SCONOSCIUTO E LONTANO. LO STRANO CASO DEL SUCCESSO DEL LATINO ON DEMAND

SCONOSCIUTO E LONTANO. LO STRANO CASO DEL SUCCESSO DEL LATINO ON DEMAND

30.01.2021
di Giovanni Andrisani

Non è nostalgia delle rovine; e nemmeno si può ricondurre l’interesse di Romulus e Barbari solo all’exploit dell’affresco storico, dalla saga familiare dei Windsor di The Crown su Netflix a quella eroica di El Cid, recentissima (e promettente) miniserie di Amazon prime. Il successo di Romulus, 10 puntate su Sky Atlantic, e di Barbari, 6 puntate su Netflix, dipende da più ordini di motivi e per ritrovarli tutti non è necessario risalire al Gladiatore (2000) di Ridley Scott, archetipo dei blockbuster neo-peplum, e nemmeno alla Passione di Cristo (2004) di Mel Gibson, primo grande esempio di lingue morte al cinema. Senz’altro, c’è una rinnovata attenzione al contesto: dopo il pop complottista alla Da Vinci’s Demons (2013-5) e il trashissimo Spartacus (2010-3), siamo finalmente di fronte a due prodotti di qualità, con un progetto narrativo organico che evita l’avventurismo facile del peplum e li rende accurati e godibili anche da chi non smette i panni del latinista nemmeno quando guarda una serie mainstream.

Ma Romulus e Barbari, senza considerare per il momento le differenze di modelli, di stile e di target, si possono considerare serie mainstream? Il discreto successo di pubblico che le ha accompagnate testimonia un rinnovato interesse degli spettatori per la ricostruzione storica di ampio respiro, accurata nei dettagli e inserita in un disegno coerente che renda conto delle derive a cui talvolta si spinge per esigenze di cassetta. Perché, sia detto en passant, non mancano disturbanti intrecci familiari e copiose libagioni di sangue (i fumettosi Spartani di Zack Snyder non sono passati invano). Il plus è nelle accurate consulenze scientifiche di cui gli autori di entrambe le serie si sono avvalsi in pre-produzione (archeologi, indoeuropeisti, germanisti ecc); e soprattutto, inutile girarci attorno, nell’uso del latino (nel caso di Romulus, del proto-latino ricostruito), che conferisce a entrambe le serie una tridimensionalità che appare agli occhi dello spettatore come la più efficace garanzia di verisimiglianza.

Cominciamo da Barbari, miniserie tedesca in 6 puntate, già rinnovata per una seconda stagione. La serie nasce come spin-off di Vikings (2013-2020), con cui però non ha alcun rapporto narrativo: il legame sta piuttosto in una certa aria di famiglia, a cominciare dalla fotografia brumosa che contraddistingue le vicende dei popoli germanici antichi e medievali. L’estremo tentativo di Augusto di conquistare la Germania non lascia spazio alla levigatezza marmorea della Roma da epic movie: l’enfasi, in un ambiente spoglio che non cede al gusto del primitivismo, è tutta sui tormenti di Arminio, luogotenente germanico del generale Varo, e sulla sua alleanza antiromana con due amici ribelli, Folkwin e Thusnelda, fino alla battaglia di Teutoburgo (9 d.C.) che sancì la fine di ogni velleità espansionistica di Roma oltre il limes renano-danubiano.

La trama della serie gioca al confine tra la cultura degli invasori, la cui radicale alterità è marcata dall’uso di un latino perfettamente classico, e quella dei ribelli, che non parlano le varianti dialettali di proto-germanico, di ardua ricostruzione anche per un germanista esperto, ma un tedesco standard del tutto privo di arcaismi lessicali: gli antenati dei moderni tedeschi, neerlandesi, inglesi, danesi, svedesi e norvegesi si esprimono, con un anacronismo che resta inspiegabile, in una lingua che li iscrive subito nell’orizzonte familiare degli spettatori a cui la serie era in partenza destinata. Il latino dei conquistatori, e in primo luogo quello di Varo, è l’idioma divisivo che segna l’incomunicabilità tra i due popoli: la distanza tra la lingua classica e rifinita del luogotenente e del suo servo Pelagio e la cadenza gutturale del cherusco collaborazionista Segeste è un fossato sociolinguistico invalicabile.

