SANREMO DECOSTRUITO (DA SANREMO)

SANREMO DECOSTRUITO (DA SANREMO)

09.02.2019
di Massimo Scaglioni

Che Sanremo sia lo “specchio del Paese” lo si ripete da anni, forse da decenni, ma l’affermazione finisce con l’assumere significati sempre diversi, talvolta sfuggenti o semplicemente tautologici (sulla natura di questo “luogo comune” si può leggere l’ottima Storia culturale della canzone italiana di Jacopo Tomatis) D’altronde, per citare un adagio dei “migliori Festival della nostra vita”, quando regnava incontrastato Pippo Baudo, “Sanremo è Sanremo”: formula tutto sommato impeccabile se vi trovaste nella complicata situazione di dover “spiegare Sanremo” agli stranieri (come mi è capitato con classi di studenti internazionali).

Ma che significa che “Sanremo è lo specchio del Paese” o, in altri termini, che “Sanremo è Sanremo”? Possiamo rintracciarvi almeno un paio di significati, che emergono a ogni identica ripetizione del rito rivierasco di metà inverno. C’è, in primo luogo, appunto “il rito” o la cerimonia, fatto sociologicamente interessante. Sanremo è un “evento mediale” che si auto-alimenta, una settimana semi-festiva durante la quale il Paese non parla (quasi) d’altro, non si riesce a evitare il Festival neanche volendo: una grande maggioranza di italiani lo segue o, quanto meno, dà una sbirciatina. L’asticella è posta sul 50% della platea televisiva composta da poco meno di una trentina di milioni di persone (mentre il Paese, in realtà, è un po’ più ampio), uno spettatore su due che resta incollato fedelmente al teleschermo (perlomeno per il “prime time”). Quando si scende sotto quell’asticella - come è accaduto quest’anno fin dalla prima serata - iniziano le infinite variazioni su “la crisi di Sanremo”. Un evento mediale - ci hanno insegnato Daniel Dayan ed Elihu Katz - celebra in modo rituale i valori condivisi: così, anche semplicemente gli Azzurri in campo per la finale ai Mondiali rinverdiscono il senso di appartenenza e di attaccamento al tricolore.

 Ma per questa lunga, strana settimana, tutta televisiva ancor più che canora, che valori si mettono veramente in campo? Non sarà forse che è il rito che perpetra sé stesso senza un qualche senso particolare, se non il piacere della “sincronia”, del ritrovare il vecchio gusto perduto di “sentirsi una Nazione” anche (o solo, o almeno) nel connubio pop di musica e piccolo schermo? Una comunità che prova a immaginarsi come tale. O, anche, l’effetto di un senso di nostalgia per quello che si è perduto: una Tv che accomuna, almeno una volta all’anno, tutti quanti, come ai tempi del monopolio, di Bernabei e Mike. Se questa è una spiegazione, la macchina e il “circo mediale” - fatto anche di tutto il contorno: i contenitori pomeridiani, le polemiche di Striscia la notizia, la sala stampa nella quale mi trovo, gremita di giornalisti che parlano e scrivono di Sanremo perché di Sanremo bisogna scrivere - contribuiscono a spiegarci che il rito è tutto centripeto, autoreferenziale: Sanremo è semplicemente la celebrazione della Tv. Della vecchia Tv generalista che resiste comunque al tempo che passa, alle generazioni che mutano, a Internet, ai social e a Netflix…

Sono questioni talmente generali che difficilmente trovano una spiegazione univoca e convincente. C’è però un possibile secondo senso, più specifico e forse più “tecnico”, relativo a Sanremo. Trovo sempre piuttosto superflui gli interrogativi relativi al peso dello show contro quello delle canzoni: il Festival ha successo (o insuccesso, quando gli ascolti calano) per via dei cantanti o dello spettacolo in Tv? Sanremo è inestricabilmente uno show televisivo di abnorme durata, una “maratona catodica” basata su musica, gag comiche, ospiti (più o meno “super”) polemiche, imprevisti, momenti celebrativi… Da un punto di vista “tecnico”, appunto, è una macchina spettacolare. Ed è questo, più che la sociologia - per quanto avvincente - che costituisce il mio terreno di competenza. E che lo show sia “ben fatto” o che abbia successo sono questioni solamente in parte collegate. Perché, per quanto si è scritto sopra, Sanremo vive in una “zona protetta” che non ha eguali. E finché gli spettatori, in primis, ma anche il “circo mediatico”, accorderanno questo privilegio a Sanremo, il rito si ripeterà, identico a sé stesso, per l’infinito. Ma ciò non ci impedisce di giudicare il Festival dal punto di vista proprio dello spettacolo che offre ai suoi spettatori, anno per anno: di “decostruirlo” e smontarlo nei suoi elementi costitutivi, per giungere infine a capire se questo #Sanremo2019 - come si ama scrivere sui social - sia stato ben congegnato come show, o meno. Quella che segue è una sintetica “pagella” del Sanremo 69 targato, per la seconda (e probabilmente ultima) volta da Claudio Baglioni: con la leggerezza dovuta a un gioco, i voti (in decimi) riassumono il punto di vista di chi ha seguito il Festival, dall’esterno dello schermo ma anche in alcuni suoi meccanismi più “interni”, per la sua intera durata.

