Scegliere la verità sulle orme di Paolo

Scegliere la verità sulle orme di Paolo

19.11.2022
di Sergio Lanza

Alcuni, anche in pubblicazioni recenti, ascrivono decisamente Paolo al mondo culturale greco-ellenistico e, leggendo i suoi scritti in tale ottica precomprensiva, stabiliscono una frattura marcata con l’ambiente e la parola di Gesù. Altri, invece, vi contrappongono la formazione culturale giudaica dell’apostolo.

Gli Atti degli Apostoli, a torto considerati da certa storiografia preconcetta come poco attendibili, mettono in evidenza l’intreccio di entrambe queste polarità, con una accentuazione – che le fonti paoline dirette confermano – sulla matrice giudaica: «Io sono un giudeo, nato a Tarso in Cilicia, ma cresciuto in questa città [Gerusalemme], formato ai piedi di Gamaliele nelle più rigide norme della legge paterna» (At 22,3).

Tarso, capoluogo della Cilicia, città culturalmente cosmopolita, dopo la conquista di Alessandro Magno aveva assunto una più decisa impronta ellenistica. Vi si parlava il greco, era diffusa la mitologia degli antichi poemi ellenici e vi fiorivano scuole filosofiche di carattere stoico. D’altro canto, però, rimanevano vivi usi e costumi tipicamente orientali (come quello secondo cui la donna doveva velarsi il volto in pubblico), vi si venerava Sandas il Baal di Tarso, era diffuso il culto dell’imperatore. Di questi elementi, mescolati nel crogiuolo dell’ellenismo, troviamo traccia nelle epistole paoline; essi costituiscono un fattore rilevante per l’impegno poderoso di “tradurre” il messaggio cristiano dal contesto palestinese originario alle categorie di pensiero proprie del mondo ellenistico e pagano.

Più marcata, tuttavia, emerge la radice giudaica. La sua famiglia era certamente legata alla fedele osservanza della legge mosaica, praticata secondo l’interpretazione propria dei circoli farisaici. Paolo lo afferma chiaramente: «giudeo di nascita» (Gal 2,15), si dichiara «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo figlio di ebrei; per la Legge, fariseo» (Fil 3,5). La sua educazione, secondo le notizie riferite nel libro degli Atti, si era svolta a Gerusalemme, alla scuola di Gamaliele, lo stimato discepolo di Hillel, famoso maestro dell’epoca immediatamente precedente il tempo di Gesù. La lettura dei testi paolini conferma queste notizie. Infatti, il modo con cui egli argomenta sulla base delle Scritture corrisponde alle regole esegetiche proprie della scuola di Hillel.

Queste annotazioni respingono la tesi più volte formulata secondo cui Paolo sarebbe il vero fondatore del cristianesimo, di una nuova religione diversa e distinta da quella predicata da Gesù.

La ricerca di Dio richiede quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o, come si esprime Jean Leclercq: nel monachesimo occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente connesse l’una con l’altra (cfr. L’amour des lettres et le desir de Dieu, p. 14). Il desiderio di Dio, “le désir de Dieu”, include “l’amour des lettres”, l’amore per la parola, il penetrare in tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna imparare a penetrare nel segreto della lingua, a comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio, diventano importanti le scienze profane che ci indicano le vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una “dominici servitii schola”. Il monastero serve alla “eruditio”, alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la formazione della ragione, l’erudizione, in base alla quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole, la Parola.

(Benedetto XVI, Discorso, Incontro con il mondo della cultura al Collège des Bernardins, Parigi, 12 settembre 2008)

Afferrato da Cristo

Preziosa, anzi esegeticamente indispensabile, l’individuazione delle matrici culturali non è sufficiente a rendere ragione del pensiero dell’apostolo. C’è una novità, uno stacco che non si spiega geneticamente, come evoluzione psicoculturale. Solo la folgorazione sulla via di Damasco, l’incontro con il Risorto, solo questo rende ragione piena della vita e dell’opera dell’apostolo. Ciò appare non soltanto dalla logica interna dei suoi scritti, ma da esplicite attestazioni: «Paolo, apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di uomo, ma per mezzo di Gesù Cristo e di Dio Padre che lo ha risuscitato dai morti» (Gal 1,1). «Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio» (Rm 1,1). «Per mezzo di lui [Gesù Cristo] abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato per ottenere l’obbedienza alla fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome» (Rm 1,5). «Paolo, apostolo di Gesù Cristo per volontà di Dio...» (2Cor 1,1; Col 1,1).

