SOSTENIBILITÀ? L’ECONOMIA NON PUÒ IGNORARE LA DEMOGRAFIA

SOSTENIBILITÀ? L’ECONOMIA NON PUÒ IGNORARE LA DEMOGRAFIA

04.12.2021
di Alessandro Rosina

L’Italia si trova di fronte a squilibri demografici inediti rispetto alla sua storia, già attualmente tra i più accentuati al mondo e che andranno ulteriormente ad ampliarsi nei prossimi anni e decenni. Squilibri, nella fase in cui siamo entrati, determinati non solo dalla crescita del peso delle generazioni più mature (processo già in atto da decenni e che continuerà nei prossimi), ma sempre più anche dall’indebolimento della componente che maggiormente contribuisce a generare crescita economica in generale, a garantire il funzionamento di servizi di pubblica utilità e assistenza, a finanziare il welfare pubblico (compresa spesa previdenziale e sanitaria direttamente legate alla popolazione anziana). I paesi che non prendono sul serio la demografia ne pagano le conseguenze addebitandone i costi sul conto delle nuove generazioni.

Uno dei principali argomenti nel dibattito pubblico a favore del declino della natalità (o quantomeno di negazione del fatto che sia un problema) è l’effetto benefico della riduzione della popolazione sull’ambiente (utilizzo delle risorse, inquinamento, ecc.). È bene allora chiarire questo equivoco andando a guardare i dati oggettivi.

SEMPRE DI MENO?
In contrapposizione alla crescita esuberante del XX secolo, nel XXI è in atto un processo di progressivo rallentamento. Nel corso della seconda metà di questo secolo la crescita andrà a stabilizzarsi e sarà alimentata da un insieme sempre più limitato di paesi concentrati in Asia e soprattutto in Africa. Rispetto quindi alle dinamiche della popolazione mondiale è il completamento della transizione demografica di questi ultimi paesi che va favorito in coerenza con un proprio percorso di sviluppo sostenibile. L’Europa, invece, non ha più capacità di crescita demografica endogena e può rimanere stabile solo grazie all’immigrazione.

In questo contesto la popolazione italiana è già entrata in fase di diminuzione con flussi migratori non in più grado di compensare il saldo naturale negativo. Gli squilibri sono diventati tali che contenere la riduzione della natalità e sostenerne la ripresa non comporta più un aumento degli abitanti della nostra penisola. Preso atto, a questo punto, che saremo sempre di meno, si tratta di stabilire se si concorda sulla necessità di favorire un andamento positivo delle nascite che consenta di contenere, quantomeno, il peggioramento strutturale interno.

Una fecondità italiana che dai livelli tra i più bassi in Europa andasse a crescere progressivamente fino a un valore di poco inferiore ai due figli per donna, non porterebbe ad un aumento della popolazione ma renderebbe meno insostenibili, in prospettiva, gli squilibri tra popolazione anziana e attiva. Se, invece, la fecondità dovesse rimanere bassa le nascite continuerebbero a diminuire, con un avvitamento verso il basso accentuato anche dalla riduzione progressiva delle potenziali madri.

DARE PER SCONTATO IL DECLINO ECONOMICO DEL PAESE?
Disinteressarsi delle dinamiche demografiche e pensare solo di governare le conseguenze significa dare per scontato il declino anche economico del paese, ovvero l’indebolimento irreversibile delle possibilità di sviluppo e della capacità di generare benessere. Vorrebbe dire, infatti, dare per scontato che gli squilibri andranno sempre più ad allargarsi rendendo anche sempre più deboli e meno efficaci le risposte in termini di rafforzamento del mercato del lavoro e spostamento in avanti dell’età pensionabile.

Alla base di questo disinteresse (o anche auspicio che la natalità peggiori ulteriormente) ci sono due idee implicite discutibili. La prima è che favorire i desideri di realizzazione in ambito familiare, delle condizioni di felicità e benessere che possono derivare dalla libera scelta di avere un figlio e vederlo crescere, non sia un obiettivo rilevante per le politiche pubbliche italiane.

La seconda è che basti la popolazione matura per garantire sviluppo nel pieno del XXI secolo, mentre la scarsa presenza delle nuove generazioni non sia un problema, magari anzi un vantaggio. Un’illusione che rischia di trasformarsi in un incubo nel quale verrebbero a trovarsi soprattutto le nuove generazioni, dal quale sottrarsi emigrando in paesi che offrono più spazi e opportunità, minor peso dell’invecchiamento demografico e del debito pubblico.

Alibi, risposte semplici e rassicuranti, sono funzionali a lasciare le cose come stanno e non aiutano certo a capire quali scelte servono per mettere basi solide allo sviluppo del nostro paese. Serve una visione e azione sistemica, perché se è vero che la causa degli squilibri demografici è la denatalità, non è ora solo sul suo contenimento che possiamo dar risposta agli squilibri prodotti. Come è illusorio pensare di dare risposte efficaci lasciando agire negativamente la causa per concentrarsi solo sul contenimento delle conseguenze. È necessario agire su tutte le leve e in modo sincronizzato. Il che significa mettere in relazione positiva lavoro e scelte di vita, alla base di una relazione più virtuosa tra economia e demografia in una società più sana e coesa.

Alessandro Rosina

Alessandro Rosina è professore ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, dove dirige anche il Centro di ricerca LSA (Laboratorio di Statistica applicata alle decisioni economico-aziendali). È inoltre presidente dell’Associazione «ITalents», tra i fondatori della rivista online «Neodemos» e coordinatore della realizzazione della principale indagine italiana sulle nuove generazioni («Rapporto giovani» dell’Istituto G. Toniolo).

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