 Autori. Sono una pletora (in totale ne ho contati undici), scorrono i loro nomi velocemente nei sottopancia. Ma cosa fanno “gli autori”? Per uno show come Sanremo, che è fatto della materia delle canzoni e dai cantanti in gara, gli autori sono soprattutto responsabili della parte spettacolare, quella che lega un brano all’altro passando per i momenti comici, gli ospiti, i duetti… Si occupano della “scaletta”, del ritmo complessivo, dell’impronta da dare al Festival. E quest’anno gli “errori” da imputare loro sono davvero tanti (vedi alla voce “comici”). Voto: 4

Baglioni, il direttore, anzi il “dirottatore”. Dall’auto-definizione si capisce che il controllo sulla “macchina” non è saldissimo. L’anno scorso andò meglio, forse per la fortuna del dilettante (almeno come patròn del Festival). Sempre un po’ fuori ruolo, sfuocato, ingessato, poco brillante, poco capace di trasmettere empatia. Criticato da Striscia per “conflitto di interessi” ha preferito non replicare invocando l’“armonia”. Ma forse, in fondo, la questione è più strutturale: è giusto che la Rai affidi la sua produzione più importante a un unico “dittatore artistico”? Voto: 5

Canzoni, penalizzate nella prima serata dall’affastellamento di ben ventiquattro brani in quattro ore: nonostante i problemi tecnici di audio (con diciotto milioni di euro a budget sono errori imperdonabili), nelle serate successive si sono potute distinguere quelle buone da quelle mediocri. Ma a Sanremo le canzoni devono essere trasversali, per tutti i gusti. Apprezzabile, quest’anno, lo “svecchiamento” degli artisti che ha attratto (anche) pubblico giovane, più del solito (oltre 55% di share). La media, però, e solo sufficiente. Voto: 6 e 1/2

Comici, anzi conduttori, ovvero Claudio Bisio e Virginia Raffaele. Il problema, fin dalla prima serata, è parso strutturale (vedi alla voce “autori”). Due comici sovraccaricati della responsabilità della conduzione, ingessati in panni non loro (la cosa vale soprattutto per la Raffaele: abituati come siamo a vederla sdoppiata in panni altrui. Ma ben diversi da quelli che abbiamo visto all’Ariston). Voto: 4

Regia, a firma di un professionista navigato come Duccio Forzano, che mette a disposizione tutto il suo talento per riverniciare il vuoto della scenografia e, talvolta, dei contenuti (delle canzoni e degli intermezzi spettacolare). Anche aiutato da una splendida illuminazione. Voto: 8

Ospiti, ovvero quelli che hanno “salvato” la parte spettacolare del Festival. Si è cominciato con Bocelli & Bocelli (iunior), momento più visto della prima serata, per arrivare a Pierfrancesco Favino (che ha generato immediata nostalgia per lo scorso anno), a Fiorella Mannoia (momento più visto della seconda serata) a Michelle Hunziker (che ha “svegliato” Claudio Bisio dal suo torpore), a Marco Mengoni (fenomenale come una star internazionale e insieme modesto, quasi emozionato), ad Antonello Venditti e a una ironicissima Ornella Vanoni. Ma la menzione speciale va a Pio e Amedeo, protagonisti del miglior quarto d’ora comico, in cui si è riso e non solo sorriso Voto: 8

Sala stampa, che fa parte del contorno del circo mediatico sanremese, e vi partecipa attraverso il complesso meccanismo di votazione, detto Sanremellum. L’atmosfera della sala stampa è divertita e scanzonata, e i giornalisti fanno cadere di frequente le inibizioni trasformandosi in autentici fan del circo. Talvolta la troppa contiguità fa perdere, però, il giusto distacco, e restano in pochi a fare le domande giuste (che sono sempre quelle scomode, non sempre concesse al Festival). Voto: 6

Scenografia, a firma di Francesca Montinaro. Questa volta non ci siamo. Sanremo è comunque Sanremo e a furia di “levare” (scalinata, fiori…) il minimalismo si trasforma in vuoto. Voto: 3

 Sanremo (il Festival). Alla fine di cinque serate, dopo questa analitica decostruzione, viene da dire che gli aspetti problematici del Sanremo 69 prevalgono su quelli positivi. Il rito Sanremo sopravvive, ma un po’ scalfito da un’edizione che possiamo definire mediocre. Voto: 5

Massimo Scaglioni

Massimo Scaglioni insegna Storia dei media ed Economia dei media alla Facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. È responsabile del Ce.R.T.A. (Centro di Ricerca sulla Televisione e gli Audiovisivi) e direttore del Master “Fare TV. Gestione, Sviluppo, Comunicazione”. Ha pubblicato numerose monografie e articoli sulla storia del broadcasting. È membro dell’editorial board delle riviste "View. Journal of European Television History and Culture", Comunicazioni Sociali, "Bianco e Nero", “Series”. È stato visiting professor presso Carleton University, Ottawa (Canada). Collabora con il Corriere della Sera. È attualmente principal investigator di un progetto di ricerca di interesse nazionale (Prin) sulla circolazione internazionale del cinema italiano.

Su VP Plus, il quindicinale online della rivista Vita e Pensiero, ha pubblicato gli articoli Aspettando gli Oscar 2020, Sanremo decostruito (da Sanremo), Nuovo Cinema Netflix, La religione (e l'Italia) come "brand".


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