L’incontro sulla via di Damasco, narrato ampiamente e per ben tre volte dal libro degli Atti (At 9,1-19; 22, 3-21; 26,9-18), costituisce questa svolta radicale: «Voi avete certamente sentito parlare della mia condotta di un tempo nel giudaismo, come io perseguitassi fieramente la Chiesa di Dio e la devastassi, superando nel giudaismo la maggior parte dei miei coetanei e connazionali, accanito com’ero nel sostenere le tradizioni dei padri. Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi tornai a Damasco» (Gal 1,13-15).

Così Paolo parla dell’esperienza, unica, che ha cambiato la sua vita. Tutta la sua esistenza è ora compresa come dono dell’amore gratuito di Dio. Un dono che si concretizza nell’incontro con Cristo: da lui è stato «conquistato» (Fil 3,12), da quel momento è diventato «servo» di Cristo (Rm, 1,1; Fil 1,1) e il suo «ministro» (1Cor 3,5; 2Cor 3,6; 6,4; 11,23; Col 1,23); il Cristo risorto gli è apparso (1Cor 15,8), e questo costituisce il fondamento del suo essere apostolo: «Non sono un apostolo? Non ho veduto Gesù, Signore nostro?» (1Cor 9,1).

Una concentrazione cristologica che è senso e norma di vita, prima di essere nucleo generatore del pensiero: «Né morte né vita – scriveva ai Romani – né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38-39). Il linguaggio della rivelazione non si limita a enunciati. Stabilisce una relazione tra persone: Dio si rivolge all’uomo con gesti e parole, anzi esponendosi, per così dire, di persona; l’uomo è interpellato e può rispondere solo con un’autoimplicazione personale radicale.

All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva.
(Benedetto XVI, Lettera enciclica Deus Caritas Est, 1)

Apostolo come vocazione (Rm 1,1)

La chiara coscienza di essere apostolo si accompagna per Paolo all’instancabile servizio del Vangelo. Un servizio che parte da Cristo e si rivolge a tutti gli uomini: «Siamo i vostri servitori per amore di Gesù» (2Cor 4,5).

Un servizio che Paolo vede anzitutto rivolto a Dio, come funzione della missione stessa di Cristo: riconciliare gli uomini con Dio (2Cor 3,9; 5-18). Un servizio che si concretizza, poi, nella ricostruzione della famiglia umana nel riportare gli uomini a quella unità che è propria dell’ideale creativo originario e che Cristo è venuto a ripristinare «abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia» (Ef 2,11-14). La proclamazione di questo Vangelo fino agli estremi confini della terra è la missione propria dell’apostolo (Gal 1,16), che egli ha instancabilmente portato avanti: «Da Gerusalemme e dintorni fino all’Illiria, ho portato a termine la predicazione del Vangelo di Cristo. Ma mi sono fatto un punto d’onore di non annunziare il Vangelo se non dove ancora non era giunto il nome di Cristo...» (Rm 15,19-20).

La realizzazione di questo obiettivo non si limita al primo annuncio di Cristo. Paolo segue costantemente le comunità da lui fondate, le visita quando gli è possibile, a esse si rivolge frequentemente per iscritto. E sono queste stesse comunità il migliore attestato della validità della sua opera: «Cominciamo forse di nuovo a raccomandare noi stessi? O forse abbiamo bisogno, come altri, di lettere di raccomandazione per voi o da parte vostra? La nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini. È noto infatti che voi siete una lettera di Cristo, composta da noi, scritta non con inchiostro, ma con lo spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma sulle tavole di carne dei vostri cuori» (2Cor 3,1-3).

