieme agli studenti formano l’attuale fronte di lotte sociali ed antiautoritarie verso le pressanti ingerenze dei comunisti cinesi. Quest’ultimi non colgono mai l’inevitabile dialettica, dentro la dittatura popolare, della continuità dei conflitti sociali e della graduale maturazione che, dall’iniziale esperienza “verso il comunismo”, necessita poi di sbocchi verso una democrazia pluralistica a tutti i livelli. Le differenti fasi del processo socialista non terminano se non nella democrazia. Il socialismo ed il comunismo come fasi intermedie del processo democratico, non come tappe ulteriori oltre la democrazia.

Di tutto questo si riflette dentro le assemblee che continuano da mesi in tutte le facoltà ad Hong-Kong. Però in modo elementare e grezzo. Scarsa la presenza degli intellettuali. Va tenuto presente che oggi la metropoli asiatica è uno dei punti alti della globalizzazione economica ed è, materialmente, una delle concentrazioni finanziarie, tecnologiche, commerciali più potenti al mondo. Contemporaneamente gli effetti di questo mercato del lavoro superliberistico producono disagi collettivi per la precarietà degli sbocchi professionali e la scarsa circolazione, dal basso, delle élites popolari che cercano attraverso sindacati molto combattivi di piegare alle loro domande di uguaglianza un sistema complesso ma rigido di provenienza coloniale e poi comunista. Ricomponendo in un unico fronte sociale-politico democratico le differenti componenti studentesche con i conflitti esplosi nelle multinazionali del digitale tra gli operatori subalterni mal pagati e con orari di lavoro stressanti. Crescono i morti e i suicidi sui luoghi di lavoro! Di tutti questi conflitti alla governatrice Carrie Lam ed ai suoi sostenitori di Pechino sembra non interessino i contenuti rivendicativi, ma solo la “paura” dei “disordini” e delle insubordinazioni.

L’attuale, dilagante, fase di protesta era iniziata il giugno scorso contro la legge di “estradizione” in Cina per una serie di reati, proposta dalla governatrice Carrie Lam. Ma i differenti movimenti giovanili hanno ritenuto grave questa legge perché si poteva arbitrariamente, con differenti scuse, estradare in altre città cinesi qualunque soggetto protagonista di proteste sociali e politiche e qualunque soggetto la polizia ed il governo popolare avessero ritenuto utile processare col diritto penale cinese, molto più rigido di quello attualmente valido ad Hong-Kong. Dopo le tante proteste di questi mesi la proposta di estradizione è stata definitivamente abolita dalla governatrice. È questa una grande vittoria del movimento giovanile, ma le differenti leadership vogliono ora un’indagine sulle brutalità della polizia nel reprimere i grandi cortei di questi mesi. Cortei di milioni di giovani. L’ala progressista dei movimenti ha già scavalcato le iniziali richieste di “free speech movement” scontrandosi con le multinazionali del digitale da un lato e, dall’altro, con l’autoritarismo del partito comunista cinese che difende le strutture del potere finanziario della metropoli asiatica. Insomma i giovani cinesi, “del ’68 cinquant’anni dopo”, sono tra l’incudine ed il martello. Con scarsa riflessione anche se, come abbiamo detto, i contenuti di critica al comunismo e per una democrazia reale circolano in tutte le riunioni.

Riflettendo ancora sulla presenza cristiana diffusa nelle differenti leadership dei movimenti di contestazione, appare urgente rispondere, come ha sottolineato padre Franco Mella del Pime di Milano, presente nella leadership del coordinamento del “Fronte dei diritti umani e civili” che collega più di 400 associazioni della società civile, alle richieste di elaborazione di quello che molti giovani cristiani impegnati cominciano a definire come “spiritualità della metropoli”, per collocare tutti questi bisogni e desideri di liberti orizzonti personalistici e comunitari in una cultura di lungo periodo. C’è un magistrale piccolo libro di fratel Carlo Carretto, Il deserto nella città (edizioni San Paolo 1978) che, dopo esser stato un periodo in quella ultradinamica città asiatica scriveva: ”Hong-Kong mi è apparsa come la vera città del domani, ancorata su acque senza confini e con strade disseminate all’inverosimile da templi agli idoli, come erano Corinto e Atene al tempo di San Paolo. I nomi dei templi sono Bank of America, The Hong-kong Shanghai banking, Bank of China, The Chase Manhattan Bank. Mi ricordai che la stessa scena di grattacieli illuminati l’avevo vista per la prima volta a New York. I grattacieli illuminati sembravano diamanti… No, non c’è niente di veramente negativo… il deserto nella città, continuavo a ripetermi, spingendomi lontano, lontano, fino all’origine geografica e biblica di quella parola ’deserto’ ”. Queste riflessioni del piccolo fratello Carlo Carretto vanno proseguite dentro le nuove piste di ricerca e di testimonianza nelle metropoli del terzo millennio.

Paolo Sorbi

 

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