SCUOLA TRA PRESENZA E DISTANZA

SCUOLA TRA PRESENZA E DISTANZA

27.06.2020

Ospitiamo due reazioni all’articolo di Simone Biundo Vogliamo dire addio alla scuola?, firmate rispettivamente da Alberto Oliverio e Maddalena Colombo. Due sguardi sulla scuola, stretta tra presenza e distanza, tra tecnologie e contatto umano.

Scuola in presenza vs Google generation
di Alberto Oliverio

L’articolo di Simone Biundo sulla scuola in occasione del lockdown tocca diversi punti critici, a partire da quello relativo agli scarsi investimenti per formare le nuove generazioni. Questo, ahimè, è un tema che viene sollevato da decenni, trovando una scarsa risposta da parte dei Governi che generalmente non vedono un “ritorno” elettorale negli investimenti per la scuola, per la ricerca e, in generale, per quanto non comporta risultati a breve scadenza.

Un secondo punto riguarda il fatto che la didattica a distanza ha comportato una crisi del sistema scolastico, malgrado la buona volontà di molti docenti chiamati a fare fronte a infrastrutture inadeguate a livello scolastico (rete, computer ecc.) e a una disparità o mancanza di mezzi da parte delle famiglie co-mobilitate nell’assistere i bambini della scuola primaria o secondaria di primo grado (il che ha anche comportato che i genitori -le mamme- abbiano dovuto assumere anche il ruolo di docenti).

Come in tutte le situazioni d’emergenza, si è verificata una notevole disparità dell’offerta didattica: docenti che hanno messo in piedi programmi strutturati e hanno accompagnato gli studenti nelle nuove forme di didattica e docenti che hanno proposto esercizi e letture in modo più casuale. Indipendentemente dall’impegno didattico dei singoli docenti, Biundo giunge alla conclusione che la didattica a distanza insegni prevalentemente competenze digitali, il che, probabilmente, susciterà reazioni negative in quanti ritengono di avere accompagnato gli studenti in una situazione di emergenza e in quanti sostengono che la didattica a distanza e il digitale devano caratterizzare la scuola del futuro.

A tale proposito penso sia necessario fare una distinzione relativa all’età degli allievi, indipendentemente dalla perdita di socialità e di lavoro in gruppo che comporta la didattica a distanza: un conto sono gli alunni più grandi, ad esempio quelli che si dovevano preparare alla maturità, un conto quelli della scuola primaria che hanno assoluto bisogno di una didattica basata sulla presenza, sulla concretezza, sull’apprendimento di gruppo. Per i bambini della scuola primaria o per quelli della scuola secondaria di primo grado la didattica a distanza, nella maggior parte dei casi, ha potenziato l’uso di test, giochetti didattici, domande chiuse che implicano una risposta basata su sì o sul no, riducendo drasticamente l’apprendimento della lingua o della logica che è alla base della matematica e delle scienze. Questo, purtroppo, in linea con numerosi libri di testo basati su quiz e ragionamenti unidirezionali.

La scuola del lockdown ha posto in evidenza un altro aspetto negativo, quello di indurre una pericolosa dipendenza dal computer, smartphone etc. trascinando i più giovani a fare lo slalom tra le pagine di Google, a chattare, a privilegiare l’apparenza (la grafica e gli stili) sulla sostanza, rischiando di creare una “Google generation”, una dipendenza dai media anziché dalla propria mente: una dipendenza che tende ad aprire la strada ad altre forme di dipendenza. Perciò la scuola “in presenza”, nel rispetto delle norme Covid-19, deve riprendere il più presto possibile e i più giovani studenti devono tornare a fare riassunti e temi anziché privilegiare presentazioni PowerPoint.



DAD una nuova dimensione, tra vizi e virtù didattiche. Tenere i semi attaccati alla pianta
di Maddalena Colombo


Fa bene Simone Biundo a sottolineare le mancanze di un sistema che procede a stop-and-go senza la coerenza necessaria. Anche io penso che la didattica a distanza sia stata una risposta immediata e puntuale alle necessità di una quarantena collettiva prolungata. “Immediata”, perché non è stata in alcun modo mediata dagli apparati istituzionali della scuola e dell’università (almeno nella prima fase), “puntuale” perché non avendo seguito un piano di sviluppo e organizzazione preordinato, si è collocata in maniera aleatoria : sarebbe interessante vedere rappresentata su una mappa geografica la distribuzione delle attività di DAD nei mesi di marzo-giugno nei vari comuni d’Italia, probabilmente sarebbero punti qua e là a macchia di leopardo, definiti più dalla volontà quotidiana dei singoli insegnanti e dalla disponibilità delle reti di connessione, che non dalla localizzazione delle scuole e degli atenei.

L’Italia della formazione è sopravvissuta in 4 mesi di lockdown, ma solo grazie al volonteroso sforzo di docenti e studenti di ogni ordine e grado, mettendo in trincea docenti, studenti (e spesso genitori), ma lasciando sul campo gli elementi più fragili del sistema: la formazione non obbligatoria, le attività non formali (oratori, doposcuola, attività sportive, centri aggregazione ecc.) e informali (intrattenimento dei bambini e ragazzi in spazi aperti ecc.) e soprattutto le famiglie con carichi di cura più pesanti (genitori di allievi con bisogni educativi speciali, famiglie immigrate). Tutte le attività di appoggio sono “saltate”, segno che qualcuno non le ha ritenute indispensabili, lasciando quindi un messaggio equivoco: siete speciali, ma non così importanti.

