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SANTA SOFIA: CONFLITTO RELIGIOSO O SCONTRO POLITICO?

25.07.2020
di Giorgio Del Zanna

Accogliendo l’istanza di un’associazione islamica, il 10 luglio scorso il Consiglio di Stato della Repubblica di Turchia ha annullato il decreto del 24 novembre 1934 con il quale Mustafa Kemal trasformò da moschea a museo l’antica basilica di Santa Sofia. Il più importante edificio religioso di Istanbul – patrimonio dell’UNESCO – è tornato da ieri ad essere luogo di culto musulmano, così come è stato per quasi cinque secoli dopo la conquista ottomana della città. La decisione è stata prontamente cavalcata dal presidente Erdoğan, in calo di consensi e alla ricerca di argomenti con cui rilanciarsi, dopo la cocente sconfitta nelle ultime elezioni amministrative nelle quali il partito AKP ha perso clamorosamente le principali città turche, compresa Istanbul, e nel pieno di una crisi che, tra recessione e pandemia, morde in profondità la società. Si tratta di una mossa dai chiari risvolti politici: restituire Ayasofia – come è chiamata dai turchi – al culto islamico è stato, infatti, in passato un tema ricorrente di Erdoğan, specie in concomitanza di appuntamenti elettorali, per ricompattare l’elettorato più tradizionalista, ammiccando agli ambienti religiosi più oltranzisti e mobilitando, al tempo stesso, la base sensibile ai richiami nazionalisti. Non va dimenticato, infatti, che in Turchia più dell’Islam è il nazionalismo la vera “religione” capace di suscitare passioni nella popolazione.

Santa Sofia è un edificio “iconico” che ha rappresentato, lungo i secoli, molto di più di un luogo di culto: in origine basilica cristiana, fu il centro dell’Impero bizantino greco-ortodosso in contrapposizione al mondo cattolico-latino. Divenuta moschea, a seguito della conquista ottomana, divenne emblema della potenza dei sultani contro la cristianità europea. Dopo il 1918, alle soglie della dissoluzione dell’Impero osmanli, la questione del futuro di Santa Sofia tornò in auge: mentre si discuteva dei futuri assetti post-ottomani, i greci, con il convinto sostegno britannico, chiesero che la basilica fosse restituita al culto greco-ortodosso. A pesare, più della religione, erano le aspirazioni alla Megali Idea, il sogno dei nazionalisti ellenici di fare di Costantinopoli la capitale di un regno che unificasse i greci presenti sulle due sponde dell’Egeo, una prospettiva alimentata anche dalla “diaspora” greca in fuga dalla Russia rivoluzionaria e rifugiata a Istanbul. Nel clima acceso dalle passioni nazionali, destinato a sfociare nel ’20 nella guerra greco-turca, anche la Santa Sede si occupò della questione e tramite il card. Gasparri, segretario di Stato di papa Benedetto XV, ipotizzò il ritorno di Santa Sofia al culto cattolico, così da esaltare il carattere universale della “seconda Roma”, in sintonia con le ipotesi di internazionalizzazione della metropoli sul Bosforo. Qualora ciò non fosse stato possibile, per Gasparri era meglio che Santa Sofia restasse una moschea. Per le autorità vaticane – forgiate dalla secolare querelle al Santo Sepolcro di Gerusalemme – il carattere musulmano di Santa Sofia era, infatti, garanzia di “neutralità”, scongiurando tensioni internazionali e dispute religiose.

Quando nel 1934, a seguito anche di nuovi restauri agli antichi mosaici bizantini, fu avanzata dal Ministro della Cultura la proposta di fare di Santa Sofia un museo, Mustafa Kemal approvò l’idea. Fautore dell’indipendenza della Turchia, liberata da interferenze esterne al prezzo di un sanguinoso conflitto, Atatürk intese così sottrarre Santa Sofia a qualsiasi rivendicazione. Il museo, infatti, se da una parte rendeva il sito patrimonio collettivo, neutralizzando quanti – specie la comunità greca – volevano farne un possesso esclusivo, dall’altra ne sottolineava il carattere “plurale”, evidenziandone il passato cristiano. In questo senso per Mustafa Kemal, la cessazione di Santa Sofia come moschea e la sua musealizzazione rappresentavano un passo in qualche modo favorevole ai greci, in una fase in cui la Turchia cercava l’appoggio di Atene nella costruzione di un “alleanza balcanica”. Tutto ciò aiuta a capire la recente dura presa di posizione da parte del patriarca Ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, e di gran parte del mondo ortodosso – compresa la Chiesa russa, con il sostegno di Putin – contro la decisione turca di cancellare il carattere museale di Santa Sofia, una misura destinata ad attenuare il richiamo al carattere cristiano-bizantino dell’edificio implicito nella decisione del 1934. Nella protesta insomma, motivazioni religiose si mischiano a rivendicazioni politico-nazionalistiche. Protestanti e ortodossi, riuniti nel Consiglio Ecumenico delle Chiese (KEK), hanno espresso “dolore e sgomento” per l’accaduto, una linea comprensibile ma che rischia di alimentare in Europa i fautori dello “scontro” con l’Islam. Per questo la posizione di Papa Francesco, che si è dichiarato “molto addolorato” per tale vicenda, senza aggiungere altro, appare dettata dalla saggezza di chi non vuole rinfocolare tensioni, pur non condividendo la mossa turca. Il papa non intende avallare “crociate”, mostrando cautela di fronte ai tentativi in tal senso avanzati, ad esempio, dal governo greco. Particolarmente pugnaci sono state, infatti, le dichiarazioni di Grecia e Cipro, due paesi fortemente sensibili ai destini di Santa Sofia, ma anche in competizione con la Turchia per lo sfruttamento delle risorse energetiche nell’Egeo orientale.

Santa Sofia di nuovo moschea è una messa in mora della laicità turca da parte di Erdoğan? Semmai il contrario, confermando un modello di rapporti tra Stato e religione – con la seconda subordinata agli interessi del primo – in linea con il modello kemalista. La laicità turca, infatti, nelle intenzioni si ispirò a quella francese, ma nella pratica è stata tutt’altro che “separatista”. Dal secondo Novecento, inoltre, in Turchia il nazionalismo si è spesso saldato – in modi diversi – alla tradizione musulmana vedendo in Santa Sofia il simbolo dell’identità nazionale turca. La decisione di Erdoğan ha dunque una storia alle spalle, nella quale più delle ragioni strettamente religiose, influiscono fattori politici e culturali. Per la Turchia odierna conta l’ambizione della sua dirigenza di rendere il paese un importante player internazionale. È la grandeur della Turchia che si vuole celebrare a Santa Sofia, non senza un tocco di “otto-mania” del suo presidente, incline a usare riferimenti storico-simbolici del passato ottomano per solleticare l’orgoglio nazionale dei turchi. Non si tratta dunque tanto di un affronto al mondo cristiano quanto della decisione di appropriarsi di un grande simbolo di richiamo per la nuova Turchia “globale” che si appresta a celebrare nel 1923 i suoi primi cento anni di vita.

Giorgio Del Zanna

Giorgio Del Zanna è docente di Storia dell'Europa Orientale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore.

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