Si dice a volte che, se Paolo fosse vissuto nel nostro tempo, non avrebbe esitato a utilizzare tutti i mezzi di comunicazione offerti dal progresso tecnico-scientifico. Una cosa è certa: egli curava con estrema attenzione i contatti con le comunità da lui fondate e si serviva, per questo, dell’unico mezzo allora possibile, la lettera. Per valutare correttamente il contenuto dell’epistolario paolino è quindi indispensabile tener conto di tale funzione originaria – contestuale e in qualche modo occasionale – di questi scritti. Considerare Paolo un teologo sistematico sarebbe improprio. Paolo fu certamente teologo, ma lo fu in quanto apostolo. E perciò il suo pensiero si origina e si determina dal confronto vivo con le sue comunità e non ha nessuna pretesa di sistematicità o di compiutezza. Questa considerazione permette di comprendere meglio alcuni passaggi problematici o non del tutto chiari. Non sempre infatti ci sono note le condizioni e gli interrogativi concreti a cui l’apostolo si riferisce e a cui intende rispondere.

Si deve tener presente, inoltre, che Paolo non redigeva le sue lettere a tavolino, ma le dettava, probabilmente a più riprese (ci è conservato il nome di uno dei suoi segretari, Terzo: Rm 16,22), poi generalmente aggiungeva qualche riga di suo pugno, come saluto e come sigillo dell’autenticità dello scritto (cfr. per esempio Gal 6,11). Questo spiega anche lo stile a volte non lineare, la presenza di alcune frasi interrotte, segno della concitazione del pensiero.

Ciò non significa tuttavia che la teologia dell’epistolario paolino sia lacunosa o frammentaria. Essa presenta al contrario una sua forte coerenza e organicità tutta concentrata sulla persona di Gesù e la sua opera di unico salvatore.

Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo “io”, ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri.

(Benedetto XVI, Catechesi, Udienza generale, Roma, 3 settembre 2008)

Apostolo delle genti

Unica tra le religioni storiche, il cristianesimo non nasce né si configura come religione etnica. La novità è tale che fatica a essere compresa appieno nella Chiesa nascente, come documenta la tensione tra ellenisti e giudaizzanti riscontrata dal libro degli Atti e così drammaticamente presente nelle lettere paoline. Difficoltà (storicamente mai del tutto superata) a distinguere tra la forma storica della fede e la sua realtà metastorica: proprio perché quest’ultima non è mai raggiungibile né sperimentabile, di fatto, se non in una determinata forma storica. La Chiesa nasce come realtà multi e interculturale (At 2,1 ss.): metaculturale in forma storica e culturale (legge dell’incarnazione).

Ciò non significa in alcun modo che il cristianesimo nascente si adattasse semplicemente alle culture vigenti. Al contrario, mantiene tutta la sua forza dirompente di novità, nel metodo (Rm 12,2: non conformatevi...) e nel merito (per esempio Gal 3,28): un processo dove la fede cristiana prende forma secondo modulazioni culturali diversificate, mostrando la propria plastica ricchezza, senza intaccarne la specificità.

Infatti, se è vero, come riconosce anche lo studioso dell’Università di Gerusalemme C.G. Stroumsa, che il cristianesimo reinterpreta l’identità sociale in termini religiosi e non etnici, è altrettanto vero che ciò non è da intendersi propriamente come travaso monomorfo, ma come esigenza che rimane aperta a molteplice interpretazione socio- culturale, senza cadere in forme statiche e/o egemoniche: «Tutte le forme dell’attività missionaria sono contrassegnate dalla consapevolezza di promuovere la libertà dell’uomo annunciando a lui Gesù Cristo... D’altra parte, la Chiesa si rivolge all’uomo nel pieno rispetto della sua libertà: la missione non coarta la libertà, ma piuttosto la favorisce. La Chiesa propone, non impone nulla: rispetta le persone e le culture, e si ferma davanti al sacrario della coscienza» (Redemptoris Missio 39).