Così pure è saltata la dimensione collegiale della gestione dei processi formativi: non è facile per dirigenti, presidi , coordinatori didattici ecc. assumere il controllo della situazione – di solito esercitato grazie alla prossimità fisica – né esercitare funzioni di guida e vigilanza, nella dimensione smaterializzata, e non sarà facile riprendere a gestirle, nella prossima fase incerta e a scartamento ridotto.

Tuttavia l’esperienza dell’apprendimento a distanza, che è poi auto-apprendimento sostenuto da relazioni virtuali, su un tempo così lungo ha permesso a molti di entrare in una nuova dimensione: ha interrotto dinamiche difficili e conflittuali, ha stimolato il problem solving , ha sollevato i docenti dal peso della valutazione finale, e senza dubbio ha fatto fare un balzo in avanti nel grado di competenza digitale. Si è visto infatti da quale basico livello d‘uso delle tecnologie digitali siamo partiti (ciò vale tanto per i docenti quanto per gli studenti), si è toccato con mano che non basta avere 10 o 15 o 20 anni per essere definiti nativi digitali, e quindi un miglioramento è miracolosamente avvenuto in tutti gli strati sociali. Processi spontanei di adattamento alla crisi, che possono aver lasciato un grande segno di innovazione da sfruttare per il futuro.

Ma, come in tutte le emergenze, la quarantena ha fatto luce anche sui grandi divari sociali e culturali, materiali e immateriali, che creano le disuguaglianze in Italia. E ha lasciato campo aperto ai “soliti” vizi e comportamenti opportunistici nell’istruzione. Si è visto di tutto in questa quarantena: assenteismo dei docenti, incapacità manageriale dei dirigenti, ripetitività dei contenuti e dei mezzi, nozionismo, insensibilità verso chi è svantaggiato culturalmente, ecc.

C’è da sottolineare come, nel complesso, in una situazione di totale mancanza di apparati, gli attori della scuola, della formazione professionale, e dell’università si siano adattati alla situazione in modo significativo e meritorio, assumendo (senza troppa consapevolezza) quelle funzioni di cura e accompagnamento degli studenti nella crisi, un accompagnamento di tipo cognitivo, certo, ma anche morale e un aiuto pratico alla loro ri-organizzazione individuale e familiare dentro alla crisi, un po’ come hanno fatto gli infermieri e i medici, fuori e dentro le corsie, non con farmaci e terapie ma con discorsi, stimoli culturali e messaggi di solidarietà. Hanno praticato l’etica civica in modo spontaneo, quella di cui sono capaci in quanto funzionari istituzionali, con la responsabilità del proprio compito. Certo, i docenti non hanno corso il rischio di infettarsi, non hanno messo a repentaglio la propria vita (qualcuno non si è nemmeno esposto nel fornire DAD in maniera sufficiente e capillare), ma credo che abbiano svolto alla pari del personale sanitario un ruolo di mantenimento dell’ordine sociale, cercando di evitare la disgregazione, alleviando le sofferenze individuali con qualcosa di sociale o meglio di “socializzato, in pratica, tenendo ogni “seme” attaccato alla “pianta”.

Ma ricordiamoci che, rispetto ad altre organizzazioni della nostra società ferita, quelle formative hanno subito un durissimo contraccolpo. Niente sarà più come prima dopo lo scoppio dell’epidemia; il virus che ha condizionato radicalmente le routine (che sono il fondamento dell’atto educativo) dovrà essere sconfitto nella memoria, nei vissuti e nello spirito di chi si prepara adesso alla fase 3. Poiché saranno gli ultimi a normalizzarsi, occorre fare in modo che le famiglie, gli studenti e gli stessi docenti e dirigenti ricevano un messaggio di solidarietà da tutto il resto della società, non siano lasciati soli. Altrimenti il tarlo del dubbio, della delusione e della rassegnazione potrebbe colpire soprattutto gli insegnanti (la spina dorsale del sistema educativo) lasciando sul campo una categoria già trascurata, economicamente e socialmente, di cui abbiamo imparato finalmente il prezioso valore.

di Alberto Oliverio e Maddalena Colombo

Alberto Oliverio è un medico e biologo italiano, studioso di psicobiologia e neuroscienze e professore emerito di psicobiologia nell'Università di Roma “La Sapienza” dove fa parte del Centro di Neurobiologia. Autore di oltre 400 pubblicazioni scientifiche e di numerosi testi universitari e non, si è prevalentemente occupato delle basi biologiche del comportamento e dei rapporti che intercorrono tra lo sviluppo ed il funzionamento cerebrale.

Maddalena Colombo è professore ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso la Facoltà di Scienze della formazione dell’Università Cattolica (Milano e Brescia), dove insegna Sociologia dell’educazione e Sociologia delle disuguaglianze e delle differenze. È Direttrice del CIRMiB e del Master universitario di I livello in Competenze interculturali. Dal 2011 fa parte del Comitato scientifico del Research Network Sociology of Education dell’European Sociological Association. Da anni si occupa di processi migratori, seconde generazioni e successo formativo e redige il Rapporto scuola dell’Osservatorio Regionale per l’Integrazione e la Multietnicità della Regione Lombardia. Dirige, insieme a Mariagrazia Santagati, la collana "Quaderni CIRMiB Inside Migration", ed è co-direttrice della collana editoriale "IES – Innovazione, Educazione, Società".

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