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Santa Sofia: la trappola di Erdogan

25.07.2020
di Wael Farouq

“Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli che pregano i nostri soldati. Questo santo esercito protegge la nostra religione”. Non è un inno dell’ISIS, ma la poesia del poeta nazionalista turco Ziya Gökalp (1875-1924) che Erdogan ha recitato nel dicembre 1997 davanti a una folla di sostenitori e che gli ha procurato l’accusa di incitamento all’odio e la condanna a quattro mesi di carcere. Lo scorso anno, Erdogan l’ha ripetuta davanti a una folla di sostenitori del partito di governo: “Vi ricordate di questa poesia? La conoscete? Possiamo recitarla di nuovo? Vediamo dove è arrivata la Turchia e scopriamo insieme cosa significa libertà.”

Nell’ideologia dell’islam politico di Erdogan, le moschee non sono semplici luoghi di culto, ma caserme e accampamenti militari per mobilitare i credenti contro i nemici dell’islam, che è esattamente quanto è accaduto in migliaia di moschee del mondo islamico, dove i giovani sono stati mobilitati contro i propri governi laici, leali all’Occidente infedele. Non stupisce, perciò, che Erdogan veda nelle moschee un simbolo di potere, invece che un’incarnazione della bellezza della fede.

In Turchia non c’è ragione di temere per l’islam: nel Paese ci sono ben 82.693 moschee, 3.113 delle quali solo a Istanbul. C’è un altro timore, però, dovuto alla carenza di musei. Secondo le statistiche del 2017, esistono solo 438 musei, 91 dei quali a Istanbul (ma 35 di questi privati). Una carenza che indica scarso interesse e conoscenza superficiale e parziale della storia, limitata alla cronaca di battaglie e trionfi. Erdogan non predilige il museo come simbolo e scuola di storia, soprattutto perché esso insegna la vastità di quest’ultima e come l’umanità intera ne sia l’artefice, nonostante conflitti e combattimenti. Il museo mostra anche come ogni cosa sia destinata a scomparire, eccetto ciò che è testimone di bellezza e valori nobili. Il Presidente turco, al contrario, vuole che il passato strumentalizzabile politicamente non passi mai, nel contesto di un’economia che va deteriorandosi, accuse di corruzione familiare e l’annientamento della libertà (della quale Erdogan si vanta) seguito al cosiddetto colpo di stato dell’estate 2016. Secondo il Ministero degli Interni turco, ci sono state 99.000 campagne di sicurezza, più di 282.000 arresti, 25.000 condanne al carcere e 597.000 procedimenti legali, mentre 15.000 fra soldati e ufficiali sono stati cacciati dall’esercito. Secondo il rapporto del 2019 del Stokholm Center for Freedom, si contano 120 casi di morti e suicidi sospetti fra i detenuti, più di 130.000 licenziamenti arbitrari di funzionari governativi, il sequestro di oltre 3.000 università, scuole e istituti educativi, e il licenziamento di migliaia di accademici. La Turchia è diventata il Paese che incarcera più giornalisti al mondo. Considerando che la stragrande maggioranza delle vittime di questi provvedimenti sono islamisti, seguaci dell’ex alleato Fethullah Gülen che votavano per il partito di Erdogan, si può capire l’importanza politica dell’islamizzazione di Santa Sofia come simbolo della vittoria del nazionalismo turco e della sua religione sull’Occidente, specialmente dopo la scissione di Ahmet Davutoğlu e Ali Babacan, e prima ancora dell’ex Presidente turco Abdullah Gül, e la fondazione di due partiti di opposizione.

Nella sua dichiarazione in lingua araba, Erdogan ha affermato che la grande conquista rappresentata dalla trasformazione di Santa Sofia in moschea è un’anteprima della liberazione della moschea al-Aqsa di Gerusalemme. Mentre l’esercito turco, assieme alle milizie dell’ISIS, è coinvolto in guerre sanguinose in Iraq, Siria e Libia, Erdogan vuol lanciare il messaggio ai musulmani che è lui il protettore della religione e che è in guerra solo con i regimi laici leali all’Occidente. Erdogan non ha altra scelta che innescare lo “scontro di civiltà” e trasformare il passato, dandone un’interpretazione distorta, in censore del presente e del futuro. Non può far altro che investire nell’odio. È questa la trappola che sta tendendo alle leadership religiose del mondo: basta che la trasformazione delle moschee in chiese e viceversa diventi una delle maggiori preoccupazioni del pianeta, in una guerra immaginaria in cui lui solo sarebbe il vincitore.