Il protagonista Arminio, figlio del capo Segimero ma cresciuto nell’esercito e nella cultura romana, è in bilico tra le due identità: il rapporto filiale con Varo, che complica la vicenda storica con un cliché morboso di cui avremmo fatto a meno, e l’improvvisato triangolo amoroso che si istituisce con i suoi ex amici di infanzia, ha la funzione narrativa di condurci verso l’esito che conosciamo. Certo non si sfugge all’impressione di un cortocircuito narrativo: il ribelle senza macchia Folkwin, innamorato della bella Thusnelda e apparentemente destinato al più convenzionale dei sogni d’amore, è uno stereotipo eroico scialbo e senza profondità, con l’unica funzione narrativa di preludere al carismatico Arminio e sparire da un momento all’altro con un artificio che ne rivela ulteriormente la natura, almeno per il momento, di personaggio-zeppa.

Ma se parliamo di doppioni narrativi, il discorso scivola naturalmente su Romulus. Anche qui siamo in presenza di uno spin-off, che riprende ambientazioni e lingua (il proto-latino ricostruito) del film Il primo re (2019), sempre diretto da Matteo Rovere. Ma se il film era una rilettura della leggenda di fondazione, la trama della serie segue un percorso indipendente, focalizzato sulle vicende dei re di Alba Longa Numitore e Amulio e delle loro famiglie. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a conflitti familiari, già presenti nella leggenda canonica ma qui ulteriormente complicati dal gioco di specchi. La sacerdotessa Rea Silvia (anche detta Ilia), figlia di Numitore e madre dei gemelli, forse la figura più complessa della vicenda originaria, scissa com’è tra la castità sacerdotale e il ruolo di madre e amante del dio Marte, viene sdoppiata in due personaggi: la più anziana Silvia, figlia di Numitore e mater dolorosa dei gemelli, e la giovane Ilia, figlia del tiranno Amulio e vestale consacratasi poi alla guerra e alla vendetta.

Nel Lazio dell’VIII secolo a.C., i due gemelli Yemos ed Enitos, subentrati allo spodestato nonno Numitore come re di Alba Longa, sono traditi dal prozio Amulio, che uccide Enitos e costringe Yemos alla fuga nei boschi: il celebre fratricidio è soltanto una calunnia diffusa dall’usurpatore per giustificare la persecuzione del nipote sopravvissuto e datosi alla macchia. Ma per un fratello che scompare, si trova subito un sostituto: il giovane Wiros, che stringe con Yemos un rapporto di amicizia che permetterà a entrambi di sopravvivere e tornare da vincitori ad Alba Longa: questa, al netto dei molti colpi di scena, la trama di Romulus (e si noti, per inciso, che nessun personaggio della serie porta il nome del leggendario fondatore).

Ma che valore aggiunge il latino alle due serie? Sicuramente quello di lingua esotica e d’atmosfera. Nel conflitto interetnico di Barbari e nelle guerre tribali di Romulus, il latino accompagna i toni smorzati della fotografia e l’ambiente boschivo in cui entrambe le linee narrative trovano il loro punto di svolta. Il latino dei legionari di Varo si scontra con una lingua viva, il moderno Hochdeutsch dei Germani ribelli, e colloca risolutamente i Romani sul versante imperialistico della storia, di cui l’idioma italico è un pericoloso strumento di asservimento; il proto-latino di Romulus, interamente ricostruito su basi comparative, marca esplicitamente l’immensa distanza storica che ci separa dalla fondazione di Roma, con tutto il retroterra barbarico e violento che sta alle radici dell’impero.

Tra il colonialismo aggressivo di Varo e i culti totemici di Wiros siamo arrivati a un superamento, per quanto ambiguamente straniante, dello stereotipo sulla Roma monumentale. E il latino? Confinato tra le scomode identità parallele di lingua degli invasori e dei primitivi, risulta più lontano che mai: forse proprio nella recentissima paradossale resurrezione può trovare conferma di essere morto e godersi in pace il suo estremo epitaffio televisivo.

Giovanni Andrisani

Giovanni Andrisani (Avellino 1992) è dottorando in filologia latina presso l’Università di Genova. Si è laureato in Lettere classiche presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II” e in Filologia e storia dell’Antichità presso l’Università di Pisa. Appassionato di cinema e il teatro, studia Letteratura latina tardoantica e si interessa di storia, teatro contemporaneo e poesia.

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