SHAKESPEARE POLITICAMENTE SCORRETTO? IL BARDO SE LA RIDE

SHAKESPEARE POLITICAMENTE SCORRETTO? IL BARDO SE LA RIDE

06.11.2021
di Arturo Cattaneo

«You base football player!». Tu, volgare giocatore di football! Per questa frase, con cui il Duca di Kent apostrofa Oswald all’inizio di Re Lear, l’English Football Association, ritenendola lesiva nei confronti del gioco, ha deciso di bandire Shakespeare dagli stadi inglesi, vietando ai suoi iscritti di leggere in pubblico le opere del Bardo, pena l’esclusione dalla Premier League. Chiariamo subito: non è una notizia vera, è inventata da chi scrive, ma dà l’idea di quello che potrebbe succedere se l’eccesso del politically correct e della cancel culture continuasse a coinvolgere Shakespeare alla velocità con cui si sta propagando in tutto il mondo. Perché a voler leggere Shakespeare in prospettiva tutta e solo moderna, e iconoclastica, non una delle sue opere si salverebbe: a parte i casi famosi già arrivati all’onore della cronaca - Il mercante di Venezia apologia dell’antisemitismo, La tempesta giustificazione del colonialismo europeo, La bisbetica domata sessista – le donne bionde potrebbero rivoltarsi contro la smaccata preferenza per la donna bruna nei sonetti di Shakespeare, i neri potrebbero esigere l’espunzione dei termini razziali riferiti a Otello nel dramma omonimo, i danesi l’eliminazione dei versi che in Amleto li dipingono come ubriaconi, e le società di protezione degli equini chiedere che il poemetto mitologico Venere e Adone venga messo al bando per una sua lunga e dettagliata descrizione di come uno stallone cerchi di prendere con la forza una giumenta - un chiaro caso di sexual harassment.

Shakespeare probabilmente se la ride. Da quattro secoli a questa parte, le sue opere sono sempre state sottoposte a letture univoche e fuorvianti. Proprio la loro straordinaria capacità di rendere i caratteri e le relazioni umane nelle più disparate situazioni le ha rese perfette per essere usate al servizio di ogni possibile causa politica e sociale, e spesso da entrambi gli schieramenti: gli abolizionisti della schiavitù e gli anti-abolizionisti nell’Ottocento, o i gerarchi nazisti, Goebbels e Hitler in testa, che citavano Shakespeare nei loro discorsi (“unsere Shakespeare”) mentre il Ministero della Guerra britannico commissionava Enrico V a Laurence Olivier come film di propaganda bellica. Poteva bastare una sola frase, come “To be taxed or not to be taxed”, slogan dei rivoluzionari americani contro l’Inghilterra ai tempi della Rivoluzione. O, di una stessa opera, interpretazioni diametralmente opposte: il Giulio Cesare di Orson Welles del 1937, una memorabile produzione teatrale in costumi nazi-fascisti, puntava il dito sulle dittature che si stavano prendendo l’Europa, mentre il film omonimo diretto da John Mankievicz nel 1953 veniva letto sia in chiave antisovietica, in piena Guerra Fredda, sia come attacco al maccartismo imperante negli Stati Uniti. “Non di una sola epoca, ma per ogni epoca”, aveva detto di Shakespeare il suo grande rivale sulle scene, Ben Jonson, e la celebre frase è stata profetica in più di un senso. Shakespeare è stato storicamente usato, e abusato, dalle dittature di destra e di sinistra, da progressisti e conservatori, misogini e femministe (la splendida perorazione per l’uguaglianza delle donne fatta da Emilia, la dama di compagnia di Desdemona, in Otello).

Le culture non si cancellano, si integrano
Se anche Shakespeare se la ride nei Campi Elisi dei poeti, liquidare come risibile la revisione a cui è sottoposto, in quel fenomeno globale che è ormai divenuta la cancel culture sarebbe però riduttivo e sbagliato.
Confondendo i livelli interpretativi, non si sottolinea che se la cancel culture ha una sua spiegazione, e per alcuni condivisione, a livello politico e sociale, non ne ha però a livello culturale e artistico. Le statue e gli emblemi che definiscono un regime sono sempre stati abbattuti dai regimi successivi, è nella logica, o prassi, della storia - stupisce se mai che si parli di rimuovere statue della Regina Vittoria o di Churchill senza che, apparentemente, ci sia stato un cambio radicale di establishment nei paesi in questione. Ma le culture non si cancellano, si integrano. È stato così tra l’antica Roma e la Grecia, e poi con l’assimilazione del mondo pagano da parte del cristianesimo, o della cultura araba in Spagna e Sicilia. È stato così per Shakespeare. In un’Inghilterra che per bocca del tutore della regina Elisabetta, Roger Ascham, proclamava “inglese italianato, diavolo incarnato”, Will si rivolge all’Italia per le sue grandi storie e ne colloca molte più nel nostro paese che in Inghilterra. È una fortuna che per questo i suoi compatrioti non lo abbiano ‘cancellato’.

Arturo Cattaneo

Arturo Cattaneo è professore ordinario di Letteratura inglese presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si è specializzato in Inghilterra, al Warburg Institute dell’Università di Londra, sul tema della persistenza della tradizione classica nel Rinascimento inglese. La sua attività di ricerca si è svolta in vari ambiti: la letteratura inglese del Rinascimento; il romanzo inglese del Settecento; i rapporti letterari e culturali anglo-italiani; i miti classici e la mitologia amerindia nella letteratura caraibica di lingua inglese. Su questi argomenti ha pubblicato libri e saggi in italiano e in inglese; ha anche curato una serie di antologie storiche della letteratura inglese per i licei e ha tradotto i saggi inglesi di Joseph Brodskij curandone l’edizione italiana.

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