Sanremo, teatro d'Italia

Sanremo, teatro d'Italia

11.02.2023
di Aldo Grasso e Paolo Carelli

Tutto fa Sanremo. La 73esima edizione del Festival della Canzone Italiana porta con sé le ennesime, puntuali e piuttosto prevedibili polemiche. A far rumore, nelle settimane di avvicinamento, è stata l’annunciata partecipazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky; una presenza indubbiamente poderosa quanto delicata dal punto di vista geopolitico, ma anche un vero e proprio “colpo” dal punto di vista prettamente “artistico” e della scaletta. Inizialmente previsto come collegamento nella serata conclusiva dell’11 febbraio, il messaggio di Zelensky si è poco alla volta trasformato, dal “controllo preventivo” annunciato dalla Rai al compromesso al ribasso con Amadeus che leggerà uno scritto del leader ucraino. Se è vero, come si ama ripetere, che Sanremo è lo specchio della nazione e che le canzoni riflettono il sentimento politico e culturale del Paese, è altrettanto indubbio che la kermesse è per eccellenza il luogo in cui gli avvenimenti dell’attualità provano a diventare famigliari, accessibili, in cui anche un conflitto può essere letto sotto una luce inedita, filtrato attraverso regole d’ingaggio che non possiamo giudicare con il metro cui siamo abituati. Come stupirsi, dunque, della scelta di inserire Zelensky tra un brano e l’altro? Come ritenerlo distonico rispetto all’evento, ai suoi contenuti e al discorso sociale generato? E allo stesso tempo, come stupirsi del tentativo dei vertici del servizio pubblico e della politica di mediare, eccepire, evitare scivoloni?

Del resto, il Festival di Sanremo è l’ultima grande cerimonia della televisione italiana, l’evento mediale catalizzatore dell’identità e delle pulsioni nazionali, il solo palcoscenico che ancora è in grado di riunire simultaneamente milioni e milioni di spettatori e di trattenerli in una “bolla” per quasi una settimana anche quando si disperdono negli infiniti rivoli della rete, dei commenti sui social, dei brani mandati a ciclo continuo dalle radio, delle clip viste e riviste sullo streaming e sulle piattaforme. E come tale, il Festival si fa portavoce amplificato di quanto accade intorno a lui (e a noi), inglobando ogni frammento d’attualità, colorando di pluralismo e di attenzione sociale la più antica regola dell’intrattenimento che è quella di piegare ogni tema, anche il più drammatico, alle proprie logiche.

La prima serata si è aperta con un “istante” di silenzio per onorare le vittime del terremoto in Turchia e Siria, poi con l’inattesa e sorprendente presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella – prima volta di un capo dello Stato invitato a Sanremo – e l’inno nazionale cantato da Gianni Morandi con tutto l’Ariston in piedi e mano sul cuore. Con Roberto Benigni chiamato a celebrare la definitiva consacrazione istituzionale del nostro evento nazional-popolare; non solo spettacolo, non solo naturale tessitore e mediatore dell’attualità, ma ormai autentico spazio civile che tutto incorpora e trasforma. Con quali conseguenze, lo vedremo. Benigni ha “cantato” la Costituzione, paragonandola a un’opera d’arte e a un sogno unico nella storia, “fabbricato da uomini svegli”, molto simile a quello di Modugno nell’incipit di Volare.

In questa cornice, con la Costituzione declamata sotto lo sguardo commosso del Presidente della Repubblica, anche la presenza di Zelensky avrebbe assunto una luce diversa; un approdo inevitabile, la prosecuzione di un conflitto che si gioca (anche) con le armi dell’informazione e dei media, e quindi della cultura popolare. Peraltro, come noto, il festival di Sanremo, e più in generale la canzone leggera italiana, ha da sempre nell’Europa dell’Est un suo bacino solido di appassionati, che coltivano nel nostro intrattenimento un riferimento culturale inesauribile e già in passato il Festival ha svolto la funzione di “ponte” con il mondo ex-sovietico; basti pensare alla calorosa accoglienza ricevuta da Michail Gorbačëv insieme alla moglie Raissa nell’edizione del 1999 condotta da Fabio Fazio, mentre fuori infuriava la guerra in Kosovo. O alla presenza del coro dell’Armata Rossa che sul palco dell’Ariston (sempre Fazio gran cerimoniere) intonò L’italiano con Toto Cutugno.

Tante altre volte le questioni politiche e sociali, nazionali o internazionali, sono entrate in maniera dirompente nella cornice del Festival: dall’irruzione degli operai della Italsider di Genova nel 1984 (Pippo Baudo li fece salire sul palco, e chi se non lui?) agli appelli di Papa Giovanni Paolo II durante la seconda guerra del Golfo e gli inviti a un digiuno non ben gradito da molti dei cantanti in gara. Ma il capolavoro di Amadeus è quello di aver confezionato l’abito più istituzionale possibile; il conduttore, alla sua quarta edizione consecutiva (nel solco di Mike Bongiorno e Pippo Baudo) tira dritto e prosegue con la sua raffinata strategia di annessione di ogni anima del mainstream, riuscendo persino nell’impresa di “televisizzare” una figura come Chiara Ferragni, l’imprenditrice che ha costruito il suo impero con e sui social, e il cui monologo della prima serata è parso ancorato alle logiche di Instagram più che a quelle dell’evento mediale dell’anno.

Passata la pandemia, Sanremo tutto ingloba e sa cambiare pelle come nessun altro evento televisivo, anche quando sembra sempre uguale a sé stesso.

Aldo Grasso, Paolo Carelli

 

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