Questa relazione non è soltanto quella interpersonale dei contatti intersoggettivi, ma quella radicale della tensione alla verità: il dialogo autentico non indebolisce se non le identità deboli. Non ha nulla in comune con il compromesso e la trattativa diplomatica, non tende semplicemente all’accordo (Habermas), ma al riconoscimento condiviso della verità: «...al di là dei problemi di senso c’è il problema della verità», spiega J. Ladrière. Un’evangelizzazione che perdesse il proprio linguaggio, infatti, perderebbe irrimediabilmente se stessa.

Il carattere forte e deciso, a volte combattivo, di Paolo mette immediatamente al riparo da una interpretazione irenicamente sbiadita dell’unità. Non è un’armonia superficiale quella che egli persegue, ma un’unità «cattolica», che conosce e valorizza le differenze, purché poste a servizio dell’utilità comune e sorgenti da un’autentica carità (cfr. 1Cor 12-13).

Questo dialogo autentico evidenzia la dimensione ecclesiale dell’identità cristiana, resa plasticamente dall’immagine paolina della Chiesa come corpo di Cristo, e sottolinea l’esigenza di un ecumenismo sostanziale, di comunione e fraternità nella verità.

C’è infine un particolare aspetto che dovrà essere curato con singolare attenzione durante la celebrazione dei vari momenti del bimillenario paolino: mi riferisco alla dimensione ecumenica. L’Apostolo delle genti, particolarmente impegnato a portare la Buona Novella a tutti i popoli, si è totalmente prodigato per l’unità e la concordia di tutti i cristiani. Voglia egli guidarci e proteggerci in questa celebrazione bimillenaria, aiutandoci a progredire nella ricerca umile e sincera della piena unità di tutte le membra del Corpo mistico di Cristo. Amen! (Benedetto XVI, Omelia, Celebrazione dei Primi Vespri della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo, Roma, 28 giugno 2007)

Il Vangelo dopo Paolo

«Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 1,1). Con questo periodo articolato, che apre solennemente la lettera ai Romani, Paolo esprime in sintesi potente il focus, il tema centrale e in qualche modo unico della sua predicazione: Gesù Cristo.

Non c’è questione, non c’è dibattito e problema che, nelle sue lettere, non sia ricondotto a Lui come principio, sorgente e stella di orientamento. Ancor di più, è la coscienza viva e trasparente di un legame personale, profondo, unico con Lui. Non si capisce nulla delle lettere di Paolo se non nell’orizzonte di questo legame esistenziale con Cristo.

Un semplice dato statistico può far comprendere come l’annuncio di Gesù sia veramente il fulcro di tutto il messaggio paolino. L’attribuzione “Signore” cade sotto la sua penna 280 volte, “Cristo” 400 volte, Gesù 220 volte.

Ma i numeri sono certo ben poca cosa di fronte all’attaccamento personale che l’apostolo mostra nei confronti del suo Signore. La folgorazione sulla via di Damasco penetra fin nel profondo tutta la personalità dell’apostolo che ne viene radicalmente trasformato: «Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). L’impronta indelebile che ne deriva alla sua vita si fonda sulla consapevolezza di un amore unico e personale, che ne costituisce il nuovo orientamento: «Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20).

La vita dell’apostolo ha assunto un significato completamente nuovo: «Per me infatti il vivere è Cristo» (Fil 1,21), perché «se uno è in Cristo, è una creatura nuova» (2Cor 5,17). Tutta la sua vita è orientata a Lui, alla sua conoscenza: «tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero tutte spazzatura, al fine di guadagnare Cristo e di essere trovato in lui» (Fil 3, 8-9).