Ecco perché le più importanti cariche islamiche in Arabia Saudita – dove si trovano i luoghi santi dell’islam - e in Egitto – patria di al-Azhar, la più alta autorità sunnita – hanno subito dichiarato che la decisione di trasformare Santa Sofia in moschea è contraria agli insegnamenti dell’islam, perché il Corano non fa differenze riguardo alla necessità di tutelare sinagoghe, chiese e moschee (Co 22, 40). È anche contraria alla condotta tenuta dal Profeta con le chiese di Najran, nello Yemen, a quella del suo Compagno Amr ibn al-As con le chiese e i cristiani egiziani, e a quella del Compagno e Califfo Umar ibn al-Khattab, che strinse un patto con i cristiani di Gerusalemme, nel quale era scritto: “Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso… Questa è la sicurezza (aman) che il servo di Dio e Principe dei Credenti Umar ha garantito alla gente di Gerusalemme: ha garantito la sicurezza per loro stessi, le loro ricchezze, le loro chiese e le loro croci […] Le loro chiese non vanno usate come abitazioni, né distrutte, né va loro tolto alcunché […]. Non vanno costretti a cambiare religione, non deve esser fatto loro alcun torto”. Il Califfo si rifiutò di pregare nella Basilica del Santo Sepolcro per paura che dopo di lui i musulmani la distruggessero e la trasformassero in moschea. I giuristi dell’islam politico rifiutano questa fatwa, ma non ribattono con prove valide dal Corano o dalla Sunna, bensì con opinioni di giuristi ottomani che hanno dichiarato lecito per i sultani uccidere i loro fratelli per evitare rivolte. Secondo lo studioso turco Necmeddin Guney, la legittimazione della conversione delle chiese in moschee è in realtà frutto di norme amministrative atte a creare una società nella quale la supremazia islamica fosse evidente, in un’epoca di conflitti religiosi. L’islamologo statunitense Fred Donner sostiene che la strumentalizzazione politica abbia persino distorto la documentazione storica, tanto che tarde versioni dell’aman concesso ai cristiani di Damasco assegnavano ai musulmani metà delle loro case e chiese, clausola non presente nelle prime versioni.

I giuristi dell’islam politico accusano le autorità religiose saudite ed egiziane di essere sottomesse ai loro governi laici che combattono Erdogan. Ma la realtà li smentisce, perché il Gran Mufti d’Egitto ha pubblicato un libro nel 2016 intitolato “La protezione delle chiese nell’islam”, in risposta alle violazioni delle chiese e all’uccisione di cristiani da parte dell’ISIS. Ebbene, chi oggi critica il Mufti, quattro anni fa celebrava il suo libro.  

Non si può, allora, parlare in alcun modo di scontro fra cristiani e musulmani. Se lo facciamo cadiamo nella trappola di Erdogan che mira a far coincidere il mondo musulmano con l’ideologia islamista e spinge noi a un’operazione simile, riducendo Santa Sofia a una manifestazione della supremazia di una religione sull’altra, cioè a un simbolo di potere e non a una testimonianza di bellezza. La più grande vittoria degli estremisti è di farci vedere l'altro con gli occhi del loro odio.

Riferimenti e approfondimenti:

- Tritton, A.S., The calisphs and their non-Moslim Subjects: A Critical Studyof the Covenant of ‘Umar, Oxford University Press, 1930.
- Al-Baladhuri, Ahmad ibn Yahya ibn Jaber ibn Dawud al-Baghdadi, Al-qarn al-thalith al-hijri, Futuh al-buldan, il Cairo, 1956.
- Ibn al-Jawzi, Abul Faraj Abdel Rahman Ali (m. 1201), Fada’il al-Quds, ed. Jabra’il Sulayman, Beirut.
- Allam, Sh., Himayat al-kana’is fi-l-islam, Al-majlis al-‘ala li-l-shu’un al-islamiyya, il Cairo, 2016.

Wael Farouq

È Professore di Lingua, letteratura e cultura araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In precedenza è stato Professore di Lingua araba all’American University del Cairo. È inoltre Straus Fellow all’Institute for the Advanced Study of Law and Justice dell’Università di New York e vice-presidente del Meeting Cairo. I suoi interessi di ricerca vertono principalmente sulla lingua e la letteratura araba, sull’islamistica,

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