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Sanremo 2020: cose da ricordare e da dimenticare

08.02.2020

di Luca De Gennaro

Come sarà Sanremo lunedì prossimo, senza le migliaia di persone che si aggirano sul lungomare sfoggiando il pass del Festival ad ogni ora del giorno e della notte, anche la mattina a colazione in albergo, come se fosse un trofeo, un attestato di importanza, un prezioso pendaglio reale? Come sarà la “città dei fiori” senza gli assembramenti di persone davanti agli alberghi che hanno l’unico scopo di veder passare ogni tanto dei furgoni neri con i vetri neri, dove non vedi chi è dentro ma puoi solo supporre che ci sia qualcuno di famoso? Come succede da 70 edizioni del festival, Sanremo in questi giorni è una città che esiste solo in funzione di questo enorme evento televisivo e di costume, che coinvolge la Nazione intera, sposta capitali, crea indotto economico, segna l’unico vero punto fermo nel calendario dell’industria musicale italiana che divide l’anno non in dodici mesi né in quattro stagioni ma in due periodi: “prima di Sanremo” e “dopo Sanremo”. È stata, la settantesima, una edizione interessante da diversi punti di vista, e come tutte ha avuto alti e bassi, cose da ricordare e da dimenticare.

Quattro cose che ci sono piaciute:

1)     Il ritorno del rock. In un mondo musicale dominato dal rap e dal pop, in cui sembra che le chitarre elettriche siano andate fuori produzione, il pubblico di Sanremo ha apprezzato il rock californiano de Le Vibrazioni (primi in classifica dopo la prima serata), di Piero Pelù, che per festeggiare 40 anni di carriera si è deciso a venire per la prima volta al Festival e far vedere a tutti cosa vuol dire essere il più grande frontman rock italiano, di una tostissima Rita Pavone che ha sfoderato il pezzo più hard rock del festival, il suono new wave di Bugo e Morgan, il glam rock di Achille Lauro e una band giovane e di qualità come i Pinguini Tattici Nucleari che già riempiono i Palasport d’Italia.

2)     Il rap fa sul serio. Fino a pochi anni fa un cast di artisti “big” con Junior Cally, Rancore, Anastasio e Ghali superospite sarebbe stato impensabile. Giustamente, anche il Festival si accorge che questo oggi è il genere dominante.

3)     La presenza femminile. Non parliamo delle dieci presentatrici scelte dal direttore artistico Amadeus, ma delle donne che cantano sul palco. Ne hanno fatto una questione di numeri: sette donne su ventiquattro artisti è poco. Invece quelle sette artiste sono ben calibrate, tanto da far risaltare l’universo femminile su tutto il cast: la modernità di Levante e Elodie, la solidità di Irene Grandi con più di vent’anni di carriera alle spalle, la tradizione di Tosca e Giordana Angi, nuova reginetta della melodia italiana, la sfrontatezza di Elettra Lamborghini, la cui musica può piacere o no ma non c’è dubbio che sia un super personaggio e che porti all’ Ariston l’unica canzone che rappresenta lo stile di maggior successo al mondo in questo momento: il pop latino.

4)     L’Altro Festival su Raiplay. Giusto puntare sulla piattaforma di streaming della Rai per dare continuità all’esperimento di Fiorello con “Viva Rai Play” e togliere il dopofestival (che ha anche cambiato nome) dalla vecchia tv per traghettarlo nel nuovo mondo. Uno show forse proprio per questo divertente, ben condotto da Nicola Savino, i cui ospiti in quel contesto si sentono rilassati e suonano come in sala prove: I Pinguini Tattici con Bugo fanno i Beatles con Gabbani alla batteria, Morgan improvvisa un classico dei Duran Duran, Nigiotti e Zarrillo si lascano andare insieme a lunghi assoli di chitarra, momenti che nella tv tradizionale farebbero drizzare i capelli ad autori e dirigenti, mentre questa è una bella isola di libertà dove non esiste il problema dell’auditel e non devi preoccuparti se vai in onda alle due di notte, tanto un programma in streaming puoi vederlo quando vuoi in modalità “on demand”.

Due cose che non ci sono piaciute:

1)     Troppa confusione nel sistema delle giurie. Le prime sere quella demoscopica (cioè un campione di trecento persone) ha regnato sovrana, decretando, ad esempio, l’esclusione dopo pochi minuti della prima puntata dei bravi Eugenio In Via Di Gioia per una differenza di soli tre voti. Il loro è il record negativo di permanenza in gara nella storia del Festival: prima canzone eseguita nella serata, prima eliminazione sette minuti dopo. Nelle serate successive si sono accavallati i voti di Giuria Demoscopica (33%), Giuria della Stampa (33%) e Televoto (34%). Nel mondo moderno e digitale dove si può votare con il telecomando (a X Factor lo fanno) i voti dovrebbero essere solo “popolari”, un concetto vecchio come quello di “giuria demoscopica” dovrebbe sparire per sopraggiunti limiti di età, e i giornalisti della sala stampa non dovrebbero avere potere di influenzare il voto finale, essendo già titolari del più sensato Premio Della Critica. Se non altro quest’anno hanno abolito la giuria di qualità, ulteriore complicazione al sistema, mentre i musicisti dell’orchestra votano solo nella serata delle cover e il loro voto si accumula con gli altri anche se su canzoni diverse. Il più grande esperto di Festival di Sanremo, Eddy Anselmi, ha commentato: “È come se tra il primo e il secondo tempo di una partita di calcio le squadre giocassero venti minuti a basket e i punti dei canestri valessero per il risultato finale”.

2)     La lunghezza delle puntate. Più di cinque ore in diretta tv per cinque sere consecutive sono una sfida crudele, e il pensiero corre ai poveretti che hanno speso centinaia di euro per il privilegio di avere un biglietto di platea all’Ariston e all’una di notte, esausti, pensano “chi me l’ha fatto fare”.

Le luci si spengono, domani la città si svuota, tre o quattro canzoni delle 32 in gara avranno successo, i primi risultati premiano Achille Lauro, Elodie, Diodato, Le Vibrazioni e Anastasio. L’anno prossimo ci sarà un nuovo regolamento, forse un nuovo direttore presentatore, sicuramente nuove canzoni, cambierà tutto, così il Festival di Sanremo potrà rimanere sempre uguale.

Luca De Gennaro

Luca De Gennaro è vicepresidente di Talent & Music” di MTV per Sud Europa, Medio Oriente e Africa e responsabile del canale televisivo VH1 Italia. ViacomCBS. Conduttore di Radio Capital è Docente di “Programmazione e sincronizzazione musicale nei media” al “Master in Comunicazione Musicale” dell’ Universita’ Cattolica di Milano e Curatore Artistico della “Milano Music Week”.

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