Tutta la sua attività di apostolo si risolve nell’annunciare Gesù: «Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5), nel comunicare il mistero di Cristo (cfr. Ef 3,1 ss.), la verità di Cristo (cfr. 2Cor 11,10) che gli è stata rivelata. Questo è il suo unico vanto, questo è lo scopo della sua vita, questa è la realizzazione dell’opera di Gesù (cfr. Col 1,24). La centralità di Cristo non è dunque per Paolo uno schema teologico, ma esperienza esistenziale, che orienta tutta la sua teologia, che non può essere compresa se non in prospettiva cristologica: «ma la realtà è Cristo!» (Col 2,17).

Per Paolo non c’è alcun dubbio che la salvezza operata da Cristo è intimamente collegata con la storia che la precede e ne costituisce completamento e pienezza. Egli è il nuovo Adamo: «e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo» (1Cor 15,22; cfr. Rm 5,12 ss.).

Da questo scaturiscono i due movimenti sintattici della concezione paolina della fede e della salvezza: quello discendente del dono ricevuto («per grazia siete stati salvati», Ef 2,5); quello ascendente della direzione, del dinamismo dell’esistenza («nella speranza siamo stati salvati», Rm 8,24).

Da qui prende forma la riflessione paolina sulla salvezza come autentica liberazione non tanto dalla legge mosaica, ma da ogni regime legale inteso come fonte della giustizia dell’uomo davanti a Dio. Il che suppone una radicale trasformazione dell’uomo e si configura come salvezza totale (vita nuova): «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi [...]. Voi, infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto» (Gal 5,1.13).

Il discorso dell’Areopago riflette questa apertura intellettuale, che non è meramente strategica, ma germina sul terreno di un’antropologia teologica che conosce la comune origine e natura dell’uomo. Anche in un altro contesto, Paolo ribadisce la capacità dell’intelligenza di scorgere nel reale l’impronta di Dio creatore (cfr. Rm 1,18 ss.). Senza facili entusiasmi, peraltro, perché «mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti» (Rm 1,22; cfr. 1Cor 1,17 ss.).

Solo su questa base, del resto, si può ragionevolmente parlare di incontro tra le culture. Incontro che si pone sempre – quando non venga dilavato in un dialogo da fiction – come forte, rispettosa e aperta, istanza critica. Il dialogo culturale non è statico, tantomeno retrogrado. Non si tratta di tornare al passato – ha ricordato il Papa a Regensburg – semmai di imparare dalla storia e dall’autentica traditio. Allora una ragione ritrovata si fa capace di rianimare la ricerca a favore della vita e dell’uomo, rende possibile il dialogo aperto e franco tra le culture, ridona all’Università capacità di autentica paideia:

 Questo tentativo, fatto solo a grandi linee, di critica della ragione moderna dal suo interno, non include assolutamente l’opinione che ora si debba ritornare indietro, a prima dell’illuminismo, rigettando le convinzioni dell’età moderna. Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido viene riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati [...].

Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza [...].

L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente. «Non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio», ha detto Manuele II, partendo dalla sua immagine cristiana di Dio, all’interlocutore persiano. È a questo grande logos, a questa vastità della ragione, che invitiamo nel dialogo delle culture i nostri interlocutori. Ritrovarla noi stessi sempre di nuovo, è il grande compito dell’università.

(Benedetto XVI, Discorso, Incontro con i rappresentanti della scienza, Università di Regensburg, 12 settembre 2006)

Nessuna società che dimentichi l’arte del porsi domande o che permetta a quest’arte di cadere in disuso può sperare di trovare risposte ai problemi che l’assillano. L’istanza veritativa non disperde le culture nel deserto della tolleranza, ma le sollecita a un comune impegno di servizio dell’uomo nella verità. Questa non spegne la domanda, perché l’uomo non può cessare di domandare, perché egli è, per definizione, domanda. Si tratta di una visione eminentemente critica. La formazione al/del senso critico è essenziale per l’adesione di fede, l’esperienza di fede, la maturazione della fede. La parola critica è essenziale all’enunciazione e alla recezione della fede. Con la parresia di Paolo. Non senza cautele.

È il dinamismo dell’intellectus fidei.

Sergio Lanza

Mons. Sergio Lanza, scomparso nel 2012, è stato assistente ecclesiastico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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